contrAppunti

paso doble

di noeyalin

Sono uguali. E diversi insieme.
In lontani incontri si sono sfuggiti con sguardi affascinati. 
Lui se la guardava con gli occhi, allora. Lei faceva la vaga con un distratto sfiorargli le guance e il cammino.
Si può dire che lei l’abbia preso per le orecchie. Oggi lui si riempie di traiettorie di suono ovunque, non è mai abbastanza. E lei in questo non manca mai. Può essere stato all’angolo di qualche strada, fuori dalle finestre di qualche casa dove qualcuno suonava un piano, di certo in qualche piazza un po’ nascosta, dove lui andava, sismografo dei segni scanditi dai sanpietrini. Lui a volte è stato male per quella musica che lei gli faceva sentire. E’ che suonava troppo forte per il suo battito, troppo a tempo con certi asincroni di cuore.
Così ormai dura da anni.
Lei soffia addosso odore di gelsomino immaginario – che gelsomini d’intorno non ce ne sono – a primavera. Lui l’avverte nelle notti fonde e poi si lascia ad asciugare di mattina troppo presto.
D’inverno lei è sempre più lunatica. Si spacca di giorni gelidi. Allora diventa più bella, spacciando negli angoli più reconditi un giallo che scalda finto, mentre tutto pare così fermo che a lui sembra di muoversi solo, in mezzo all’artica routine di gente d’ordinanza. Lui, tra quelli che corrifafreddo, trova la calma indiana di un giorno con una preghiera dentro.
Lei si fa più dolce e succede che una mattina, andando a lavoro, gli accarezza di sbieco una mano, trovandola in mezzo a tante su un autobus, respirando di una luce morbida e che non riempie troppo come l’aria di quelli che hanno fiato lì dentro.
Può capitare di incontrarla, lì. Lui questo lo sa: talvolta i corpi che la camminano e la abitano, stretti contro un giorno da sottozero quasi non dispiacciono al contatto. Sono loro che lo hanno liberato, in fondo. Rendendolo sconosciuto in mezzo alle strade, alle fermate, alle mappe e ai mille dove che non sa.
Ma se lei si mette quel vestito e gli inscena un cielo giallocra carico d’acqua che non cadrà, allora lui fa presto a sporcarsi l’orlo dei pensieri con un lieve bruciare d’angoscia che non si spiega.
Allora lui si fa pesante dalla testa in giù e tenta di ingoiare un po’ di felicità, per gonfiare la voce “entrate di giorni sereni” in chiusura della contabilità di fine mese. 
Si fa scontrosa lei, gli incasina i vestiti e le scelte e lo lascia qualche giorno così, che neanche sotto la doccia bollente riesce a sentirsi bene: a disagio e spaesato dietro la tendina di plastica con tutti quei centimetri di pelle da strofinare, a schiumare e asciugare le gambe, la pancia e il senso della giornata appena finita.
Si rincontrano sempre: lui ritrova la quiete al buio, che lei gli mette su una pioggia di quelle che sono una cosa seria, che scroscia e lava per tutta la notte. Stremato lui sta in silenzio a sentirla parlare di cose che solo lei – così aerea e grande – può aver visto, un po’ come la luna. In realtà non si parlano mai di parole. Si ascoltano ascoltarsi. Ecco perché tra loro non finisce mai.
Tra poco sarà di nuovo estate. Cominceranno a danzare e sarà lei a scegliere i passi, a scandire il ritmo sul suo asfalto ancora fresco, la mattina a luglio. Lui si lascerà scolpire ancora di un senso che già conosce, affioreranno più nette le sue linee e qualcosa cambierà anche lassù in alto verso la mente, più contorni ci saranno nelle idee, luce sui percorsi che l’anima già sa, senza i nomi delle vie, senza vedere “allaprossimagirareadestra”, senza volti da studiare da sorridere da girarsi di là. 
Per qualche alba a settimana lui le concede di dettare le sue leggi, di scorrere rasente i muri senza pensare, di segnargli come con la bacchetta d’un maestro d’orchestra i suoni dei piedi, del respiro e degli occhi. Lungo la sua corsa.
Sono così: capita che piovano insieme, grondando vita dai capelli troppo lunghi. Capita che passeggino l’uno dentro l’altra scambiandosi qualche improvviso mutismo. Capita di pensare che addirittura si amino.
Sono uguali. E diversi insieme.
Lui, il mio corpo. Lei, la Città.

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