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re umberto prospekt
di effe |
Se il vostro patronimico fosse, per fato e per ventura, Michàilovic, e il vostro prenome Fëdor; se, dopo quattro anni di lavori forzati nel bagno penale di Omsk, in Siberia, foste stati condotti per milleduecento chilometri a piedi fino a Semipalàtinsk a prestare servizio militare obbligatorio nell’estremo est del Paese; se, dopo ulteriori cinque anni, foste ora tornati, liberi infine, a San Pietroburgo, a respirare l’aria di cristallo del Nevskij prospekt; allora, in questo caso e con apprezzabile probabilità, sareste, e siete, il più grande scrittore d’ogni tempo di Santa Madre Russia.
Questo concede l’arte ai Grandi Autori: d’esser non schiavi ma liberti dalle convezioni di storia e cronaca, e sol per questo è possibile – non stupite – che dalle rive della Neva nell’anno di grazia 1859, vi ritroviate ora lungo le rive sabaude e monosside del Po, a percorrere corso re Umberto.
Osservate con giustificata perplessità l’(in)urbano ingorgo delle diciotto.
A breve, qualcuno invocherà a gran voce il vostro nome; non m’è, in effetti, d’eccessiva difficoltà la previsione: quell’individuo (vox clamans in corso re Umberto) essendo moi même.
- Fëdor Michàilovic! Fëdor Michàilovic! Signor Dostoevskij!
- Buon giovine, voi mi conoscete?
- E chi non vi conosce, Maestro? Intanto, grazie per il giovine; un tempo lo fui, è vero, ma per fortuna ne son guarito e così siamo, in prospettiva diacronica, pressoché coetanei.
- Bé, non buttiamoci via così. E dite, caro amico, sapreste indicarmi dove mi trovo, adesso? Debbo aver smarrito, è il mio timore, la strada di casa.
- Siete in Italia.
- L’Italia? Oh, meraviglia. Allora questa dev’essere Roma. Sì, sì, vedo infatti colà delle antichissime vestigia.
- No, Fëdor Michàilovic, quelli sono i cantieri della metropolitana. L’inizio dei lavori, è vero, si perde nella memoria e negli archivi storici, pur tuttavia questa non è Roma.
- Firenze, allora? E quello costì è il palazzo degli Uffizi, senza dubbio veruno.
- Quella, Maestro, è la sede centrale dell’Inps.
- E chi sono costoro, che in gran folla attendono incolonnati ai suoi cancelli?
- Potremmo chiamarli, se ne ho licenza, Umiliati e Offesi.
- Interessante definizione, caro signore. Permettete che me l’annoti sul taccuino?
- Fate, fate pure, magari vi tornerà utile.
- E in ogni caso, come si vive, qui a Napoli?
- No, no, qui non siamo nemmeno a Napoli.
- Com’è possibile, se mi stuzzica le nari un furtivo odor di pizza con, come dite voialtri napoletani, ‘a schiumarola ‘n coppa.
- Pummarola, Maestro.
- A-ah, allora lo vedete che siete napoletano! Io mica mi sbaglio, su certe cose.
- Eh, insomma. In ogni caso, Fëdor Michàilovic, vi ho fatto venir qui per domandarvi un favore.
- Ah no, guardate, non per cattiva volontà, ma io mi ritrovo, è un destino assai gramo, perennemente in bolletta.
- Ben lo so, Maestro, ma è di diverso tenore il favore che mi urge da voi.
- E’ gratis?
- Assolutamente.
- Parliamone.
- Favorite con me, Maestro. Prendiamo la troika, voglio dire, la macchina.
- Dove mi menate?
- Ma non mi permetterei mai!
- Ma che avete capito, è espressione desueta per “dove mi portate”. Son pur sempre un autore ottocentesco, rammentatelo.
- Avete ragione, Fëdor Michàilovic. Venite, venite, ora vi mostrerò una cosa.
Il vostro sguardo è così attento, mentre annotate ogni cosa che vi sfiora attraverso il finestrino dell’auto in tartarughesco bradisismo – che movimento non lo si può chiamare – attraverso l’Ingorgo Totale dell’Ora di Punta.
- Ecco, Maestro, è qui che volevo condurvi. Entrate, ve ne prego.
- FNAC? Che strano nome. E’ forse cirillico?
- In realtà è business. Ma prego, per di qua.
- Diavoli di tutte le Russie! Ma qui c’è una montagna di libri! E’ una cosa meravigliosa, un paradiso, un sogno!
- Eh.
- Come, amico mio: voi forse dissentite?
- Proprio di questo volevo parlarvi. Non esprimerò un parere, per non influenzarvi. Avete ragione, sì, il nostro presente è ricco di libri, milioni addirittura, d’ogni genere e stile. Che sia un bene, vorrei me lo diceste voi. Ecco, guardate, questo è il settore della narrativa.
- Ganzo! |
- Come avete detto? E’ forse cirillico?
- Come no. Sentite, credete che potrei leggere uno o due di questi volumi? Così, per saggiare lo stato della vostra letteratura.
- Questo proprio vi domando, Maestro, che vogliate sondare la solidità, la qualità, lo stato di salute della narrativa contemporanea. Solo che non dovrete leggere un paio di libri, non sarebbe sufficiente. Dovete leggere tutti i volumi che vedete su questi scaffali. E in una notte sola.
- Voi celiate, senza meno.
- Ma le pare che l’avrei fatta venir qui, Maestro, incomodandola in tal modo, per poi scherzare?
- Sentite, bel tomo, neppure sotto il comandante Krivtsòv, nel campo di
Omsk, mi è mai toccato un compito tanto gravoso. Non credo che sia umanamente possibile. No, non lo farei neppure per mille rubli.
- Ne ho giusto con me cinquecento.
- Affare fatto. Ma se devo vegliare tutta notte, avrò bisogno di un samovar capiente e di alcune misure di buon tabacco, ché con me al momento ho solo un po’ di machorka d’infima qualità.
- Avrete tutto, Fëdor Michailovic. Io tornerò domattina, per conoscere la vostra opinione sugli autori d’oggi. Buona lettura, Maestro.
- Eh, ehm…
- Sì?
- Quei cinquecento, sapete, potrebbero già farmi compagnia questa notte stessa, non credete?
- Mmh, meglio di no, ve li giochereste a carte con il guardiano notturno; e voi siete uno che perde forte.
- Be’, che farci? Del resto, me li darete domani.
- Sarà così.
Non riesco a dormire, in questa che sembra una delle Notti Bianche, e mi rigiro nel letto, agitato e insofferente.
La lotta con le coltri ha fine alla prima luce, con un armistizio che viene concordato alle sei.
- Maestro, eccomi di ritorno.
- Mmh.
- E’ stata proficua la nottata?
- Mmh.
- Ma che avete, perché il vostro viso è rabbuiato?
- Vi dirò. La mia notte, come concordato, è stata alacre e insonne. Ma la vostra letteratura, perbacco, quella sì che dorme della grossa.
- Voi dite, eh?
- Possa io tornare ai lavori forzati se non è così. Li ho letti tutti, Mc
Ewan, Foster Wallace, Palahniuk, Eaton Ellis,
Hornby. Per non parlare dei King e dei
Follett. Tutti, insomma.
- Ebbene?
- Sonnambuli. Pallidi manieristi dormienti. Scribacchini in stato catatonico.
- La situazione è seria, allora.
- Letargica, direi. Ma non vedete, non vi accorgete che… Bah, non vorrei sembrarvi immodesto, però…
- Lo so: non c’è nulla, tra tutte le cose scritte oggi; non c’è assolutamente niente, in tutta questa montagna di libri, che non si trovi già in una sola delle vostre righe, Maestro, vostre e degli altri Grandi, scritta prima e indubitabilmente meglio. E’ un sonno nebbioso, questo, che ottunde il senso ai lettori, e li porta a scambiare lepidi sbadigli per capolavori senza pari.
- Temo sia esattamente così. E’ immersa in un tale sonno, la letteratura contemporanea, che questa notte m’è persino sembrato di sentirla russare.
- Ma chi, la letteratura?
- Ebbene, forse in definitiva si trattava del guardiano: ma insomma, ne colga la portata simbolica.
- Mi domando se mai verrà un nuovo Dostoevskij a risvegliarci tutti.
- Forse domani. Ma domani non è oggi, e per l’oggi vi dovrete accontentare del poco che c’è.
- Ma cosa possiamo fare, nel frattempo?
- Piccolo cabotaggio. Rintuzzare la sonnolenza con iniziative di breve respiro, consapevoli del fatto che questa è epoca di nani, e non di giganti. Nani, dico, come questi broker.
- Maestro?
- Sì, intendo, vivaddio, questi… questi… com’è già quel nome strano… ah, sì: blogger (non so, sarà cirillico, suppongo). Ma chi sono, costoro, cosa pretendono? Adesso, addirittura, scrivono libri. Anche loro. Può forse esserci qualcosa di più terribile?
- Temo di sì, Fëdor Michailovic: il sonno della letteratura genera riviste letterarie, ohibò. Ma dunque grazie, Maestro, grazie infinite per avermi finalmente illuminato. Vi sono debitore della vostra arte e del vostro talento.
- E di quei cinquecento rubletti…
- Ah già, ecco. Magari, in alternativa, un bell’abbonamento annuale al Club
degli Editori? No, eh? |