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ogni motivo che ti aspetti
di burma |
“Andatura traballante e incerta, sghemba e asimmetrica, rotta da implosioni epilettiche, altezza e corporatura nella norma, con una predilezione per abiti che desterebbero l’invidia dell’esercito della salvezza e il rifiuto di ogni banco dei pegni”.
“Tutto qui?” chiese il commissario.
“Tutto qui” rispose la bambina, ripiegando il foglietto a supporto.
“E la faccia? Qui manca la faccia.”
“Oh, quella non l’ho vista”.
“Non l’hai vista? Non hai visto la sua faccia?”.
“Non l’ho vista no”, disse la bambina “però deve avere gli occhi celesti.”
Il commissario si appoggiò allo schienale della sedia in pelle che si era guadagnato in più di trent’anni di innocua attività e chiuse dolcemente gli occhi, celesti anche i suoi, sperando di appisolarsi all’istante.
La bambina rimase immobile e lo trovò molto vecchio. “Non è la persona giusta”, pensò.
In effetti era soltanto un razionale commissario di zona a cui mancava poco meno di un anno di servizio attivo prima della pensione. Attivo, si fa per dire.
Non aveva nessuna voglia di mettersi a dar la caccia ad un fantasma. O, ancor peggio, a un angelo.
Ma quando riaprì gli occhi la bambina era ancora lì, quindi dovette fingere un minimo di interesse.
“Senti, piccola, ti dispiacerebbe ripetermi quale sarebbe il mestiere di questo signore?”
Era inutile, non avrebbe capito mai, pensò la bambina.
Ma i bambini sanno anche essere pazienti e lei decise di esserlo, perché quel vecchio, in fondo, le faceva un po’ tenerezza. E poi voleva davvero trovare quell’uomo.
“Uccide le persone” disse, con il minimo di impazienza possibile, essendo comunque una bambina costretta a ripetere, “si fa raccontare delle storie e poi loro muoiono”.
“Si fa raccontare delle storie e poi loro muoiono.”
“Già”. Sembra l’uomo dell’eco, pensò la bambina, e si concesse un sorriso.
Si ricordò della gita in montagna. Dell’eco e del rincorrersi tra i prati.
Guardò adesso fuori il vento trasportare pezzi di giornali, immondizie e polvere.
Era orribile, ma lei decise che vorticavano come le giostre sui lettini dei neonati.
E sorrise di nuovo.
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Il commissario di sorridere non aveva nessuna voglia. Tutto questo era ridicolo. Ma non voleva reclami fino alla pensione e per quel che ne sapeva quella rompiballe poteva essere anche la figlia del Presidente.
Cercò di apparire quantomeno educato.
“Vuoi dire che spara alla gente dopo essersi fatto dare delle informazioni”, suggerì in un tentativo poco probabile di razionalizzazione.
“No”, sbuffò la bambina tirando conclusioni non positive sull’intelligenza del
nonnetto, “voglio dire che dopo avergli raccontato le loro storie dopo quelli muoiono”.
Il commissario tirò un bel respiro e si voltò ostentatamente verso la finestra.
La bambina non si mosse, ignara dei codici non detti degli adulti.
Il commissario continuò a guardare fuori dalla finestra, ignaro del fatto che quell’uomo aveva parlato con la madre della piccola.
L’ignoranza produce pause.
Secondi.
Minuti.
Il silenzio produce imbarazzo.
“E lui li costringe?” chiese per necessità, distrattamente, cominciando a pensare di doverla cacciare a pedate.
“Oh no. Lui resta lì e basta. Ascolta. Ascolta soltanto.”
Il commissario aveva ormai un numero sufficiente di nipoti da ritenersi vaccinato contro tutti gli esseri umani di età inferiore ai dieci anni. Ciò nondimeno si segnò, come impegno improrogabile per la settimana successiva, la ricerca della persona che aveva fatto salire la bambina nel suo ufficio.
“Bene piccola”, disse alzandosi con il suo miglior tono conclusivo, “faremo tutto il possibile per arrestarlo, te lo prometto”.
“Oh, ma io non voglio che lo arrestiate”, disse la bambina senza muoversi dalla sedia, “e se mi chiama ancora piccola le tiro un pugno sul naso.”
Il commissario tornò a sedersi.
La bambina si alzò.
“Voglio soltanto che lo troviate. Voglio che lo troviate prima che si racconti la sua storia.”
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