contrAppunti

il collega

di ciccio bandini

Interno giorno, open space di un ufficio, tavoloni di legno chiaro suddivisi da passanti d’alluminio, poltroncine ergonomiche con pompe a gas e braccioli di plastica, luce elettrica al neon diffusa da lampade rovesciate, due piante grasse, un bonsai, un ficus benjamina vivo, uno morente. Un uomo di mezza età batte su una tastiera con lo sguardo fisso sullo schermo. Si sente il rumore dei tasti, poi il silenzio. Poi i tasti. Poi il silenzio.
Piuttosto ingobbito eppur energico, lo vedi avvicinarsi a grandi passi con il suo golf topo merinos, le clark maròn, la giacca piombata, le labbra febbrili. Ha da produrre un elaborato, bofonchia gravido e smielato. E mentre chiedi invano spiegazioni, lui è già oltre l'angolo, che procede spedito in su la retta via, con quell'andatura ispida, le suole di vento, l'angolatura decisa dei gomiti, la cravatta prudente, l’occhio fervente. 
Lo guardo e mi si contrae la milza. Mi acciglio. 
Giunto in postazione con un balzo, eccolo vorticare su fogli lindi, aggrottare sopracciglia, imprecare, sbottare, trasmutare, sudare, polarizzare, sentenziare, inerpicarsi sulle vette scintillanti di sapere e ridiscenderne onusto di gloria e di beltà.
Talvolta, ma è cosa rara, si inabissa impavido in crepacci di scartoffie sdirupate, estrae con perizia avanzi di pergamene avariate, pizzini vergati, estratti gabellari. 
La riemersione prepara una pausa strategica, per evocare silenzi gravidi, perfezionare la postura. E poi eccolo ancora a sollevare nuvole di energia, a nascondercisi dentro. 
D’un tratto, sollevato dall’elaborato, ormai dimenticato, agguanta con destrezza il superiore e lo infilza con il suo repertorio ben oliato e distillato di motti salaci, poi vortica in una panoplia di sottintesi arguti, allusioni iniziatiche, malizie conviviali. E con cipiglio cupo e solenne, si incunea a fondo nel ricovero abituale e qui respira a larghe falde, i ventricoli dischiusi, il ventre laborioso e saggio. Scemato il dinamismo, stremato dall'annunciato (ma mai elaborato), ecco il collega, a denti aperti e martoriati, lanciare pacche fraterne su spalle vellutate, prima di diradarsi come nebbia che si invola e lasciare nell’aere, tremolante d’impalpabili e cancerogeni ottani, un sentore acidulo e felpato. 
E allora io, affastellato nelle estremità, estraggo di tasca il temporale e mi ci rinfresco il viso e danzo selvatico e frenetico sulle nuvole fradice di pioggia e canto di gioia celestiale il mio solitario baccanale.

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