contrAppunti

dimissioni respinte

di mauro gasparini

Rita stamattina si è alzata presto, ha rimboccato la coperta a sua figlia Albertina ed è uscita di casa con la borsetta in una mano e il sacchetto della spazzatura nell’altra. Per abitudine ha guardato a destra e a sinistra prima di attraversare la strada, anche se in paese le macchine sono talmente rare da far sembrare l’asfalto un lusso. Non che sia sempre così, è che le colline venete in autunno, passata la stagione delle castagne, si spopolano d’incanto, diventando un deserto rumorosissimo nel quale si alternano pioggia e nebbia, al punto che l’umido diventa uno stato della materia di cui è fatta l’anima.
Tre chilometri in discesa, ha dovuto fare Rita stamattina per arrivare all’ufficio postale di T. e quando è entrata i capelli e le scarpe erano così fradici da farla sembrare ancora più disperata del solito; ha strappato uno dopo l’altro dieci moduli dei telegrammi prima di trovare le parole giuste: non troppo anonime da suscitare indifferenza in chi doveva leggerle, non tanto esplicite da stimolare la curiosità dell’impiegata che nel frattempo timbrava un registro con lo stesso brio di una campana a morto. C’è gente ha pensato Rita che pur di mettersi in mostra è capace di grandi eroismi, quindi meglio non rischiare. Il ritorno è stato massacrante; sei ancora troppo debole Rita, dopo l’influenza della settimana scorsa, per sopportare la salita d’un fiato, ma sei talmente di fretta da non poterti fermare troppo spesso. Alla prima sosta, mani puntate sulle ginocchia, ti accorgi che le tue cosce hanno cominciato a fumare nell’aria umida, riparti piano, e ad ogni passo un battito sordo sale dallo stomaco dalle tempie.
Rita ha sete, una sete che le secca le labbra e le appiccica la lingua al palato. Basterebbe succhiare una manciata d’erba. Oggi no, oggi ci vorrebbe almeno un’intera retina di limoni, limoni grandi, succosi. Rita sorride, questo trucchetto ha sempre funzionato, è l’unica bugia che ancora riesce a raccontarsi: all’idea dei limoni le si riempie sempre la bocca di saliva. Avanti allora! È da tanto che non ti succedeva di sorridere, anche per poco; ridere sì, quello capita, ma sorridere è un’impresa enorme.

Quando c’era Fabrizio era diverso, troppi anni a cercare di fare figli; sembrava sempre che non ci mettessero abbastanza impegno. Allora giù a ridere prima di fare all’amore, rincorrendosi per casa, spogliandosi per le scale, perché il primo che si butta sul letto sta sotto. Poi sorridevano guardandosi dritto negli occhi, rifacevano l’amore senza muoversi, cercando di mantenere lo sguardo fisso e l’espressione imperturbabile. Poi lei diceva thank you sir, you’re very tantra indeed. Almeno così andava all’inizio, ma quando anche l’impegno non aveva dato frutto, c’era stata la fase delle visite, delle analisi. Più si sentivano rassicurati sulla loro normalità e più l’impegno diventava una fatica, un dovere, un secondo lavoro.
Rita finalmente arriva a casa. Non fa a tempo ad aprire del tutto la porta che il gatto, un soriano senza nome, esce a missile e lei capisce. Non ha bisogno di vedere. Sale i gradini a due a due. Albertina è in piedi nella culla, piange e strattona la sponda facendo cigolare tutto. Ne ha di forza, Albertina, fa quasi paura, ma a Rita quando la piccola ride ne fa ancora di più: il visino le si arriccia quasi fosse di gomma, poi ride e i suoi strilli di gioia le fanno accapponare la pelle. Rita ha imparato a non farla mai eccitare troppo, così la prende in braccio cercando di distrarla, di rassicurarla. Forse oggi è già troppo tardi, Albertina le si attacca ai capelli e tira tira tira.
È ora di pranzo. Albertina quando mangia vernicia il muro di pappe omogeneizzate. Rita si è stancata di pulire, volta solo il seggiolone verso il muro per non dover essere lei a voltare la testa, a distrarre lo sguardo. Forse, se avessero avuto il telefono Fabrizio avrebbe potuto chiamarla, qualche volta. Probabilmente però non pensava di farlo quando aveva accettato di lavorare tre mesi in Libia, poi altri tre, e altri tre ancora. A casa i soldi arrivavano regolarmente, tutti i mesi, non abbastanza per risparmiare qualcosa, tutto speso in pochi giorni giù in paese, perché ad Albertina non dovesse mancare mai nulla. 
Non è mica giusto, pensa ogni tanto Rita, dedicare tutta la vita a una causa persa, smontare un matrimonio felice e buttarlo nel cesso.  È arrivata l’ora di mettere tutto in colonna e di rifare i conti, Rita. Forse, no, non forse, sicuramente è successo che nella tua vita hai moltiplicato per zero il numero sbagliato. Così ieri hai deciso che deve cambiare tutto, tua madre di sicuro ha già ricevuto il telegramma.
Ci penserà un po’ su, ma prima di sera busserà alla tua porta. Dopo ci sarà il tempo di chiamare Fabrizio. A lui rimane tutto il viaggio di ritorno per pensare se non sia stato nella sua colonna, l’errore.
Ti sembra ieri. Quell’uomo buono e lento che ami da dieci anni si è arrampicato sulla credenza, tanta era la contentezza di diventare padre. Per nove mesi è stato una meteora, su e giù dalla collina, tre quattro volte al giorno, a riempirti di coccole, dolci e attenzioni. E la sera che erano cominciate le doglie? Quante risate, quanti pronostici con tua cognata per inventarsi un nome, perché la bambina - questo lo sapevate già- non diventasse vecchia senza avere un nome, come il gatto. Te lo ricordi bene, Rita, tutto questo, e anche di più: ricordi il panico quando all’improvviso si sono rotte le acque e stavi lì, seduta sul letto inebetita, mentre Fabrizio in pochi secondi ti caricava sull’auto e ti portava all’ospedale. Quanto tempo, Rita! Hai perfino imparato che gli anni non si contano in mesi e giorni, ma in sonno e veglia, in pieno e vuoto.
Poi, di quel giorno i ricordi sono confusi. Le gambe divaricate, quelle sì appaiono chiare nella tua memoria, però come se fossero di un’altra, intorno a cui più dottori del necessario si danno un gran da fare. Fabrizio invece ricorda tutto. L’epica lo marchia, ma non lo travolge. Ha sempre avuto radici solide lui. Te l’hanno detto dopo, che ha passato due ore in sala d’attesa tenendo stretta la mano di tua sorella, nessuno voleva dargli notizie, mentre tu te ne stavi dentro a gambe aperte, e i dottori per salvare Albertina ti facevano rischiare la vita. Poi a Fabrizio hanno detto che sua figlia era down e lui stava già per picchiare il dottore, non aveva capito e questo gli era insopportabile. Glielo hanno spiegato. Si calma e dice mongoloide, a denti stretti, lentamente.
Meglio se moriva, pensarono tutti, ma nessuno lo disse.
Chissà cosa ha pensato mentre, come l’ultimo dei dinosauri, tornava a casa da solo quella sera. Chissà poi come mai non si è più rivisto all’ospedale fino al giorno in cui ti hanno dimessa, Rita, ricordi? Ti è venuto a prendere, senza guardarti in faccia ti ha detto che se ne andava in Libia, per prendere più soldi. Le valigie in macchina già pronte, ti ha aiutata a scendere, ma Albertina non l’ha nemmeno toccata.
Rita è stanca, invecchiata di disperazione in pochi mesi, le gambe ciondoloni dal letto tutte le notti, brevi e rare occasioni per dondolarsi un po’ e appisolarsi.
Sul tavolo di cucina oggi c’è tutto l’occorrente, ben disposto secondo le fasi del tuo pensiero. Due giorni ci sono voluti per innestare un grosso moschettone alla fune che Fabrizio usava per trainare la slitta. Ci vogliono molti tentativi per realizzare un cappio resistente. Non ti tremano le mani, oggi. Hai aspettato fino alle sei e mezza, poi hai sentito tua madre che ti chiama come sempre quando attacca l’ultimo tratto di salita. Albertina per fortuna dorme, tu esci sul retro e dopo pochi passi sali sul muretto di recinzione, agganci al primo colpo. Con calma infili la testa nel cappio e salti. Il cavo color ruggine che attraversa il tuo giardino, quello che una volta serviva a portare il tronchi dalla cima del colle alla falegnameria qualche centinaio di metri più in basso, regge. È troppo buio per vedere la piastra d’acciaio che si trova a fine corsa, ma c’è. Un volo breve, in cui non fai in tempo a pensare nulla, forse solo meno male, poi lo schianto secco, una bambina down condannata da una malformazione cardiaca, una madre energica e risoluta, un marito dimissionario.

Dimissione respinte.

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