contrAppunti

cambio

di adrix 

Il direttore Mazzei, all’altro capo del filo, era piuttosto concitato.
- “Professore! Finalmente riesco a parlarle! Mi trovo costretto a sollecitarla, scusi se vado dritto al nocciolo… deve scrivere almeno seimila battute entro questo fine settimana, altrimenti saremo costretti a rescindere il contratto.”
- “Se non le arriva nulla entro giovedì, consideri pure chiusa la nostra collaborazione, Direttore. In questo periodo mi sto occupando di parecchi lavori contemporaneamente, e temo di non poter far fronte alla scadenza fissa di un contributo alla sua rivista.”
- “Mi spiace tantissimo, Professore. I suoi contributi sono stati fino ad oggi vero e proprio fiore all’occhiello del nostro prestigioso settimanale. Come ricorderà, secondo i termini del nostro accordo, è sua libertà interrompere la collaborazione in qualunque momento, ma sono davvero… costernato, non trovo parole per esprimere il mio rammarico.”
-“Se eventualmente dovessi trovarne il tempo la chiamerò immediatamente. Per ora, arrivederci.”

Mentiva. Il Dottor Professor Belardi, impegnatissimo e richiestissimo ovunque, autore di torrenziali best seller che spaziavano dalla fantarcheologia alla confutazione dei fondamenti scientifici del magnetismo animale, apprezzato editorialista, arguto commentatore, insigne studioso, dotato e spettacolare conferenziere, forse a causa del suo lunghissimo percorso - ammetteva tristemente a sé stesso - aveva finito la benzina. 
Ne aveva abbastanza, si era stufato, non ne poteva più.
Si ritrovava ultrasessantenne, stanco e frustrato, circondato da migliaia di libri che una volta aveva amato, disgustato e scettico circa qualunque accidente di argomento purchessia.
Grazie all’enorme mole di lavori pubblicati, il professore era dignitosamente ricco; tuttavia non aveva la minima idea di quanto. 
Afferrò ancora il telefono.
- “Marcello? Sono Graziano Belardi. Sì la famiglia va bene, e voi? Non ci vediamo da quella cena da Sgalbiati, favoloso quel Barolo. Senti, io non so nemmeno dove si trovino gli ultimi estratti conto. Mi faresti la cortesia di dirmi più o meno di quanto dispongo in liquidi? Va bene, aspetto… Pronto? Dimmi, ti ascolto. Circa un milione e settecentomila euro liquidi? No, lascia stare investimenti e accrocchi vari. Che ci devo fare? Spenderli amico mio, spenderli. Ci vediamo molto presto, ciao carissimo.”

Spenderli. Un famoso sportivo americano aveva dichiarato una volta che c’erano solo due modi di usare i soldi, uno spenderlo in donne, alcolici e divertimenti, e l’altro di sprecarli. Il professore decise di sprecarli. 
Avrebbe impiegato la sua ragguardevole anche se non colossale fortuna, viaggiando non verso destinazioni necessarie, come fino ad allora aveva fatto vagando in giro per congressi, fiere letterarie e conferenze, ma andando per andare, come aveva sentito in una canzonetta dedicata ad Ulisse, e col fermo proposito di trascorrere metodicamente almeno quattro settimane in ciascuna località raggiunta dal suo girovagare senza meta. 
Ancora non lo sapeva, ma non sarebbe riuscito a mantenerlo, il suo proposito.

In un angolo del suo studio un grosso mappamondo luminoso, trascurato quasi dal suo ingresso, venne acceso per il più banale dei giochi-col-mappamondo. Una spinta. Come gira veloce! Emisfero Sud o Nord? Sudnordsudnordsudnordsud tùmp. L’indice si fermò.
Madagascar. 
Ma-da-gà-scàr. Lemuri. Oceano Indiano. Tananarive?… Antanana na na nana rivo. Arrivo. Quanti “na” ci sono nel nome di questa città. Non so un accidente del Madagascar. Un posto del quale non so niente o quasi. Bene.
Un breve giretto su Internet rivelò al professore che il Madagascar soffriva dell’eredità pesante della cleptocrazia (“governo dei ladri istituzionalizzato, avrei pensato ad una definizione scherzosa ma tu guarda”), che si trattava di un paese poverissimo, che la grande isola, da sola, era la casa del cinque per cento delle specie terrestri conosciute.
In pochi minuti era diventato curiosissimo ed entusiasta di un mondo estraneo ma raggiungibile e qualche settimana dopo, avendo sbrigato freneticamente le pratiche per il viaggio, dopo aver salutato in una mesta cena al ristorante l’ex moglie ed essersi accomiatato dai figli in una cena invece memorabile anche per le garbate prese in giro che loro e i nipoti avevano voluto dedicargli, il professore partì.
Incontrò molto più di quanto avesse mai sperato. La natura, in lussureggianti manifestazioni che pensava ormai non esistessero più o che fossero mere invenzioni letterarie; una miseria materiale e una ricchezza umana che lo stordivano ogni volta che si guardava intorno o che stringeva rapporti con le persone con le quali si trovò a vivere e a collaborare nelle imprese più svariate. Smentendosi ancora una volta, il signor Belardi, accantonati i suoi propositi di girovago metodico, si trattenne per più di due anni in Madagascar. Fece l’infermiere volontario negli ospedali per quasi un anno, organizzò scuole, diede una mano dove poteva.
E nel frattempo si rese conto che l’idea con la quale aveva cominciato a baloccarsi dopo pochi mesi non era solo sua. Era un’idea che aveva iniziato a spirare, travolgente come un monsone, per tutta l’Africa, era tutto sommato un’idea vecchia, una bella idea antica, un’idea che funzionava ancora, che lo faceva sentire umano e vivo come mai.
Dal Madagascar si spostò ancora, restando sempre in Africa, con esperienze lunghe come quella malgascia, e intanto lavorò, lavorò con le mani e con la mente, e parlò. Parlò con ricchi, con poverissimi, con neri e biondi, con bambini e vecchie, mandriani e minatori, contadine e prostitute, soldati e banditi.
Per anni lavorò soprattutto con persone che come lui erano state travolte dalla vecchia idea ritrovata.
E undici anni dopo la sua partenza dall’Italia, un anziano signore segaligno e molto abbronzato, dall’aspetto europeo, che si faceva chiamare B’alardarivo, era accanto a Bahira Nardhai quando la futura Presidentessa pronunciò al Palazzo di Vetro il discorso costitutivo dell’Unione Nazioni Sorelle d’Africa, che come tutti ricordano segnò l’inizio dello spostamento verso il Sud del mondo del baricentro economico mondiale.

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