contrAppunti

ananke

di bleusouris

La polvere pareva oro, quel giorno.
Sulla porta di casa gli scalini della discesa lo attendevano, come sempre, bianchi di marmo appena venato.
Il pensiero percorreva il corrimano di legno, mentre i suoi passi scivolavano sulle pareti come acqua densa in un imbuto.
… Che cosa attende chi raggiunge l’ultimo gradino, fine di un ritmo incessante che incalza un passo dopo l’altro? …
Lui era là. Fermo. Liscio e screziato. Freddo e lucido. Ma ultimo e perciò diverso dagli altri. 
“E se lo saltassi e rendessi ultimo il penultimo?”
Come una coda di lucertola che s’impiglia in una radice e si stacca, così questo pensiero rimase lì, mentre la lucertola era già dietro un sasso, altrove.
Un sorriso e già una fitta confidenza nasceva tra sé e quel perennemente secondo per chi sale e penultimo per chi scende. Per un giorno la vita di quel gradino, bloccata in una rigida gerarchia d’impossibile coesione fatta di cemento e marmo, poteva trasformare ciò che una volontà o una negligenza aveva deciso. 
Sì, se lui per un attimo avesse rovesciato il piano della realtà, ciò che avrebbe dovuto essere per sempre, con un salto, poteva non essere più; intaccando così il ritmo del tempo e lo stato di necessità delle cose.
Era fermo sul penultimo gradino mentre così pensava e la sorte del corrimano gli apparve nella sua unità indivisibile che non si differenzia in angoli di priorità e primati.
Era fermo e un vicino, di corsa, gli si affiancò e lo superò, rispettando il tempo, l’ordine e la gerarchia dei marmi. Aveva fretta e di fretta uscì dal portone semiaperto.
“Forse dovrei avere fretta anch’io” disse e col piede sollevato considerava l’ipotesi del rispetto delle tradizioni come una soluzione per posarsi dolcemente sull’ultimo gradino. 
Con un sospiro si rivolse al piede per seguirne il movimento. Nulla.
Provò con l’intenzione di sbloccarlo.
Nulla.
Provò con la forza delle mani. 
Nulla.

Rigido ed immobile, fermo a mezz’aria, non riusciva più a compiere quel passo. 
Il pensiero di sovvertire l’ordine, come la coda di quella lucertola, si era insinuato nella sua caviglia intrecciandosi nelle maglie dei tendini. Come un nodo che sfilaccia l’ordito del destino.
L’ultimo gradino, il passo liscio dal ritmo piano, ciò che accade a una scala nell’evoluzione di un ingresso fino al portone, tutto questo non interessava più al suo piede.
“ E’ bloccato …”  pensava con apprensione. 

“E’ bloccato” si ripeteva cercando nel tono una soluzione.
- Ha perso un tacco? - Un volto sorpreso gli comparve da sopra la spalla.
- Ha perso una stringa? - Il volto sussurrava guardandolo preoccupato e un poco sollevato dal non essere lui in quella situazione penosa.
- No, ho un crampo - rispose secco.
- Ah, ma allora c’è qualcosa che non va? - Il volto rianimato dalla curiosità si dondolava soddisfatto di poter assistere, unico sulla scala, ad un evento da raccontare.
- No, ho un crampo - rispose ancora più secco.
- Ahhh, bé! – annuì intimorito, come se la seconda risposta avesse aggiunto alla prima una verità sconosciuta. 
Il piede alzato, lo sguardo teso, seguiva quello mentre usciva dal portone. Magari questa interruzione avrebbe riportato la situazione a prima, ricombinando la stranezza di un pensiero a un effetto dovuto al capriccio. Ora avrebbe potuto riabbassare il piede e scendere normalmente, contemplando in un sospiro il disagio passato.
Ma il piede era fermo, immobile.
Forse una situazione simile, già vissuta, avrebbe potuto sciogliere quel momento. Cercò nella memoria e si rivide quando parlava alle sue mani che inseguivano le formiche nel vaso di zucchero. Coll’indice ed il medio puntati muoveva le dita come se fossero state zampe. Gigante rosa del suo formicaio nascosto nella credenza. 
“Dopotutto, ” si rivolse al suo piede, cercando nelle parole una chiave “se anche saltassi l’ultimo gradino, rendendo ultimo il penultimo, l’ordine non ne sarebbe poi così sovvertito. La volta dopo scegliendo un caso o l’altro si ricostituirebbe una norma”. 
Ma il piede era fermo, immobile.
Provò ad appoggiarsi alla ringhiera come se questa avesse potuto calmare il suo respiro. 
La mano non si muoveva. Cominciò a sudare.
La gamba a terra era bloccata, le spalle trattenute, il collo non riusciva a piegarsi.
Gli occhi erano fissi sul portone.
La bocca semiaperta.
Qualche foglia colorava di tenue la corteccia che stava crescendo sulla sua pelle. Tra i rami del tronco di carne e di legno, boccioli di gemme si aprivano lentamente. Ai piedi due grandi radici nodose s’intrecciavano di vene come sughero e resina.
Un albero enorme copriva ormai tutta la scala. I gradini di marmo erano spezzati e il corrimano come una liana pendeva nel vuoto. 
La polvere d’oro di quel giorno si posava dolcemente sulle foglie distese.

Su un ramo due piccoli occhi neri di lucertola, osservavano.

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