contrAppunti

cailloux, ciottoli

di urlando furiosa

“Aiutatemi a trovare il mio bambino” era scritto in blu su fondo bianco vicino alla foto di un bel ragazzino biondo e a un numero di telefono.
Quell’appello lo aveva appiccicato ovunque, soprattutto intorno al porticciolo.
Era passato più di un anno, ma a quei manifesti non era consentito sbiadire. Li sostituiva prima che impallidissero.
I pescatori della zona lo aiutavano, chi reggendogli la colla, chi dando una ruvida carezza al cartello, con la scusa di fargli fare più presa sul muro, mentre si chiedevano se non fosse il caso di farlo ragionare e togliergli quell’illusione.
Già. Perché il suo bambino non poteva essere trovato. Era annegato proprio lì, un pomeriggio di fine estate.
Quel giorno sventurato lo aveva portato al mare, come tante altre volte da quando si era separato dalla sua mamma.
Lui pescava sugli scogli e il figlio cercava i sassi.
Erano la sua passione. Ne scovava di tutte le forme.
Ormai non c’era più un ripiano libero nello scaffale della sua cameretta e i suoi pezzi più curiosi li teneva sulla scrivania dove faceva i compiti. Gli piacevano nudi, non amava trasformarli. Sosteneva che, dipinti, i sassi perdessero dignità.
Mentre il padre, rivolto verso il mare, aspettava che qualche pesce distratto abboccasse alla sua lenza, sentiva dietro di sé il figlio parlare da solo. Oltre ai gridolini che accoglievano il ritrovamento di un sasso speciale, sembrava quasi dialogare con qualcuno.
Una volta, stretto contro di lui sullo scooter, aveva avvicinato il viso all’orecchio del padre e gli aveva confidato un segreto: sulla spiaggia si aggiravano dei folletti che nelle notti senza luna fabbricavano i sassi ,e lui li conosceva tutti: era Glub che disegnava i simboli sui ciottoli più scuri. E Pluff li metteva in equilibrio uno sull’altro sulla riva del mare, creando misteriose sculture. Blub invece si divertiva a creare figure strane, mentre Splunf era specializzato in “quelli a forma di faccia”.
Ormai complice di quella rivelazione, gli capitava spesso di sentire il bimbo esclamare: “ecco, vedi? questo lo ha fatto Splunf!”.
Quello stramaledetto pomeriggio la spiaggia si era svuotata presto. Colpa del vento e della mareggiata. Quando aveva finito di raccogliere i suoi attrezzi da pesca si era voltato e suo figlio non c’era più.
Lo cercò, lo cercò, lo cercò via via con disappunto, irritazione, preoccupazione, inquietudine, ansia, tormento, disperazione, sgomento, angoscia, sconforto, intervallati da una speranza inesauribile… ma era scomparso, dissolto, svanito, volatilizzato.
A niente valsero le ricerche, condotte per mare e per terra. Il suo corpo non fu mai rinvenuto.
Ogni giorno, con ogni tempo, tornava alla spiaggia.
Mentre i carabinieri indagavano e archiviavano l’ipotesi di un rapimento, lui aveva perlustrato tutti gli anfratti, le grotte, le cavità dei fondali circostanti, alla ricerca di una traccia qualsiasi.
Esplorato il mare, aveva preso a setacciare maniacalmente la spiaggia. Ogni rientranza, ogni insenatura, ogni roccia, ogni sasso.
Ogni sasso. 
Ormai li conosceva uno per uno. E li riconosceva.
Era incredibile la varietà e la bellezza di quegli oggetti. Sembrava che qualcuno li creasse appositamente per farglieli trovare.
Certo. Glub, Splunf, Pluff, Blub…
Seduto in mezzo ai sassi, parlottava da solo. Come faceva il suo bambino.
Fu questo ad attirare l’attenzione di un uomo che camminava lentamente e con la testa china, poco distante da lui.
Lo sconosciuto si avvicinò per mostrargli il suo bottino e gli chiese: “ha mai visto niente di più perfetto?”.
Lui sollevò lo sguardo lentamente fino alla mano che gli veniva tesa. Stringeva un pezzo di legno, come fosse un trofeo.
“E’ un’aragosta?”
“Certo! Vede le chele? E le antenne? Non è incredibile?”
“E’ proprio bella. L’ha trovata qui?”
“Sì. Laggiù, vede?” indicò con l’altra mano un punto indefinito. Il viso di quell’uomo rugoso era serio, ma i suoi occhi brillavano di una luce vivida. “Lei ama i sassi, vedo” proseguì.
“Sono loro che amano me. E mi trovano”
“Capisco benissimo. E’ quello che succede con i miei legnetti. La gente comune ci prenderà per matti, ma provo pena per chi in un pezzo di legno non vede che un relitto o una radice. Sa cosa ci faccio, io, con questi?”
“Li dipinge?”
“Non proprio. Aggiungo solo piccole pennellate vivificatrici: un occhio, una piuma, una zampa. E così i miei legnetti si trasformano, animandosi”
“Strano. Di questo non mi aveva parlato”
“Chi? Di cosa non le aveva parlato?”
“Il mio bambino. Non ricordo che mi avesse parlato del folletto dei legnetti. Vede questo sasso a forma di cuore? Lo ha fatto Blub. E sa chi ha disegnato questa X? E’ stato Glub. Poi c’è il folletto delle pietre in equilibrio e quello dei sassi antropomorfi, quelli con le facce, per intenderci. Ma di quello dei legnetti non ne so niente.”
“E’ interessante questa visione del mondo. Il suo bambino ha una bella fantasia”
“Già… Una bella fantasia… Il mio bambino… Lo conosce? Eccolo là” indicò con il naso, volgendo la testa verso il manifesto incollato alla parete azzurra del piccolo bar alle loro spalle.
Negli occhi del rugoso sconosciuto per un istante si spense la luce, ma si riaccese subito, accompagnata da un sorriso triste.
“Mi piacerebbe farle conoscere i miei amici”
“Chi sono?”
“Persone come noi. Uno scrive poesie e le nasconde nelle crepe dei muri lungo la Via dell’Amore alle Cinque Terre. Una tratteggia a matita espressioni e dettagli sui sassi con le forme di visi e li abbandona nei sentieri di montagna. E l’altro spacca le pietre più grosse per facilitare il compito del mare, che a quel punto deve solo levigarle e restituirle al bagnasciuga”.
“Sono certo che mi piaceranno, i suoi amici” borbottò afferrando quella mano che lo aiutava a rimettersi in piedi.

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