contrAppunti

la casa che rende folli

di chettimar

Quando mi chiedono che mestiere faccio, vorrei mentire. Indorare la pillola, confezionare una definizione altisonante come “Sovrintendente generale di un importante progetto statale“ o, più modestamente, qualificarmi come un generico impiegato ministeriale. Ma non ho coraggio, e preferisco dire la verità: “Scrivo leggi non scritte.” Un ossimoro ambulante. Un’apposita Commissione governativa ha infatti incaricato me e altri diciannove disgraziati di redigere un “Prontuario Tassonomico delle L. n. S.”, perché possa poi venire stampato su carta patinata e distribuito a un numero imprecisato di milioni di famiglie italiane. “L’obiettivo è raccogliere in un’unica pubblicazione tutti quei concetti che, pur essendo di vasta diffusione e di unanime consenso, non sono organicamente reperibili in forma scritta”. Ho riletto ventisette volte la circolare della Commissione ma non ho ancora afferrato il senso di quell’”organicamente”.
Tutte le mattine entro in un agglomerato postmoderno di tubi e specchi, al nono piano del quale trovo una scrivania ricoperta di torrioni di cartelle altrui da analizzare. Sono già fortunato rispetto agli altri martiri della tassonomica, le cui scrivanie sono ricoperte di libri, enciclopedie, videocassette e materiale audiovisivo assortito. Loro fagocitano il materiale, alla ricerca di queste ovvietà che nessuno si è preso la briga di formalizzare: io coordino e revisiono il loro lavoro. Una specie di supervisore. Organico, ovviamente.
Correggo, sistemo e riconsegno. 
I primi tempi sono stati tremendi. Eravamo sepolti dalle carte. Nessuno aveva abbastanza fegato per violare la montagna di materiale. Chiara ha avuto tre esaurimenti nervosi nella prima settimana. Abbiamo dovuto abbatterla. Tirandole in testa un plico di citazioni e facendo passare la cosa come un incidente. Era al suo primo impiego, poverina. A parte questo, in seguito le cose hanno cominciato a ingranare. Dividere la documentazione per categorie è stata un’ottima mossa. Assegnare una categoria a ciascun dipendente è stata un’altra ottima mossa. Cestinare indiscriminatamente i tre quarti della roba è stata forse la mossa migliore. Abbiamo un unico problema: stiamo utilizzando quantitativi abnormi di carta. 
Carta per gli appunti. Carta per le revisioni. Carta per le revisioni delle revisioni. Carta per il modulo per richiedere altra carta. L’ultima volta che è passato l’incaricato della Commissione ci ha detto che, per festeggiare il termine dell’opera, il sindaco di Fabriano ci consegnerà le chiavi della città. E sembrava serio mentre lo diceva.
Per fortuna abbiamo quasi finito, perché i miei colleghi sono allo stremo delle forze. Vedi Antonio, quello dell’ufficio di fronte. A lui ho assegnato il settore soap opera. Nel giro di due mesi ha dovuto vedersi tutte le puntate di Elisa di Rivombrosa per trarre deduzioni come “quando due personaggi finiscono a letto, nel dubbio, è incesto”. Un’impresa che avrebbe stroncato un rinoceronte. Credo che adesso gli serva una vacanza: da quando va in giro agghindato da nobile settecentesco e si altera se non lo chiami conte Ristori, inizia un po’ a preoccuparmi.
Nonostante questi piccoli momenti di follia, devo ammettere che mi mancherà questo lavoro, questo immenso riassunto dello scibile umano che nessuno aveva avuto il coraggio di sistemizzare e che noi, novelli Diderot e d’Alembert, consegneremo all’Italia. E poi, è sempre meglio che timbrar scartoffie come facevo fino a qualche mese fa: almeno adesso sulle scartoffie mi fanno scrivere qualcosa. Ma soprattutto, mi mancheranno le pause pranzo con l’unica categoria più alienata della nostra: i cinque forzati che, in un ufficetto del palazzo di fronte, stanno compilando l’elenco del telefono. Milano A-L, per la precisione, ché M-Z lo sta facendo una controllata in provincia di Isernia.
Oh, guarda, in mezzo alle cartelle di Sara, quella della sezione Quotidiani locali, era rimasta una lettera per me. “Prontuario Tassonomico… bla bla bla progetto annullato… bla bla bla… non verrà corrisposto compenso… bla bla bla… distinti saluti… bla bla bla.”
Credo sia giunto il momento di tirare fuori dallo sgabuzzino la mia Glock calibro 9 e andare a fare una visitina alla Commissione. Provo a chiedere ad Antonio se mi vuole accompagnare. Pardon, conte Ristori.

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