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una sublime
sconfitta
di demetrio paolin |
Quella che sto per scrivere è un’eresia. E come tutte le eterodossie ti fa sentire sotto i piedi piccole lingue di fuoco a solleticarti le piante. A nessuno è mai venuto in mente che tipo di pelle dovevano avere gli eretici? Io l’ho sempre pensata luminosa, come la filigrana di una lampadina poco prima di bruciarsi. Comunque le ciance non fanno parte di questo scritto e quindi scendiamo in
medias res.
“Nel mezzo del cammin di nostra vita”
(Inf.
I, 1).
Chi non ha riflettuto almeno una volta, anche addormentandosi come fa il protagonista della poesia di Gozzano
Dante, su questo endecasillabo? Ho sempre pensato che queste sette parole fossero la nascita di tutta la letteratura. L’inizio della
Commedia è come l’inizio della Bibbia, tiene dentro di sé tutto ciò che c’è stato prima, che c’è e che ci sarà.
L’interpretazione di questo verso è centrale, perché ne va dell’intera comprensione dei successivi 100 canti. Eppure tutti i commentatori,
tutti, non hanno dubbi: con l’incipit della
Commedia Dante evidenzia “il quando” del viaggio, dicendoci che il protagonista ha 35 anni. E siccome il personaggio
in itinere si chiama Dante, ed essendo lui nato nel 1265, è chiaro che l’anno in questione è il 1300. Per corroborare questa ipotesi, solitamente, si cita un passo del
Convivio e alcuni testi dei dottori della chiesa tra cui Alberto Magno, aggiungendo che Dante torna più volte su questa data, soprattutto in
Inf. XXI, 112-4 (mi sembra superfluo dire che il testo in questione è quello stabilito dal Petrocchi), un passaggio in cui si specifica non solo l’anno, ma il mese, il giorno e l’ora.
Questa sovrabbondanza di ritorni sul problema “datazione” mi ha sempre dato da dubitare. Se il primo verso chiarisce tutto, perché ritornarci più volte? Essendo la
Commedia un ordigno perfetto, mi colpiva questa insistenza, come se Dante, scrivendo, avesse immaginato che qualcuno avrebbe potuto interpretare in altro modo quel suo
“nel mezzo…”.
*
Mi sia concessa una sorta di digressione, nelle mie intenzioni lo è, ma – in realtà - niente è digressivo quando si parla della
Commedia. Al mio paese vive un tipo, si chiama Bepi. Lui è stato prigioniero in Libia (questo è vero) e dice che in bici riesce a percorrere 300 km in un’ora (questo no). Nei giorni della prigionia lo hanno lasciato solo con due libri - gli hanno chiesto: sai leggere?, lui ha detto: un po’, e loro hanno riposto: tieni -: la
Divina Commedia e la Vita Nova. Lui ha passato tre anni di carcere a leggere e leggere questi testi. Li ha imparati a memoria. Quando eravamo piccini, lui veniva sulle panchine in piazza e ci diceva: volete che vi racconti una storia vera? Noi in coro: sì. E lui: vi racconto la storia di uno che è andato all’inferno. Noi: allora è un sogno. E lui: ma l’ha sognato così forte che il sogno è fatto vero. Poi iniziava e certe volte faceva confusione: Nel mezzo del cammin di nostra, ne lo quale c’è scritto incipit vita nova… Ma il più delle volte si riprendeva.
*
Insomma io non sono convinto che il primo verso della
Commedia debba essere letto come una coordinata temporale per il lettore, perché questa interpretazione ci priva di tutto il mistero che quelle undici sillabe possiedono, facendolo diventare l’incipit di un articolo di giornale, di un romanzo adolescenziale: tutta quella sorda, strana e violenta potenza del verso si squaglia in una certificazione da notaio.
A ben vedere c’è un’altra possibile ipotesi di lettura, che però, cito dal commento all’edizione Mondadori (quella del Meridiano), “è decisamente da rifiutare”; questa ipotesi – che è ripresa solo da qualche antico commentatore – è che il verso iniziale indichi non tanto il tempo della visione, ma il modo.
Quel nel mezzo può essere interpretato alla luce di un brano dell’Etica
Nicomachea, nel quale Aristotele (filosofo fondamentale e fondante insieme a Tommaso per Dante) sostiene che l’uomo passa la metà del suo tempo dormendo, in sonno. |
Dante, con il suo primo verso, vorrebbe quindi significarci che in sogno ebbe la visione di una selva oscura. Per quale motivo questa congettura sia decisamente da rifiutare, ancora mi sfugge.
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Ma si conceda un’altra digressione. Sempre il Bepi, una sera, ubriaco più del solito, dopo aver raccontato di essere stato un uomo di un metro e ottanta per ottanta chili, ridotto dal tempo – manco fosse la Sibilla Cumana del
Satirycon – alle dimensioni di un omuncolo di 160 cm scarsi dal peso evanescente, se ne uscì con queste parole: in carcere ho passato metà del mio tempo a dormire e l’altra metà ad aspettare di addormentarmi.
Perché Bepi?
Perché così avrei sognato.
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Il verso così come l’abbiamo ereticamente inteso chiarisce al lettore di essere di fronte a una visione; la
Commedia di Dante – oltre ad essere un poema della salvezza, dello stato delle anime dopo la morte (tutte cose che si apprendono dalla lettera a Cangrande della Scala) – è una visione mistica e profetica, visione che – per quanto io non ne abbia mai fatto esperienza personale – non avviene certamente in uno stato. Che Dante si senta depositario di una visione è chiaro proprio nel momento in cui lo nega:
“Io non Enea, io non Paulo sono” (Inf. II, 32), quando si rassomiglia a San Paolo, colui che è stato rapito al terzo cielo, ed ebbe una visione mistica che non raccontò mai.
Questa ipotesi della Commedia come profezia sarebbe confermata anche dallo studio di alcune fonti del poema, come i testi
arabo-mussulmani, che in Dante e l’Islam
Asin Placios ci presenta come sogni o visioni oniriche: il fattore ‘sonno’ non ne sminuisce la veridicità, perché il sogno rappresenta un canale privilegiato tra Dio e il profeta (in questo caso Maometto).
Dante, non bisogna dimenticarlo, pensa che la
Commedia sia il libro a cui hanno messo mano cielo e terra, e quindi – forse influenzato dalle tesi strane, ma molto vive al tempo, di Gioachino da Fiore - si crede l’interprete, l’oracolo, di un tempo nuovo che sta per venire.
Il verso iniziale, quindi, suona diverso: in sonno, Dante ha una visione di una selva oscura. Meglio. Dante ci racconta che in sonno, un personaggio di nome Dante, che somiglia in tutto e per tutto a lui, ebbe una visione mistica; e la selva oscura non potrebbe essere la notte osura di cui parla San Giovanni della Croce?
Una visione destinata a fallire. E per spiegare questa sconfitta si deve fare un salto lunghissimo, di quasi cento canti e arrivare al XXXIII del Paradiso per rendersi conto di come Dante manchi l’obiettivo finale, cioè l’unione con Dio; proprio per questo motivo il Petrocchi parla della
Commedia come un iter ascetico.
E proprio il finale ci smaschera e ci presenta in tutta la sua tragicità
Inf. I, 1.
Dante crede che con la sua lingua, con le sue parole, potrà rendere la visione di Dio, ne potrà dare una visione
intellegibile, ma la sua lingua falla, e balbetta appena una stilla. Quella di Dante è una visione accecata dalla ratio; lui vuole capire, lo sforzo finale è proprio quello capire con l’intelletto, con la ragione, e così si condanna al fallimento di una mancata unione. Solo dopo aver assaporata e compresa questa sconfitta, ci rendiamo conto che quel verso iniziale, in cui Dante sosteneva di aver avuto una visione, era una bugia narrativa, era un piccolo punteruolo messo per tenere unito questo gigantesco atto d’amore e di fede per la poesia, ma - come ricorda Borges - amare è avere fede in dio fallibile, è prepararsi a una sconfitta. E la
Commedia è una sconfitta sublime. |