contrAppunti

e ti vengo a cercare

di cyrano

Stasera ho l’ultimo seminario, dico a Giuliana facendo finta di niente.
Bene, non sei contento? 
Sai cosa succede quando ho l’ultimo seminario dei quattro.
Sì, hai la pizza con gli studenti,
sospira Giuliana con aria graziosa. Si passa un pennellino sull’unghia di un dito del piede, non sarà certo una pizza a metterti fuori combattimento.
Fuori combattimento? E perché fuori combattimento?
le chiedo.
Giuliana non risponde e solleva il volto dal piede. Poi mi guarda spalancando gli occhi. E’ il suo segnale d’amore.
Mi alzo dalla poltrona. Proprio stasera, mi dico infilandomi il cappotto. Entro nel bagno e continuo a dirmi che non ci posso far niente, che non è colpa mia. 
Mi osservo allo specchio prima di uscire, per fissarmi la faccia di tre quarti, per atteggiarmi a persona seria, inclinando il sopracciglio e guardandomi negli occhi. 
Non colgo segni di vizio. Leggo solo il passare del tempo che mi gonfia la faccia, mi lascia un campo di rughe e mi ricambia con uno sguardo incerto, profondo. 
Poi mi stacco dallo specchio ed esco dal bagno. 
Saluto Giuliana e la sento rispondere dalla sala. Ho in mente la sua immagine, il suo corpo curvato sulla poltrona che si dipinge le unghie dei piedi, il giornale aperto sul divano, la televisione accesa. I capelli lunghi rovesciati sulle spalle. Mi aspetterà, questo l’ho capito.
Dieci minuti dopo attraverso la città illuminata dai lampioni, guidando con una mano nel tepore dell’abitacolo. Un altro anno è iniziato e l’aula è di nuovo piena, nessun posto a sedere, signori avvicinatevi per favore, sedetevi in terra se non avete spazio, adesso provo il microfono, mi sentite? Anche in fondo alla sala? Allora possiamo iniziare, e via dicendo, come sempre, come ogni anno. 
E come ogni anno, i miei seminari, di sera.
Il lato sgradevole della questione è la routine: non ho bisogno di fare nulla, non devo aggiungere niente alla mia preparazione, tutto è già stato scritto e tutto è già stato detto. Io sono il professore e loro sono gli studenti. 
Stasera c’è il quarto e ultimo seminario, quello conclusivo, quello che si chiude con la pizzeria. Sorrido. Questo invece è il lato piacevole. La serata della pizzeria è un lancio di dadi, mi dà l’impressione di essere in mano al destino, è come fare una brusca svolta dalla strada principale per finire in uno sterrato di provincia, che ti può riservare qualsiasi sorpresa. Altre volte invece mi sembra solo di prendermi in giro, e allora i dadi e tutto il carico di azzardo che mi affascina spariscono, e riesco a vedermi dall’alto, sicuro, elegante, intellettuale, e riconosco di avere fascino ai miei stessi occhi. Ne percepisco il potere, niente altro che quello.
E allora mi dico che forse, realmente, non è colpa mia. 

La serata insieme agli studenti scorre via come sempre. Si passa dalle discussioni alle ordinazioni di birra. Gli scherzi sulle lezioni, gli episodi divertenti lasciano spazio agli sguardi che si poggiano su di me, per capire il confine del ruolo che rivesto stasera: professore oppure uomo, o magari tutti e due. 

Poi, verso la fine della serata, inizio a sentirmi a mio agio, finalmente perduto tra tutte quelle persone, libero da responsabilità. Tra le ragazze, una mi fa girare la testa, Marina. E allora penso che stasera potrebbe essere lei a raccogliere il lancio di tutti i miei dadi, Marina, occhi e maglione tutto nero. E appena ne ho l’occasione la guardo negli occhi, lasciando perdere il resto, riducendo la sala a rumore di fondo, e lancio i dadi sul tappeto verde sbrindellato dagli anni. 

Ed è proprio Marina che, un paio d’ore più tardi, in una stanza d’albergo si china sul mio addome per accarezzarmi l’ombelico con le labbra, mentre la trattengo per i polsi per impedirle di fare tutto in fretta, senza passione, non mettendoci amore, senza il quale mi sento come di legno. 
Più tardi, mentre riposo con la testa sul cuscino nella penombra della stanza, mi trovo a fissare Marina negli occhi, e ci ritrovo tutta la complessità delle donne che hanno appena finito di fare l’amore, quell’abisso di sfrontatezza e vergogna che mi spaventa, che mi fa temere sia l’ultima volta. Ma poi mi dico che devo piantarla di stare sempre troppo a pensare, e allora la carezzo sulla nuca, le dico una parola dolce all’orecchio, e rendendomi conto che sono già stufo, sperando che non si rimetta a parlare, la invito a ricominciare. 

Ma adesso è finito, e tutti e due ci portiamo a casa un pezzo soltanto di uno strano trofeo. Il resto è nella stanza d’albergo, polvere sottile, un po’ di capelli. A notte inoltrata, porto a casa Marina, poi la saluto davanti al portone. Lei mi fa dei cenni con la mano, mi manda i suoi baci, io svolto l’angolo e con la macchina percorro un viale alberato.

Quando rientro a casa e mi chiudo i rumori della strada alle spalle, intravedo Giuliana che esce dal bagno in camicia da notte, con le unghie dei piedi che brillano nella luce soffusa del corridoio. Poi lei si gira e sorride, e il cappotto mi sembra troppo pesante, e inizio a sfilarlo, Che ci fai sveglia? Non hai freddo in camicia da notte?
Sì, ho freddo. Per questo ti ho aspettato. 
Allora vai a letto, che fra un momento ti vengo a cercare.
Come vanno i tuoi studenti?
Come al solito, non parlano, non mi dicono niente. 


Stavolta lo specchio del bagno mi restituisce un volto con un sorriso un po’ amaro, in mezzo alle rughe. Gli occhi sono cerchiati di rosso, i capelli sono scomposti. Mi porto le dita alle narici e cerco di rintracciare un odore, un profumo, qualsiasi cosa che mi dia un’indicazione di quello che sto facendo, di quello che sono, almeno di quello che ho fatto. Ma le dita tacciono e non sento alcuna voce. Allora mi sciacquo il viso e mi dico ridendo che non faccio la doccia stasera, perché devo sbrigarmi, perché la sera non è ancora finita, non è finita, mi devo sbrigare.

« indietro   |   indice   |   avanti »