cose dall'altro mondo

uno e molti

di domenico ventra (india)

Io e la solitudine abbiamo sempre avuto un ottimo rapporto. Ho sempre pensato che i momenti di solitudine rappresentassero per lo spirito ciò che una dieta rappresenta per il corpo, per cui mi sono sempre impegnato per riuscire a trovare ritagli di tempo per stare da solo. E con il termine “solo” non intendo isolato da mondo. Si può essere soli in mezzo a milioni di persone e osservare, annotare sensazioni, registrare odori senza interagire con nessuno.
Dopo i primi giorni vissuti in India, con la prospettiva di trascorrervi molti mesi, ho pensato che questo sarebbe stato un lungo periodo di dieta. Ma si sa, una dieta presuppone costanza e attitudine a coltivare abitudini. Caratteristiche che non ho mai avuto, se non nell’ostinarmi a cercare la via energeticamente più economica per fare le cose. Per cui ho creduto che qui avrei speso poche energie per poter starmene da solo, e che anzi avrei dovuto impegnare buona parte del mio tempo per cercare di instaurare rapporti con altri esseri umani. Avrei avuto relazioni con persone sconosciute, parlato una lingua che non mi avrebbe permesso di esprimere concetti complessi, vissuto senza il frastuono della tv e senza le voci cicaleggianti degli spot pubblicitari.
Adesso risulta evidente che mi sbagliavo. I miei sforzi per trovare attimi di riflessione si sono quintuplicati.
Chennai è una città di sette milioni di abitanti dove ormai si vive ben al di là della soglia di sostenibilità. La sopravvivenza non è un dato di fatto, non è data per scontata ma è una delle tante possibilità, e io vengo spesso visto come un’opportunità. Qualcuno mi ferma per strada chiedendomi il numero di telefono perché ha bisogno di un’improbabile traduzione dall’inglese all’italiano, altri cercano di vendermi qualcosa, altri ancora mi fermano apparentemente solo per chiacchierare o per offrirmi la loro disponibilità a risolvere qualunque mio problema. I guidatori di rickshaw fanno a gara per avermi come cliente, alcuni perché sanno che valgo qualche rupia in più, altri per scaramanzia, perché credono che la mia presenza a bordo del loro rickshaw sia di buon auspicio.
A questa situazione va aggiunta la predisposizione degli indiani ad essere servili.
Non posso più avere il piacere di stare a tavola con amici senza avere un esercito di camerieri che osserva e prontamente interviene quando c’è un piatto da portare via o un bicchiere da riempire.
Per i primi giorni, quando arrivavo in ufficio, gli uomini che stanno di guardia all’ingresso si alzavano in piedi al mio passaggio. Ho trovato il coraggio di dirgli che potevano anche stare seduti e credo di avergli dato un dispiacere.
Neanche il bagno è un luogo di privacy. La notte di capodanno l’ho trascorsa in un hotel a mille stelle. Prima di cena chiedo dov’è la toilette e mi avvio. Un uomo di servizio mi insegue quasi correndo per aprirmi la porta del bagno. Faccio per lavarmi le mani e mi apre il rubinetto dell’acqua, mi volto sulla destra per prendere il sapone ed è ancora lui a premere il pulsante dell’erogatore, sempre lui a chiudere il rubinetto e a darmi un asciugamani. Gli ho dato 10 rupie ringraziandolo per essersi astenuto dal “tenermelo” mentre pisciavo.
Tutto ciò mi distrae dal contesto e limita le mie possibilità di osservazione e di riflessione. Inoltre mi induce a tentativi di omologazione. Per non essere oggetto di attenzioni particolari cerco in qualche modo di confondermi con gli altri, magari provando a mangiare con le mani o pronunciando qualche parola in tamil. E non so se questo è un bene. Potrei lentamente rinunciare alla mia condizione di “osservatore straniero”, ma il fatto di essere cosciente del rischio spero che non mi faccia abbassare la guardia.
Certo è strano pensare che in questo momento sono alla ricerca di quell’anonimato che normalmente ognuno di noi fa fatica ad accettare. All’improvviso non sono più “uno dei tanti”, e tutto sommato questa condizione non mi piace. Mi fa sentire “solo” nei rapporti con moltissime persone, e nel contempo non riesco a stare con me stesso, faccio fatica ad osservare, riflettere e metabolizzare. Sto parlando di una situazione in cui non riesci a essere né con gli altri, né con te stesso. Sto parlando di questa solitudine, una solitudine da scacciare, da tenere lontana. 

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