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catalogo dei mari
manginobrioches |
I mari giallo-zolfo non li attraversammo. Li sentivamo ruggire, di notte, quando le onde inimmaginabili lambivano gli orli del cielo. Alcuni di noi, in verità, partirono: li guardammo bene in volto, prima di lasciarli andare, perché volevamo ricordarli, dopo. Qualche volta, sentivamo le loro voci mescolate al rombo giallo del mare, e non si capiva se fosse trionfo o angoscia, o tutti e due.
I mari giallo zolfo brillavano come mari di spighe: a mezzogiorno tutta l’isola splendeva in faccia al sole, accecante, e anche la sua faccia nascosta era d’oro puro. Noi non potevamo che chiudere gli occhi, sorridendo segretamente.
I mari giallo zolfo a volte si chetavano, sparivano per anni, o diventavano rivoli innocui che bisognava sporgersi per vederli, nel viottolo sotto la finestra. Ci sentivamo sicuri, allora, ma qualcuno di noi – è certo – rimpiangeva quelle notti.
Il mare capovolto non è da tutti.
Casuali viaggiatori, squali fuori rotta, bevitori dispari talora capita che lo solchino: quasi mai chi lo sta cercando. Cacciatori d’anime, mercanti, astrologi di corte non sono fatti per vederlo, e nemmeno se ne accorgono.
Un mare capovolto, quando attraversa un luogo, deposita stelle marine vive sulle soglie, drizza siepi di corallo trasparente, fa vorticare cristalli di sale: qualcuno talora può scorgerne qualcosa, ma non abbastanza.
I mari capovolti non sono subdoli, semmai hanno un’indole difficile e ritrosa, come certi angeli che vengono scambiati per sorte, o temporali.
I mari capovolti sono tendenzialmente quieti, e innocui.
Non portano meduse né annegati, nelle loro acque trasparenti come l’aria, più dell’aria.
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I mari malvagi sono una leggenda.
Se la raccontano marinai, diffamatori, impresari di circhi sull’acqua, titolari di stabilimenti di dissalazione. Parlano di mattanze di tonni, di galeoni sommersi, di onde anomale che rapiscono bambini, di sirene che cantano sugli scogli, con smeraldi finti nei capelli. Tutte bugie.
I mari preferiscono ignorare tali racconti, si rimescolano le acque profonde e non dicono nulla.
Il mare femmina è dappertutto. E’ giustamente salino, ma pieno di zuccheri: c’è chi sostiene che sia la stessa cosa, e che il gusto – in fondo - non è uno strumento adeguato. Sbaglia.
Il mare femmina, comunque, è al di là delle domande: sorride, piuttosto, e lascia andare le maree con un solo tocco della mano. Ha intese misteriose con la luna, che è un altro mare di latte rappreso nel vuoto, scintillante di conchiglie. Non meno misterioso è il suo rapporto con la terra: c’è un punto in cui si toccano nel buio più perfetto, aderiscono in modi che non sappiamo immaginare, certamente si scambiano la pelle minerale che laggiù, nelle tenebre, è della stessa fattura. Ogni giorno ne
beviamo, respiriamo, assorbiamo un poco, perché il mare che portiamo nelle vene e negli oceani – rosso porpora, blu violetto, indaco, arancio - è femmina.
Il mare femmina depone uova, modula messaggi sull’acqua, nutre creature, ravvia le onde una per una. Chiunque può vederlo, nella luce morbida dei crepuscoli, seduto sulla roccia, a pettinarsi.
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