contrAppunti

la roba di tilde

di dielleemme

Accompagnò le amiche alla porta, si salutarono con baci e abbracci di rito. Tolse dal tavolo le carte da gioco, svuotò il posacenere e ripiegò il panno verde. Aveva vinto anche stavolta. Campionessa stagionale di burraco, un sorriso le spuntò tra le rughe. Si tolse le scarpe, indossò le vecchie ciabatte. Si avvicinò al frigorifero, lo aprì lentamente, davanti agli occhi lo spettacolo di sempre. Contenitori di plastica, impilati dal più grande al più piccolo. Parallelepipedi bassi o cilindri alti, tutti bianchi con i coperchi colorati. È peccato buttare il cibo. E poi Tilde non buttava mai niente, anche per mestiere. Solo che il cibo, si sa, non si può conservare per sempre, né si può riciclare, o riparare.
Anche prima di rimanere sola faceva così, cucinava e conservava gli avanzi del pasto in un contenitore di plastica. Però all’epoca cucinava per sei e serviva a tavola per quattro: ci avrebbe pensato Maurizio a svuotare i contenitori, la sera tardi, quando tornava dal bar. Quel ragazzo aveva sempre fame, chissà come faceva a rimanere magro come un chiodo. Silvia invece i contenitori se li portava al lavoro il giorno dopo e puntualmente riportava a casa i vuoti e i complimenti delle colleghe. Da quando Silvia si era sposata e Maurizio era andato a vivere con la fidanzata, e soprattutto da quando Mario non c’era più, Tilde cucinava per uno e mangiava per mezzo. L’altro mezzo lo conservava, per buttarlo poi due giorni dopo, ché il cibo, si sa, si rovina in fretta. Per quanto poco cucinasse qualcosa avanzava sempre, ché con l’età la fame diminuisce. I contenitori diventavano sempre più piccoli, e servivano solo per rimandare di poco il momento in cui le pietanze sarebbero finite nella spazzatura.
Questo pensava Tilde, e pensava anche che il suo corpo era un come uno di quei contenitori. Qualcuno, lassù, forse non aveva cuore di prenderla e buttarla via, per cui la teneva ancora qualche anno ferma lì, senza niente da fare, aspettando che arrivasse il momento di raccoglierla con un bel cucchiaio e accompagnarla lì dove tutto va a finire. 

Francesca aprì il suo armadio e decise che avrebbe dato via tutto quello che le ricordava Fabio. Doveva sbarazzarsene, aveva bisogno di un punto di svolta. Cominciò dalle scarpe con la zeppa di sughero, quelle con il fiore di cuoio rosso sul cinturino. Lui non l’aveva mai ammesso, e anzi, le aveva sempre rimproverato quanto fossero volgari, eppure gli piacevano. Gli mettevano allegria. Francesca le avvolse in un giornale e le portò a un negozio di roba usata, l’unico che le venne in mente, che era – guardacaso – proprio lì di fronte a casa di Fabio. Si disse che non ne conosceva altri, e che buttarle via sarebbe stato un peccato. 

Tilde prese le scarpe dalle mani della ragazza, ma non ebbe il tempo di prelevare dalla cassa la cifra che avevano pattuito che quella figliola era già fuori, santoiddio. 
Decise di mettere le scarpe in vetrina, ché la gente, si sa, quando ha bisogno di sbarazzarsi in fretta delle cose che ha le butta nella spazzatura. Se invece decide di rimetterle in circolo, o lo fa per soldi o per rabbia. La ragazza di soldi non ne aveva voluti, quindi doveva essere per rabbia. E la rabbia, si sa, bisogna mostrarla. 

Le scarpe rimasero in vetrina solo 16 ore e mezza. Un giovane entrò nel negozio e le ricomprò. Tilde gli chiese solo un euro: non le piaceva speculare sui ricordi. Perché la gente, si sa, compra roba usata o per bisogno o per ricordo, e quel ragazzo bisogno non ne aveva di certo. E poi quelle scarpe in qualche modo gli erano appartenute, altrimenti non si spiegava perché appena prese in mano aveva cercato il punto in cui uno dei due fiori sul cinturino era stato ricucito. Il prezzo dei propri sbagli, pensò Tilde, basta pagarlo una volta sola. Prese l’euro e incartò le scarpe.

La ragazza tornò qualche giorno dopo, portandole un cappotto arancione, e nemmeno quella volta prese soldi. Tilde mise il cappotto in vetrina anche stavolta, ché la vetrina, si sa, serve proprio ad attirare l’acquirente. E l’acquirente tornò anche lui, puntuale, e prese il cappotto in cambio di un euro. 

La ragazza tornò altre volte, portando una collana di turchesi, una sedia di vimini, una sciarpa di seta, una borsa di capretto. Lui ricomprò tutto, sempre pagando un euro. Tilde faceva da tramite a quello strano sistema di scambi. Ché non bisogna mai buttare via niente, specie l’amore, ché quello torna sempre, e invece questi ragazzi di oggi fanno in fretta a prendere e buttare, e poi quando lo cercano non lo ritrovano. E gli euro di Fabio Tilde li portava a casa e li metteva in un contenitore di plastica, ché i soldi, si sa, a due giovani innamorati servono sempre, tanto lo aveva capito che sarebbero tornati insieme, e poi lei ormai che se ne faceva, mica poteva portarseli lassù, in qualche modo glieli farò avere, se solo mi chiamassero in fretta, se solo potessi tornare da Mario, se solo potessi scivolare via, piano piano, come le cicorie da questo piatto, guarda come vanno lentamente nel secchio del pattume, nessuno deve più preoccuparsi che si rovinino, magari tornano al posto da dove sono venute, e mentre cadono non fanno neanche un rumore…

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