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il mitomane del sonno
di antonio sofi |
Frasi ripetute sempre allo stesso modo, da anni, espressioni facciali comprese. Una fede incrollabile: io servo. D’altronde il cerimoniere serve. Messa, assist, colazione. Televisione. Un interno chiesaiolo, insieme cupo e luccicante, un sacerdote salmodiante, un tubo catodico. La televisione è un grande rito collettivo. Durkheim diceva che i riti sono azioni non funzionali riprodotti con invarianza, essenziali al fine di stabilire un legame tra membri di un gruppo, e di rassicurarli. Bene. Non funzionali. Invarianza. Rassicuranti. Praticamente sottovoce, o sognando, o una favola.
È li che uno pensa a Marzullo, anche se prima non aveva pensato a Durkheim. Per chi è ancora sveglio, o per chi non ha voglia di dormire. Ci diremo tutto, ma sottovoce. I sogni sono liturgie dell’anima. Favolosi.
Va tutto bene. Va tutto bene, cari amici della notte. Gigi Marzullo è avellinese, ma non parla come De Mita (del quale è amico – c’era un periodo, come ha scritto Beniamino Placido, che bastava essere d’Avellino per trovare posto in Rai). Nato nel 1953, conduce da 15 anni il programma che chiude la sfera lucida della coscienza e del palinsesto di Rai Uno, “Mezzanotte e Dintorni”, ora “Sottovoce”. Marzullo sembra stia lì dove sta da tempo immemorabile, originato per partenogenesi da Mamma Rai, escrescenza tappezziera, stella tra le stelle dello studio lunare. Un conduttore ad armadio: uno che finisce la trasmissione, apri l’armadio, lo sdrai dentro e chiudi le luci. Marzullo è diventato una metonimia televisiva, ormai: sta per “banalità”. È un aggettivo Marzullo. Che ingiustizia! Se ne lamenta nelle interviste, e fa bene. Mi trattano male, piagnucola. Eppure è simpatico, Marzullo. E democratico. A tutti da’ udienza: procaci donzelle, attempati industriali, giovin attori, star affermate e affamate, giornalisti e attivisti, facce note e sconosciute. Percorsi umani e professionali, un modo per conoscere e per conoscerci, per capire e per capirci. Buonanotte, esordisce, a mo’ di saluto. Buonanotte. Una sera di queste gli scappa “sogni d’oro” ed è la fine.
Marzullo è l’officiante del sogno postmoderno del telespettatore. Chi guarda la tua trasmissione, gli si chiede. Chi non riesce a dormire, risponde. Marzullo è la coccola prima di addormentarsi, la favola sempre uguale, virgola dopo virgola, pausa dopo pausa. Un piccolo universo bunkerizzato quando un giorno, vista l’ora, è appena finito e un nuovo giorno è appena cominciato. Marzullo è un padre un po’ coglione che da piccino ti pare un eroe. Buonanotte, cari amici della notte – e ti rimbocchi le coperte. Niente potrà sorprenderti, d’ora in poi.
Marzullo ha questa voce che sembra parlare con i puntini. Non parla, puntineggia. I puntini – una pausa sospensoria, un richiesta di completamento, una supplica di comprensione. Se Marzullo non facesse domanda alcuna, gli ospiti risponderebbero ugualmente. Tanto sanno già, un secondo dopo che ha aperto bocca, come va a finire. Cappuccetto Rosso incontra il lupo cattivo. Si sa già. Marzullo. Dal capello perennemente incravattato (ciuffo con nodo Windsor), il completo grigio nebbia e la montatura degli occhiali colorata, l’ineffabile paretico sorriso e una gestualità a movimenti lievi, oscillanti, ipnotici. Non approva, non dissente: scandisce le pause e passa all’altra domanda. Accenna. Dietro di lui tenta di nascondersi, sconsolata come una martire, Giovanna bellaebrava Bizzarri. Prima o poi si sbaglia, le da’ della “intelligente”, e le femministe smetteranno di sentirsi fischiare le orecchie mentre dormono.
Sbaglia chi pensa che quello di Marzullo sia un programma trash. Non c’è niente di meno trash di “Sottovoce”. Il trash non sopravvive al tempo, estemporaneo fulgore di stagione. Il vero trash è come la gloria per gli artisti – si realizza appieno solo a posteriori. |
Marzullo è puro voyeurismo. L’incantamento fanciullesco che ben conoscono i produttori di porno: di tetteculi non c’è rischio di annoiarsi. Tutto sembra uguale, ma è solo simile, razza di insensibile che non sei altro: la poesia si nasconde nel minimo scarto di capezzolo tra pose affini. Tutto, insomma: a patto che sia ripetitivo. Stesse domande, stesse risposte. Trova-le-differenze come nella settimana enigmistica. Di nuovo il rito, la liturgia, la cerimonia. Dalle risposte è escluso l’inaspettato, tutti si preparano. Rassicurazione: dormi figliolo. Dormi e sogna. Un mondo in cui tutti ti faranno le domande che t’aspetti.
Marzullo è un sogno, e il sogno lo prende sul serio. Marzullo prende tutto sul serio. Dopo aver chiesto a ciascuno dell’importanza dei sogni fuori dal contesto fisiologico del sonno, passa a chiedere quale sia il sogno ricorrente che l’intervistato fa ad occhi chiusi, cioè quando dorme. La vita è un sogno o i sogni aiutano a vivere meglio? Povero Calderòn de la Barca.
Qui fa ingresso la telefonata della psicanalista. Esordisce anche lei col “buonanotte” e anche lei in tono neutro, senza ironia, come se fosse del tutto abituata ad usare un “buonanotte“ come saluto ordinario dopo la mezzanotte. Il resto d’Italia che gravita al di fuori dello Studio Televisivo, e le sue consuetudini condivise e millenarie, semplicemente cessa di esistere. Quel “buonanotte” è la palpebra che si chiude, la realtà che evapora.
Quasi tutti sognano di cadere o di volare, qualcuno torna bambino, qualcun altro ritrova dove ha messo le cose. Nessuno sogna i numeri al lotto, nessuno di fare l’amore. La psicanalista psicanalizza nel giro di un minuto. In sottofondo il jet in cui viaggia lo spirito di Freud rompe il muro del suono e scompare all’orizzonte. Avrebbe di che odiare quelli che dicono che non sognano. Gli sfilano il misero ruolo come uno sgabello da sotto il sedere. E invece no: risponde calma – è solo che non si ricorda quel che si sogna. Forse perché si sogna quel che si ricorda, penso io.
La vita è un sogno o i sogni aiutano a vivere meglio. Tutti che nicchiano, convinti che sia oltremodo eroico resistere a cotanta banalità. Poi arzigogolano, si sono preparati la risposta arguta a casa e la vogliono dire tutta, come poesia mandata a memoria. Che la vita sia un sogno non lo dice nessuno. Ogni volta, a me pare, Marzullo ci resta male. Se potesse, lui,
Marzullo, farsi una domanda e darsi una risposta, non ho dubbi. Si farebbe quella, di domanda, e risponderebbe che, sì, la vita è un sogno, maledizione.
Nessuno che obietti veramente alla domanda, al di là del gioco della ritrosia o della finta sorpresa. Tranne una. Charlotte
Rampling, che iddio la benedica e ce la preservi nel delizioso distacco dalla programmazione nostrana, intervistata in occasione del Festival del Cinema di Venezia, non avendo mai visto in vita sua la trasmissione di Marzullo e quindi del tutto estranea al legame pavloviano che tutti hanno col rituale, ha chiesto che senso avesse la domanda.
Che.
Senso.
Avesse.
La.
Domanda.
Mi è parso di notare un lieve cedimento nella struttura spazio-temporale dell’universo conosciuto.
Marzullo ha sbandato leggermente, come foglia mossa da un colpo di vento. Poi si è ripreso, come se nulla fosse accaduto.
La vita è un sogno, maledizione.
E nessuno che lo dica mai. |