contrAppunti

una storia di tutti i giorni

di lagradisca 

Questa è una piccola storia, ed è una storia di tutti i giorni. Questa è la storia della piccola Gaia, nome più che mai indovinato. La piccola Gaia era una bambina felice e spensierata, che cresceva nella periferia di una grande città. Era sana, libera e non aveva paura di niente, neanche del buio. Avete mai vissuto nella periferia di una città industriale? Si sta bene, ci si diverte, si hanno tanti amici e in media una volta l’anno si grida al maniaco. Mettete pure a riposo la vostra fantasia, parlo di quello classico: giovane, fisico asciutto, impermeabile slacciato e mani in tasca.
Gaia giocava con le bambole quando il suo corpo le fece uno scherzetto. Sembrava fatto di umida creta: crebbe, si ampliò, si allungò, spuntarono scomode protuberanze. Scomode per correre, ad esempio. Lei non se ne sarebbe neanche accorta, se nuovi occhi non avessero cominciato a guardarla insistenti proprio dove l’artista aveva plasmato giovani dune. La natura fa il suo corso, l’umanità ne subisce il fascino, a volte i capricci, ma alla fine ci si adatta, sempre. E’ una questione di sopravvivenza. Così anche Gaia cominciò ad apprezzare il cambiamento, facilitata anche dal fatto che quasi tutte le sue amiche l’avevano raggiunta. Era maggio, e come spesso accadeva in primavera, quasi tutti gli anni, per qualche giorno si sparse la voce che girasse per il quartiere un maniaco. La cosa più che disgustosa era intrigante, così pensavano un po’ tutti. In effetti la voce girava, ma non si riusciva mai a trovare chi l’avesse visto di persona, e in più dai passaparola che si coglievano, sembrava che il tipo fosse un esibizionista e null’altro. 
Diciamo la verità, le ragazzine non lo temevano, in gruppo si sentivano forti, e dunque avrebbero voluto incontrarlo: per avere qualcosa di terribile da raccontare, per sentirsi al centro dell’attenzione, per vedere la mercanzia. Gaia non era ancora arrivata ad avere delle curiosità personali, non le interessavano molto i ragazzini, non si era posta domande sull’amore, né tanto meno sul sesso. Ognuno ha i proprio tempi, e lei per ora era lo zainetto della compagnia, andava a traino, per non sentirsi esclusa. Così un giorno, alla fermata dell’autobus che prendeva tutti i martedì per andare in piscina, le sembrò naturale abbassarsi all’altezza del finestrino dell’auto di un signore che le chiedeva indicazioni per l’aeroporto. Certo le sembrò strano quello che vide, sicuramente non pericoloso, piuttosto bizzarro. Il signore teneva in mano un grosso wurstel. A Gaia veniva un po’ da ridere e si chiese perché mai una persona dovesse andare in giro in macchina accarezzando un wurstel appoggiato in mezzo alle gambe. Lei gli diede le indicazioni per l’aeroporto, lui si offrì di darle un passaggio, visto che non era di fretta. Gaia sentì un brivido gelido percorrerla, non sapeva perché, anzi sì, era quel modo di respirare, il fiato che faceva uscire dalla bocca del signore mezza parola per volta. Arrivò l’autobus, Gaia ci volò sopra. Non sapeva di aver incontrato il maniaco, eppure non raccontò a nessuno quello che le era successo.

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