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dal fare testi al
farsi testo
di matteo pelliti |
1. La megalomania dello scrittore si manifesta in molti modi. Non di questo o quello scrittore, ma dello scrittore
in sé, la megalomania è un tratto involontario, che deriva direttamente dalla stessa attività di scrittura come circo-scrizione di una porzione di realtà. E questa fetta rimane pur sempre un piccolo mondo possibile, un senso possibile, realizzatosi o meno, più o meno finzionale, ricordato, vissuto o preso in prestito dalla vita di qualcun altro, e poi restituito. Per lo scrittore, che il "raccontare" equivalga al "raccogliere" e che fave e favelle abbiano, in fondo, una nobile e greca radice etimologico-leguminosa, è dato irrilevante; per lui una falsa e una vera etimologia devono essere messe sullo stesso piano creativo.
2. C'è un luogo letterario, uno tra i tanti, dove l'amore smisurato di sé porta lo scrittore a indossare tutte le maschere di cui dispone per poi non utilizzarne nemmeno una e a rimanere lì, estraniato e mai abbastanza tronfio, col suo libro finalmente in mano: è quell'ora e mezzo buona del giorno fausto in cui si consuma la presentazione del suo Primo Libro. Circondato dagli amici e dai familiari, cullato dalle parole dei curatori che l'interpretano, lo scrittore guarda fisso nel vuoto come se cercasse di tornare all'attimo sacro della prima nascita del suo capolavoro; evita gli sguardi degli amici per il pudore di non riuscire a nascondere la gioia sfrenata, contempla gli angoli del soffitto della sala, della libreria, della biblioteca ospitante mentre apre bene le spalle contro la sedia, dondolandosi pericolosamente all'indietro, aggrappato con le mani alla spalliera delle sedie degl'interpeti, apostoli e maestri insieme, ai suoi lati.
3. Oppure, altro soggetto, sul basso continuo degli esegeti benevoli riprende in mano la creatura fresca di stampa, accarezza la copertina morbida e levigata, e immerge la faccia tra le pagine, anche senza presbiopia, per rigodere con finto distacco la sintassi elegantissima di pagina 31. L'ora e mezzo buona di presentazione del libro diventa, allora, un test per valutare che tipo di scrittore si abbia di fronte. Può capitare, il più delle volte, che lo scrittore si azzardi fuori dal testo e si metta a commentarlo. Il pericolo non sta tanto nel fatto che esca dal "proprio" testo, quanto dall'abbandono della dimensione propria dello scrittore stesso: vale a dire il vivere in modo pantestuale le relazioni comunicative. Tutte le relazioni. Tutto il reale. Quell'ora e mezzo di presentazione è un testo come altri, uno tra gli infiniti che compongono il
textus che siamo soliti chiamare "cultura", "società", "mondo".
4. Lo scrittore è chiamato a rappresentare la propria scrittura attraverso innumerevoli altri testi, che impongono di essere vissuti, o meglio "giocati", come tali. In questo senso lo scrittore è colui che rimane sempre prigioniero della propria scrittura, colui che non trova mai la "parola liberatrice" capace di farlo smettere di scrivere quando voglia lui. E' quindi, lo scrivere, una forma di nevrosi e di forte disadattamento che, per fortuna nostra, ha prodotto molti capolavori nella storia dell'uomo. Tutti i grandi scrittori hanno dimostrato questa consapevolezza testuale della propria nevrosi, hanno sempre esercitato lo sguardo attraverso i contesti e, talvolta, hanno fatto della propria stessa nevrosi materia letteraria.
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La consapevolezza del gioco come approccio meta-testuale alla narrazione produce, ai nostri occhi, scrittori più ironici, distaccati, artigiani e complici, attori di se stessi, appassionati di
narratologia, di filosofie del linguaggio, di semiotica,
traduttologi, ermeneuti, poeti dell'assurdo, ludolinguisti in erba.
5. Che ne è stato del nostro scrittore alla presentazione del suo primo libro? Uscito dal testo appena presentato per poterlo meglio spiegare, è salvato a sua insaputa da anonimi confratelli, scrittori come lui, che in genere fanno capolino alle presentazioni dei libri. Mentre si consuma il rito, i confratelli più anonimi, perché ancora poco editi o del tutto inediti, si rivelano quelli più meritori verso la ricomposizione del
textus: scrittori ancora sconosciuti che fantasticano sulla propria presentazione futura o che si perdono ad analizzare quella presente a cui assistono, ricuciono meticolosamente il
tessuto strappato della narrazione. Tramandano
quell’esperienza di trapasso extra-corporeo interna a ogni finzione letteraria e la cinepresa, che inquadrava in primo piano il tavolo degli oratori, inizia ad alzarsi lentamente sulle teste del pubblico, poi scivola fuori dalla stanza, si arrampica facciata del palazzo, già la riprende risalendola tutta fino al tetto, mostra scorci del quartiere per poi arrivare ad abbracciare tutta la città. Lo scrittore, continuamente e patologicamente, si osserva e ci osserva con molte inquadrature così che la sua nevrosi è sempre capace di salvare, e quindi ricondurre a vera nevrosi, le lacerazioni che gli scrittori stessi infliggono a un "tutto narrativo".
6. Sembrerebbe, allora, non esserci confine alla riduzione testuale della realtà da parte dello scrittore: per ogni uscita dal testo, un altro scrittore è pronto a predisporre, almeno in potenza, un altro testo che descriva la situazione di "uscita dal testo". Forse solo la dimensione religiosa è in grado di proporre un apparato meta-testuale così potente da neutralizzare il
pantestualismo tipico dello scrittore. Vale a dire che il
Mistico, o l'esperienza religiosa, costituisce una dimensione irriducibile per un’oggettivazione narrativa da parte dello scrittore. Proprio il vivere
quell'esperienza significa abbandonare il distacco necessario a ri-costruire in termini narrativi la realtà, a re-inventarla. Questo non significa che la dimensione religiosa non possa entrare dentro la narrazione, o che la motivi intimamente o che dia forza alle sue fondamenta (la poetica di molti pilastri della letteratura ne verrebbe radicalmente cambiata, altrimenti); e non significa nemmeno che le religioni non si giovino, per comunicare i contenuti di fede, di strutture portanti di tipo narrativo (non paia blasfemo ricordare la Bibbia come "best -long seller") e che anzi queste sono spesso diventate archetipi di stili narrativi. Ma di fronte a quella che possiamo definire "esperienza religiosa" lo scrittore non può far altro che operare una scelta: o vive l'esperienza o ne fa un testo. E se ne vive l'esperienza si sottrae, ipso facto, allo sguardo oggettivizzante di un altro scrittore, esce da un textus poiché si trova nella relazione creatura/Creatore. In questo senso si fa testo.
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