la monografia - n.1. il sonno

L’editoriale (quello vero?)

pennica stilografica

dello pseudo enzo biagi (*)

Leggo in un'intervista di tal Paolo Mieli a tal Morelli che "un italiano su due dorme poco e male, l'altro ronfa della grossa e il terzo - che con Mieli c'è sempre un terzo in mezzo - cala la palpebra vigile e sonnecchia placido con l'altra spalancata".
C'è chi, per incoraggiare il sonno, legge antologie delle mie rubriche, e c'è chi ricorre ai rimedi di una volta: nel dormiveglia conta le volte in cui ho citato il mio incontro con Eleanor Roosvelt (che si addormentava contando le pecore, ma qui mi ristò prima di entrare in un circolo Escheriano). Michel Tournier, dell'Académie Goncourt, ha scritto un elogio dell'insonnia: "Le nostre notti bianche valgono bene i vostri sogni grigi". Chissà se Veltroni lo sa.
Ignoro l'insonnia: sono tra i pochi eletti che si addormentano anche alla vigilia di una premiazione o di una diretta televisiva, talvolta anche durante. Gustav Meyrink immaginò nel suo "Golem" il robot avanti lettera cui una parola infilata tra i denti conferisce una vita precaria ed esuberante. Dilettante. Io vado avanti da anni a schede perforate, senza perder un'oncia della mia verve narcolettica.
Diceva Aristotile: "Il sonno è qualcosa che serve a conservare in vita gli esseri viventi". Chissà se conosceva Marzullo. O Veltroni.

Di Edison, riferiscono i biografi che gli fossero sufficienti due ore di sonno; del Duce, si narra che non dormisse mai e all'uopo tenesse una controfigura alacremente china sulla scrivania di Palazzo Venezia (ché i romani pigri e indolenti potessero vederlo indefesso). Churchill, invece, in qualunque situazione si trovasse, non rinunciava mai alla pennica. Del sonno del nostro statista di turno, gli agiografi non dicono: credo non pieghi le palpebre per non spiacere al suo chirurgo. Ed ecco spiegato il mio ostracismo dal video.
Alla presentazione del mio volume di memorie senili "Lettere d'amore ai tempi dei casini" Indro mi ricordava che lui, battuti in fretta i tasti giusti, si appisolava beato. 
E che Pannunzio metteva Eugenio a letto la sera presto in una di quelle pensioni in via Veneto. Di me, e non per pudore, non ricordo: di quella scheda perforata si è persa memoria.
Siamo arrivati con certezza a stabilire – ma era noto già a Maimonide, filosofo e medico ebreo del XII secolo - che il sonno occupa un terzo della nostra esistenza. Quello in cui gli altri ci fottono. 
Ma allegri, vi restano gli occhi aperti per piangere. Gli studi hanno anche permesso di accertare che il neonato dorme 23 ore su 24; a un anno scende già a 15 o 16; a otto anni, 10; da adulti 8, da vecchi 4 o 5. 
Poi arriva, per paradosso, l'eterno riposo. Vi sia lieve la lettura.

*****

Questo numero uno inaugura una rivista che, con sprezzo del ridicolo, vi terrà desti parlando anche di sonno. La nascita di questo foglio mi ha ricordato quell'oscuro presagio di Walter Cronkite - narratore del Vietnam e del Watergate, dell'assassinio di John Kennedy e dell'invenzione del Roipnol - "Nella mia vita ho assistito a cose terribili, ma mai come questa. Gli effetti saranno pesantissimi".
Una volta c'era il giornale, poi è venuta la radio, quindi la televisione, infine Internet, e adesso i blog. Io li osservo, immobile, sulla riva del fiume sobriamente arredata da Gae Aulenti.
Hubert Beuve-Mery, il fondatore di Le Monde, diceva a questo proposito: "La radio lancia la notizia, la tv la fa vedere, il quotidiano la spiega". E vende l'allegato. Dacché nessuno ha ancora provveduto, spero che questa rivista si decida a distribuire la mia sinteticamente monumentale Storia del Fatto a fumetti. Uno scrittore russo affermava che "il fatto è la cosa più ostinata che esista sulla terra".
Non mi conosceva.

( * gonio)

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