contrAppunti

era una notte buia e tempestosa

di infandum

Sono nata in una notte di nebbia e luna piena. La penultima a vagire di 18 neonati, di cui 17 femmine. Un incipit da B-movie, la mia effettiva vita, con mio padre che sfreccia verso l’ospedale S. Anna con a fianco mia madre tutta un lamento e il cane sul sedile posteriore che abbaia come un forsennato, con la testa fuori dal finestrino. Due poliziotti che li fermano (dove va con tutta ‘sta fretta?) e poi sentono mia madre che recita tutto il rosario e credono sia aramaico, dato che la mia testa che pretende di scendere lungo la sua cervice sembra ispirarle nuovi fonemi, ma poi s’avvedono che semplicemente smadonna come un facchino di Porta Po. Si convincono dell’urgenza della situazione (e del piglio poco amichevole dei canini aguzzi del passeggero a quattro zampe), s’offrono di fare il bue e l’asinello nella grotta e di accompagnarli all’ospedale.
Incipit da B-movie, ma di buio soprattutto. Come quello imposto dal temporale, dall’asciugacapelli nella vasca da bagno, dal killer sagace che circonda la sua vittima di oscuri e mortali tranelli. E come quello dei cinema, appunto. Una salamoia di respiri e capelli in cui fluttuano biascichii e risatine, singhiozzi e similitudini, in cui crepita il sacchetto dei pop-corn e barrisce stonante la bibita in esaurimento, una salamoia che sembra il brodo di plancton di cui si nutrono enormi e sconsiderati, nella mole, i cetacei.
Tuttavia è difficile immaginare tanta densità di piscina, accoccolata e ruminante, non esponendola alla scia polverosa del proiettore, non catapultandola sul tappeto elastico dello schermo. Senza vincerla in poltroncine azzurre o rosse, mentre piroetta o s’accascia ferita.
O s’ammala di claustrofobia ridicola, come quella volta che andai a vedere Jerusalem, di August, e la prima fila che, di quasi esaurimento m’era toccata in sorte (son nata con due settimane buone di ritardo e puntuale non sono d’indole), mi schiacciava contro immagini che mi prudevano, sarebbe stata nulla, se proprio sotto lo schermo non vi fosse stata piazzata, verde e invitante, la scritta “uscita di sicurezza”.
Oppure, quando, sempre nella stessa sala, passa la scena, che direi esser di Kika, in cui un uomo si masturba alla finestra di un palazzo. E quel genio di Almodovar dissipa nel vuoto quasi l’intero orgasmo, ma ne lascia cadere giusto un poco sul viso di una donna in tenuta sado-maso che dalla strada guarda in alto. E, lì, sentire tutti gli spettatori irrigidirsi, montare in sussurri di che schifo, toccarsi la guancia un poco appiccicosa di sperma. E riderne (imbarazzati comunque) alla fine; mentre immaginavo cosa sarebbe stata un’esperienza del genere, se si fosse potuta rieditare in uno di quei cinema come lo Splendor, dove quarant’anni fa e più, gli spettatori ci fabbricavano le loro domeniche pomeriggio e il film era rito di commento collettivo e sigarette, dove ciò che s’accampava sullo schermo era sostanza da rimodellare lì sue due piedi in battute e ghignate. Ma non solo.
E proprio allo Splendor ogni tanto chi s’occupava della proiezione, si sbagliava e invertiva i tempi, sicché alla fine del primo, scorrevano i titoli di coda e l’eroe senza macchia e senza paura, morto, risorgeva ingenuo e meraviglioso all’inizio del secondo, giusto dopo i titoli di testa.
Davanti a un centinaio di persone (ché lo Splendor era cinema di paese, perso tra le nebbie della bassa ferrarese) che si chiamavano per nome e insultavano la sorella di chi maneggiava le pizze, tanto per dire.
Ma io non l’ho fatto mai un cinema così, son passata piuttosto attraverso lo sconsiderato atteggiamento di fottermi ore in una sala dove d’obbligo s’assisteva a un film russo con i sottotitoli in olandese e se n’usciva orgogliosi di ciò che non s’era capito. E basta. Ma quella era l’età dove le cose s’avevano da vedere, più tardi ho scoperto che arrendersi a Come le foglie al vento di Douglas Sirk era un omaggio al cinema, onesto e dovuto, al pari di quello che va tributato a Toro scatenato, per intenderci.
In un pomeriggio d’afa ferrarese mio nonno era rannicchiato davanti alla tv a guardare un tappa di Pirenei al giro di Francia. I ciclisti s’arrampicavano di fatica su tornanti battuti da pioggia e nebbia, da quasi un’ora. A un certo punto mio nonno s’è alzato e s’è infilato una giacca. Io sudavo e lui batteva la dentiera. Poi la sigla dell’eurovisione l’ha riportato alla sua stanza calda, ha distolto gli occhi presbiti dalla tv e li ha rivolti alla finestra: non piove più, ha detto. Qui, non piove da una settimana potevo sottolineare, ma rimasi in silenzio. Lo stesso che pretendo per me, quando le luci della sala s’accendono (preferisco i cinema dove il buio è sopraffatto graduatamente) e dalla stazione orbitante intorno a Giove devo scendere per prendere la macchina e tornare a casa.
Non so cosa sia il cinema d’evasione o d’avanguardia o d’autore, ché io i film li so dividere solo in belli e brutti, a mio tracotante e inderogabile giudizio.
Mi rammarico solo di non aver potuto vedere Via col vento al cinema Splendor (che ne sarebbe stato di Melania Hamilton?), e di non aver dato man forte a Emme il Pazzo, quando una sera s’è alzato dalla sua poltroncina e rivolto a Depp nella Nona Porta, ha detto: ma non dire cazzate.
Ecco.

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