contrAppunti

un tranquillo signore di mezza età

di trespolo 

“Buongiorno, cerco il Signor Vincenzo Trespolo”.
E’ un uomo sulla cinquantina, cappotto, un metro e settanta, capelli brizzolati. Almeno questa è l’immagine restituita dalla telecamera a controllo dell’ingresso e che parte, silenziosa, in sincronia con il campanello di casa.
“Sono io, mi dica”. Cosa vorrà? Non sembra il solito venditore e nemmeno un predicatore da fine settimana. Quelli lavorano sempre in coppia.
“Dovrei, dovrei parlarle…”, parole e voce si spengono. Lo osservo nel monitor e non posso lasciarlo lì fuori, in piedi e al freddo.
“Le apro, entri pure. In fondo al vialetto a destra, scenda i gradini. L’aspetto”.

Lo vedo sbucare da dietro la magnolia che copre l’ingresso. Osserva attento ogni dettaglio e muove lentamente gli occhi accompagnandoli con la testa. Mi presento.
“Buongiorno, sono Vincenzo Trespolo”.
Mite e timoroso, ma la stretta di mano è decisa, sincera. Entra. E’ spaesato, non sa cosa fare.
“Mi vuole lasciare il cappotto? Lo appoggio in guardaroba e sono da lei”. La Signora Rina stamattina non c’è, è sabato. Mi devo arrangiare.
“Ci sediamo in sala a parlare, più comodi, non crede?”.
Mi segue, sempre silenzioso. Indossa un abito scuro, da grande magazzino, una camicia azzurra a righe e una cravatta anonima. E’ vestito a festa, come per un impegno importante.
“Prende un caffè?”. Annuisce col capo.
“Si accomodi mentre preparo. Non mi ha ancora detto il suo nome”.
Il suo imbarazzo aumenta; per un attimo evita di guardarmi, poi alza gli occhi.
“Io… io mi chiamo, mi chiamo… Trespolo Vincenzo”.
Non posso non ridere; una risata fragorosa. Voi che avreste fatto? Rimetto la maschera da uomo serio o almeno ci provo. 
“Vuole un caffè? Magari vuole anche un liquore – forte, vista la sorpresa – whisky, grappa, cognac?”
“Una grappa, grazie”.
La risposta mi raggiunge mentre sono già avviato verso la cucina.
Torno dopo qualche minuto. E’ seduto sul bordo della poltrona, immobile. Lo sguardo basso, preoccupato.
“Dunque abbiamo lo stesso nome, lo stesso cognome…”, verso il caffè.
“Vede Signor Trespolo, io sono sposato da 25 anni. Voglio un gran bene a mia moglie. Ho anche due figlie. La più grande, 22 anni, va all’università, studia da dottore; la più piccola solo 16. E’ bella sa. Non sta mai ferma. Adesso è al liceo e fa la terza”.
Ispira tenerezza mentre racconta, la tazzina del caffè in mano e in bilico sulla poltrona, come fosse la sedia chiodata di un fachiro.
“E quindi? Perché mi ha cercato? A parte lo stesso nome, ed è una bella coincidenza”.
“Mi scusi il disturbo Signor Trespolo; sa, sono mesi che penso di passare da lei, ma nessuno sapeva; poi… mio cognato fa il postino qui. Ho chiesto a lui. Mi scusi, ma io… io le devo parlare. Lei mi deve aiutare!”.
S’incupisce ed è sempre più in bilico sulla poltrona.
“E cosa dovrei fare?”. Un’ombra di imbarazzo inizia a gironzolare anche nella mia testa.
“Insomma Signor Trespolo, dopo 25 anni mia moglie vuole la separazione. Dice che sono un porco, che la tradisco, che lei ha le prove. Ma le giuro: io non ho mai tradito mia moglie. Non lo farei mai. Abbiamo faticato tanto assieme, per le nostre figlie, la scuola, i vestiti, tutte quelle robe elettroniche e poi il mutuo della casa. L’anno prossimo avrò finito di pagarlo”.
Lo osservo, mentre parla, e il suo sguardo, alla parola figlie, si illumina. La fatica non gli pesa. Si capisce. Le figlie e la moglie sono il suo tesoro: non le tradirebbe mai.
“E io cosa posso fare per lei?”
La risposta è decisa; sta prendendo coraggio.
“Lei mi deve aiutare. Io non ho mai tradito mia moglie e lei mi deve aiutare!” Mi osserva, non più timoroso.
“Nessun problema, ma non capisco…”, adesso l’imbarazzato sono io. “Mi scusi Signor Vincenzo, ma io come posso aiutarla?”, e mi sembra l’unica domanda plausibile.
“Lei deve incontrare mia moglie e dirglielo!”, fa una pausa.
“Ma dirgli cosa? Mi spiega cosa succede? Cosa dovrei dire io a sua moglie?”.
Se è uno scherzo è sicuramente ben congegnato.
“Mi scusi Signor Trespolo; mi scusi, sono così agitato che…”
“Non si preoccupi, ma mi faccia capire”. Sorrido.
“Allora; il casino è iniziato cinque mesi fa. Torno dal lavoro, sa io lavoro dal Bonomi, quello delle fonderie in ghisa, facciamo bella roba sa, se le serve”, lo interrompo, “Dovesse servirmi, va bene, ma cosa è successo cinque mesi fa?”
“Insomma, torno a casa e mia moglie, la mia Rina, mi guarda storto. Non fa mai così. Mi guarda storto per un po’ e poi…”

“Vincenzo, ma chi è la Claudia?”
“Non è la figlia del Giuseppe?”, rispondo io.
“Vincenzo non fare lo scemo con me; chi è la Claudia?”
“Ma Rina io non conosco nessuna Claudia, ma mi dici perché?”
“Perché ha chiamato oggi a casa e cercava te; che ti aspettava a cena ieri sera, in città, e non sei andato! E dove sei stato ieri sera?”
“Ma Rina, ero al bar col Piero. C’era il torneo di ramino a coppie, lo sai!”


E’ preoccupato, per un attimo penso voglia piangere.
“Ecco Signor Trespolo; io, questa Claudia, non l’ho mai vista, non so nemmeno chi sia. Ma la Rina mica mi ha creduto. Si è arrabbiata tanto e non mi ha guardato per una settimana”.
Continuo a non capire. Rispondo per cortesia, ma continuo a non capire cosa voglia da me.
“Tutto a posto dopo? Cioè, con sua moglie poi, si è tutto sistemato?”
“No, sistemato un cazzo!”, la parolaccia gli sfugge e subito si scusa. E’ un brav’uomo, non tradirebbe mai la moglie.
“Signor Trespolo, non si è sistemato niente! Dopo la Claudia ha chiamato una certa Simona, poi una Marina e poi un’altra ancora e adesso, mia moglie vuole la separazione e io sono tornato da mia mamma. Sono lì da una settimana. Non sapevo dove andare. Ma poi ho pensato e ho chiesto a mio cugino…”.
Vorrebbe continuare a spiegare, non serve. Lo fermo, con un cenno della mano.

E’ un tranquillo Signore di mezza età. Abbiamo solo lo stesso nome. 

“Andiamo a parlare con sua moglie. Credo sia l’unica cosa da fare!”.
Lui, il mio omonimo, ora sorride; un bel sorriso. Io invece penso che, la prossima volta, prima di cambiare cellulare, dovrò avvisare sua moglie.

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