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londra, 12 agosto
di giorgio levi |
Se qualcuno mi chiedesse perché mi trovo qui non saprei che cosa rispondere. Voglio dire che non so nel modo
più assoluto perché la mia casa è questa stanza con un letto, una finestra e due porte, una che si apre su un bagno molto piccolo e un'altra che dà su un corridoio. E sempre con la stessa certezza non so dire perché in questo luogo dove mi trovo parlano tutti inglese, le scritte sui macchinari sistemati vicino al mio letto sono in inglese e persino sui rubinetti del lavandino ci sono parole in inglese.
Io capisco poco l'inglese, l'unica
lingua che conosco davvero è questa
con
cui scrivo.
Almeno credo.
Ieri sera uno, che mi ha portato un vassoio con un budino e delle verdure cotte, mi ha detto che sono italiano. Quando sono entrato in questo posto due giorni fa un uomo con un camice bianco che parlava la mia lingua, ma con un suono un po' distorto, mi ha spiegato che qui sono al Chelsea and Westminster Hospital di Londra, Inghilterra. Ha detto proprio così. Londra. Io so dov'è l'Inghilterra, ma non credo di esserci mai stato. Lo stesso signore con il camice mi ha detto di essere il dottor Eduard Taylor e quando è uscito dalla stanza mi ha lasciato un biglietto da visita. "Chelsea and Westminster Hospital, 369 Fulham Road, London, dr. Eduard Taylor, internal assistant". Direi che il dottor Taylor ha una trentina d'anni, ma mi sono accorto che per quanto m'impegni non riesco a dare un'età alle persone. Anche la signorina Jamie, che viene ogni ora a bucarmi con siringhe colorate, parla un po’ d’italiano, ma ha un'età che non riesco a definire.
A pensarci bene non saprei nemmeno io quanti anni ho. Mi sono guardato allo specchio che c'è in bagno, ho notato che ho i capelli grigi molto corti, gli occhi scuri, un paio di baffi chiari, il viso è ovale, il naso è regolare, leggermente curvato verso il basso. Uno normale, visto così potrei avere cinquant'anni. Dovrei essere alto un metro e settanta, sono magro, muscoloso nelle spalle. Ma l'aspetto fisico è tutto quello che sono riuscito a capire di me stesso. Quella faccia, quel volto, quell'espressione mi sono del tutto estranei. Io non so realmente chi sono, non so perché mi trovo qui e da dove arrivo. L'ho detto anche ad un paio di signori in divisa da poliziotti che sono venuti accompagnati dal dottor Taylor e da un interprete che si è presentato come funzionario dell'ambasciata italiana. Li ho ascoltati parlare in inglese, poi il funzionario che traduceva: "Siamo gli agenti Edwin Parker e John Desmond del distretto di Kensington Park. Come sta signore?". "Bene, credo". Con questa fissa dell'età, che mi sono appena scoperto, ma che non mi ricollega a nulla, valuto che l'agente Parker possa avere trent'anni, la divisa è ben stirata, in mano ha un taccuino e una biro. L'agente Desmond, è decisamente più giovane, è alto e magro, e se ne sta ritto con le mani dietro la schiena. L'agente Parker l'ho già visto il giorno prima, quando mi ha trovato nel parco. "Si ricorda di me?" mi domanda dal lato del letto dove c'è anche il dottor Taylor. "Sì certo, lei è la persona che mia trovato ieri" "Può raccontarci quando è arrivato in Inghilterra?" mi traduce l'italiano dell'ambasciata. "Io non lo so". "A noi risulta che lei sia qui da almeno due giorni" dice l'agente Parker "O comunque dal momento in cui l'abbiamo trovata". "Voi sapete chi sono?" domando al funzionario perché traduca. "Dovrebbe dircelo lei, signore" dice l'agente Parker. "Purtroppo non lo so, la mia memoria arriva fino a ieri. Sono desolato agente".
Vedendo Parker compilare una specie di foglio questionario mi viente il sospetto che vogliano arrestarmi. Che mi abbiano trovato in qualche flagranza di reato, durante una rapina andata male, un furto, una violenza che mi ha annebbiato la mente. Potrei essere un drogato, un killer, un ricercato. L'agente Parker però è molto tranquillo, non si sfila le manette, la pistola resta nella fondina.
Anzi, è lui a raccontarmi com'è andata il giorno prima, chi mi ha trovato e come sono arrivato qui.
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A quanto dice Parker mi ha trovato lunedì all'alba una signora che portava a spasso il suo cane lungo i sentieri di Kensigton Park. Indossavo una giacca blu, una polo azzurra in tinta unita, un paio di jeans e scarpe Adidas ai piedi. Erano le 6 del mattino, come dirà la signora del cane all'agente
Parker. Mi sembra di poter dire che è estate e Londra è immersa in una calura che non ha precedenti nella storia della capitale.
Tutti gli agenti di Kensington Park conoscono miss Eleonore Hamley e Brosnan
III, il corgy che tiene al guinzaglio. E' lei che tutte le mattine riempie di annotazioni la bacheca che la polizia ha messo a disposizione dei visitatori del parco all'ingresso dell'edificio di mattoni rossi. Miss Hamley perlustra ogni angolo prima che inizi il turno degli agenti, così quando Parker la vede sbracciarsi pensa che abbia trovato di nuovo piume di anatra sul prato.
"Agente quest'uomo non si muove, è come se dormisse in piedi", urla la signorina
Hamley. Per la prima volta in trent’anni di servizio, Parker deve avere affrettato il passo.
Il resto è storia di oggi. Sono ormai qui da due giorni. Tra un esame e l’altro a cui mi sottopongono trascorro le giornate a osservare dalla finestra una lunga fila di tetti con comignoli. Una donna, arrivata dall’Italia, si è presentata ieri e ha certificato, carte alla mano e al direttore dell’ospedale, che è mia moglie. Mi hanno detto come si chiama, ma ovviamente il nome mi è del tutto sconosciuto. Sono arrivate anche telefonate di amici e di colleghi di lavoro, mai sentiti prima. Ho parlato con un certo Placido Bianco, il mio vicino di scrivania alla Chrysler di Torino. Ti aspettiamo ha detto imbarazzato, non so dov’è Torino e non so che cosa sia la
Chrysler.
Ma ciò che da qualche ora desta la mia curiosità è quanto ho ricavato stamane dal dialogo tra il dottor Taylor e l’infermiera
Jamie. Parlavano sottovoce, credendo che dormissi, erano vicini alla finestra.
“Lo tenga pronto per domattina” diceva
Taylor.
“Solita procedura?” interrogava la piccola
Jamie.
“Sì, direi di sì. Dovremmo fare in fretta”.
“Speriamo che questa volta vada meglio, non è male
quest’italiano” sussurrava Jamie sbirciandomi sul letto.
“Andrà tutto bene, è solo una questione di RAM. L’hard disk ha ancora un trenta per cento di memoria. Cambiamo la RAM, ne mettiamo una da 1.024 e andrà come un treno”.
“Che stupidi questi italiani, vero dottor
Taylor?”.
“Sono inaffidabili, una razza inferiore, come la storia ha dimostrato. Credono di girare il mondo con 256 MB di RAM. E noi qui sempre pronti. Comunque le nostre RAM sono sperimentali, e
quest’uomo mi pare un buon soggetto per il laboratorio statale”.
Ho visto il dottor Taylor uscire dalla stanza in punta di piedi. La piccola Jamie mi ha rimboccato le coperte e ha sollevato la tapparella della finestra. Mi ha sorriso e accarezzato la fronte. L’ho seguita con lo sguardo mentre riponeva degli oggetti in un cassetto. Avrei voluto chiederle che cosa
fossero questo hard disk e questa RAM. Io non l’ho mai saputo o forse, com’è più probabile, non lo ricordo. Mi sono accontentato di chiederle, nel mio inglese scolastico, che giorno era oggi. Mi ha sorriso con le sue labbra carnose e i denti più bianchi che abbia mai visto: “Oggi è il 14 agosto”. Scusi, miss
Jamie, l’anno? Che gente questi italiani, ha scosso la testa la piccola bionda
Jamie, poi mi ha sussurrato: “E’ il 2152, come tutti sanno, signor
mangiapizza”.
Se ne è andata ancheggiando, era solo curiosità, in fin dei conti per me una data vale l’altra.
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