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parole d'amore
di paolo della sala |
È Claudia perfettamente bella. Suoi
capelli rossicci, occhi di giada e
bocca sensuale che potresti
scambiare per un frutto.
Purtroppo dietro gli occhi lo
sguardo è distratto e i pensieri
fuggirono esuli mentre le labbra
prorompono, ma di rado, in suoni di
parole disarticolate. Potrà avere
vent’anni, un anno o due meno di
me. La osservo ogni giorno (anche
quando la pioggia appanna i vetri di
camera mia) mentre cammina distratta
lungo una strada panoramica che sale
bruscamente costeggiando la baia
sulla quale dorme il borgo.
Suoi genitori seguono dopo qualche
metro, sempre continuando a ciarlare
sull’annata delle olive oppure
sulla signora Lapinskij ma come se
niente fosse, come trattassero di
film inesistenti, letture o
riassunti di conversazioni spiate
nascosti dietro il riparo autoctono
delle persiane. Ahimè inoltre la
voce è penosamente sgraziata e i
loro vacui argomenti sono affrontati
con tale ignobile bizzarria che
spesso nel corso dei miei rapidi
anni, mentre crescevo e
intraprendevo intraprendenti studi
di medicina, mi sono chiesto se
Claudia non facesse bene a starsene
così zitta e assente e se invece i
suoi genitori non fossero i veri
matti della famiglia.
Osservavo i movimenti di quei tre
dalla finestra di camera mia
(abitavo in una villetta affiancata
da cespugli di agave e radi fiori
malcoltivati e bruciati dal salino).
Quando la stagione si faceva più
gentile li guardavo fingendo
assopimenti dalla panchina che
guarda la spiaggia (ora non tutto è
come allora).
Piroettavano sempre. A volte Claudia
si fermava e i suoi andavano avanti,
a volte erano invece i genitori a
fermarsi attorno a
un’argomentazione succulenta (id
exemplum: l’Apparizione Televisiva
della figlia dei Matteucci) mentre
Claudia divagava in avanti orlando
il precipizio sugli scogli. Talvolta
si fermavano tutti e tre appoggiati
al muretto e guardavano la caligo
che diffonde aghi di luce sulla nera
bocca del mare.
Cercavo d’immaginare i pensieri
che albergavano nella mente di
Claudia, studiavo le discutibili
sindromi della sua incognita
malattia, ma con lei la medicina
mostrava la corda e non mi restava
che lo sforzo passionale
d’immaginarmi le stanze segrete
della sua esistenza per identificare
il dolore e la tenerezza che
l’invadevano e sognare
d’insinuarmi in essa.
Man mano che il tempo passava e la
barba s’ispessiva sul mio viso
acerbo, desideravo sempre più
annusare i capelli indocili e
rubarle una carezza dalle mani
candide come il ghiaccio, e poi
stringere o baciare e costringerla a
percepire la presenza gemella
dell’anima mia.
Divenni camaleonte, sempre più
uguale a lei: imporporai i capelli
con l’Henné, non rivolgevo parola
ad anima viva, a casa rispondevo con
cenni e grugniti e correvo subito a
rifugiarmi in camera.
Là, dentro la mia tana dalle pareti
orripilantemente verdi, indulgevo
ancora, nel tempo sospeso tra ogni
sua passeggiata, nel pericoloso
vizio dello studio: infine tutte
quelle ore spese sui libri
produssero su me una viva repulsione
per la forma di pensiero che
chiamiamo ragionamento e per quella
specie di banca del tempo che
chiamiamo memoria. Annaspavo immerso
in testi sempre meno medimecamentosi
e giunsi persino a cercare di
schiarirmi il pensiero con la
lettura di un Martin Heidegger.
Tutto risultò invano: davvero non
riuscivo a impratichirmi
dell’animo umano e tanto meno di
quello claudiale. Restavo così a
spiarla per ore, finché non moriva
la sua immagine: mi nascondevo sotto
i cespugli o la guardavo con
l’aiuto di un binocolo. L’oro
sempre più estivo del giorno,
mescolato al prezioso argento della
sua pelle non mi lasciavano privo di
una strana e ammaliata febbre. E
sentivo anche di notte quelle sue
risatine assurde, sciroccate,
adorabili.
Un giorno, mentre la spiavo dalla
barca di un amico conficcata sui
solchi del mare, mi sconvolse veder
scivolare sull’adorato suo volto
un ruvido fiume di lacrime.
Terribile visione, perché
l’espressione del viso risultava
impassibile al tumultuoso dolore che
proveniva dalla profondità del suo
corpo.
Pensai (ormai in lacrime anch’io)
a cosa poteva aver scatenato il
pianto e come soccorrerla. Mi ero
liberato del binocolo e remando
cercavo di spiaggiare mentre
gocciole di pioggia m’inumidivano
la pelle. Ero talmente confuso che
non saprei dire se le gocce sui
nostri volti fossero dovute al
pianto oppure agli eventi
atmosferici. Importava poco ormai:
adoravo Claudia, claudieggiavo a
ogni respiro e non potevo più
restare all’àncora dei dubbi
d’amore.
Trascorsa quella notte in alternanza
di gioia e infelicità. Sulla nostra
vicenda si addensava la burrasca e
il rumore bellico del tuono, ora
invece era l’oro del sole a colare
giù come un tuorlo dallo squarcio
apertosi nel guscio delle nubi.
Pensare che il nostro amore era
polisemico e umoristico come una
giornata di marzo, ciò bastò a
risvegliare il buon umore: alle tre
di notte risi infatti per mezz’ora
finché mio padre non si degnò di
allungarmi un ceffone trattenuto
ormai da troppo tempo.
La mattina dopo, al primo sole, mi
recai risolutamente verso la
stradina centrale del paese e spinsi
il pulsante della porta dietro la
quale abitavano Claudia e i suoi
genitori.
Madre aprì porta con punto di
domanda. Concesse la penombra del
suo anagrafico atrio e, dopo antiche
formule di saluto vernacolare,
chiese motivo della visita. Restai
in silenzio alcuni secondi prima di
esaudire la richiesta perché le mie
orecchie cercavano inutilmente di
percepire un segno, un’apparizione
qualsiasi dell’angelo mio. Infine
proruppi, senza ulteriori mediazioni
retoriche di cortesia: - Signora,
voglio sposare vostra figlia!-. La
donna si comportò come Claudia: non
rise né pianse, oscillò nel buio
sperando che si trattasse di un
sogno, poi però mormorò, senza
connotazioni particolarmente
irritate: -Sei un idiota!- (Ti
t’è ‘n luscu).
Alzai impercettibilmente il volume
della voce: forse quella novità
poteva produrre benefici influssi
sull’atarassia di Claudia - ...
Non sono pazzo, e nemmeno un
cretino. Sono innamorato di vostra
figlia... e sono anche indignato per
l’infinito dolore che le
procurate.
... Pensate agli animali in cattività
nei parchi -e persino ai pesci negli
acquari-. Tra gli esseri viventi
sono forse i più infelici, eppure
le gioie dell’amore non vengono
loro lesinate se è vero che si
cerca di tenerli in coppie o in
gruppi numerosi così che -mi
perdoni l’espressione- le gioie
del sesso non si disgiungano dal
dovere della procreazione. Altri
animali, confinati nella solitudine
degli appartamenti: cani, gatti,
canarini, hanno almeno in dote
dall’istinto la capacità di
autoeccitarsi... ma a Claudia, cara
signora, a Claudia...-, e dovetti
interrompermi e riprendere due tre
volte, perché la madre della mia
amata mi tempestava di pugni e
apriva le finestre chiamando in
soccorso il vicinato -...A Claudia
dovreste procurare almeno le gioie
del sesso. Con un’infima parte del
vostro stipendio avreste pur trovato
qualche bravo giovane disposto a
restare con Claudia e quella sarebbe
stata la cosa migliore, credetemi:
sono innamorato ma sono anche un
medico, quindi parlo unicamente per
il bene di vostra figlia ...Ahi
ahi...- (Preso a bastonate
cercavo scampo nella fuga, varcando
la porta dell’atrio e finendo così
per attraversare a balzi e salti il
resto della casa).
Arrivato in cucina ritrovai il mio
angelo. Con le spalle rivolte alla
finestra succhiava l’adorabile
pollice mentre al suo fianco un
gatto bianco e rosso -finito nella
pentola cercando di rubare la
gallina che vi bolliva dentro-
urlava e fischiava come un treno
attorno al vasellame rovesciato...
Ma lei... com’era incurante, come
al di sopra di tutto!
Caddi in ginocchio e le baciai i
piedi. Due secondi dopo la porta
spalancata da una ciurma di
cittadini indignati mi portò in
prigione.
2.
In guardina, e soprattutto nella
clinica dove venni ricoverato quasi
subito, ebbi il tempo di affinare il
mio piano, e questo era talmente
liscio e ben oliato che prese a
scorrere da solo senz’alcun aiuto,
come un fiume scende a valle.
Cominciai dunque ad assumere una
certa fissità nello sguardo
mantenendo l’espressione
inalterata, sia di fronte a mia
madre lacrimeggiante che cercava di
scuotermi, sia contemplassi il
cucchiaio che m’arrecava la
minestra. Eliminai dal vocabolario
tutte le parole superflue e più
tardi, quando m’accorsi che anche
le rimanenti erano superflue, finii
per restare muto. Mantenni soltanto
alcuni gesti prossemico-iconici come
|Questo!| oppure |Quello!| e dei
borborigmi di disgusto e
disapprovazione utili soprattutto in
presenza dell’infermiere con
medicine e flebo.
Irrefrenabile e del tutto naturale
invece fluiva il riso in presenza
delle istituzioni: medici, mio
padre, il muro sbrecciato delle
pareti. Di giorno attendevo con
ansia l’arrivo della notte perché
solo allora, nelle lunghe ore di
oscurità, potevo dare via libera
alle mie elucubrazioni su Claudia:
sognavo di lei, ero pazzo di lei.
Costruii un titanico sogno a puntate
che iniziava col nostro matrimonio e
culminava con viaggio turistico
compiuto su un veliero nel quale
potevamo amarci e fare rotta dove
volevamo.
A ogni risveglio cercavo di fissare
i punti salienti della vicenda
notturna così da poter riprendere
dal punto giusto a sera.
Telenoveleggiavo nel lettino
bianco...
Sognai i nostri dialoghi d’amore e
qualche inevitabile screzio
dialettico, e mi fingevo nel piacere
di passare settimane mesi anni alla
deriva fissandole io la punta del
naso lei un pesce volante caduto nei
pressi di un boccaporto.
Pensai alla nascita del tutto
casuale e inavvertita dei nostri
figli. Vidi una bambina del tutto
simile a Claudia imparare i primi
gesti del nostro linguaggio. La
osservavo crescere dimenticando se
stessa per giorni interi sul seno
materno (erano come modelle di un
quadro metafisico?) mentre il sole
australe le ustiombreggiava la
pelle. Quando compì il biennio di
vita notai un ammuffimento del
pollice ch’ella aveva riposto
nella propria bocca fin
dall’inizio, ritenendo a torto o a
ragione quest’ultima come il
naturale rifugio per un dito di cui
non riusciva a pensare altra
funzione (si grattava col
ginocchio).
|
3.
Proseguii il mio ragionamento immateriale per diverse settimane. Percepivo di
aver ottenuto lo stesso procedimento di pensiero svolto da Claudia: in esso si
eliminava l’urto tra veglia e sonno, tra finzione e realtà.
Purtroppo una sventurata notte ebbi l’occasione di incappare in una doppia
disgrazia: la bambina ebbe il mal di pancia e subito dopo (come poteva essere
altrimenti?) naufragammo per l’urto col corpo addormentato di una balena.
Il malanno della piccola nacque spontaneamente e fu da lei coerentemente
accolto col trillo di una risata. Tuttavia crebbe in maniera spropositata e
mostruosa, davvero inimmaginabile prima (dovete sapere che il parto era
avvenuto in maniera del tutto indolore). Credo che la causa della
gastroenterite risiedesse nella stiva del veliero dove la scorta di viveri
s’avariava decisamente.
Per non parlare dell’irregolarità dell’assunzione di cibo: ignoravamo ogni
genere di stimoli e il pasto avveniva ogni volta che, passando per la cucina,
capitava l’occhio sul tavolo e il cibo nella bocca. Arrivati a ciò il pranzo
poteva durare intere settimane.
Tornando alla scena precedente devo spiegare che:
- Io seduto sul ponte sopra una bianca sedia fisso l’orizzonte;
- Claudia, “le braccia al sen conserte”, effettua piegamenti sulle gambe
lanciando ogni volta urlastri poco chiari;
- nostra figlia, lei e il suo dirompente mal di pancia, sono a prua, le gambe
in aria appoggiate a qualche filo, il volto contratto.
La piccola si prova a ridere. L’universo intero sembra impassibile. La
piccola si prova a piangere. Io, sempre fissando il confine cielo-mare,
sciacquo i panni indarno. Claudia continua i piegamenti ginnici.
...Il dolore però cresce, traborda, viene fuori da sé. La piccola va allora
di fronte a una porta e prova a indicare con una mano |questo!| e con l’altra
|quello!|, indicando con “questo” il suo piccolo piede mentre “quello”
mostrava alla sgradevole sensazione la strada da seguire, cioè fuoribordo, in
mare. Inutile sottolineare l’assoluta mancanza di risultati tangibili
ottenuta con questa tecnica di dialogo... Purtroppo la pancia doleva sempre più
e ahimè imprecò contro il destino del mondo e si fece strada con prepotenza.
Fermo nel proposito di continuare a veleggiare nel mare strillavo frasi prive
di senso, trascinato a ciò dal judicium gentium ormai pronunciato a bordo.
Anche Claudia fu attraversata da mutamenti e come per effetto di un gioco (le
belle statuine?) andò ad imboscarsi sotto coperta.
Novello Ulisse legato al timone consideravo con insolenza gli avvenimenti
marini e distoglievo l’attenzione dalla piccola dolente: fissavo
l’orizzonte oltre la prua, lo inchiodavo con gli occhi tra mare e cielo.
...A quel punto cadde sul veliero un volgare infermiere. Cadde sulle vele
salmastre e arse e disse di alzarmi perché doveva cambiare le lenzuola. Era
mattina, il sogno dileguò come un ladro davanti al maresciallo, restando
tuttavia viva e presente l’algia enterica che aveva afflitto la bambina e un
vago orrore del mutismo.
Risoluto a eliminare questi due disturbi corsi verso le toilettes
dell’ospedale e mi liberai. Poi -irrompendo nella sala dei medici- spiegai
con brevi parole che intendevo dimettermi: ero guarito. Ringraziavo di cuore i
quasi-colleghi. Quelli, con un incerto nonsoche, mi lasciarono libero.
Due giorni mi ritrovai sulla solita salitina. In capo a un’ora vidi Claudia.
4.
Era ovviamente pedinata dai genitori, ma questi -sudati e soffiando come
balene- dopo aver arrancato, cercarono presto l’appoggio del muretto. Tornai
a casa e presi il motorino. Sulla salita cercavo di fischiettare mimetizzandomi
nel traffico che non c’era, riuscivo comunque a superare il gruppo parentale
frenando davanti a Claudia ...Ma non aprivo bocca. Non ci fu verso: provavo e
riprovavo a masticare due tre paroline di circostanza e invece niente. Che
fare? Avevo sollevato il capo sulla scena e in questa risultava il mio amore
che non mi considerava neppure di striscio mentre invece i suoi (che di me si
erano accorti) mostravano di prendersela anche troppo a cuore e se ne venivano
in su agitando bastoni d’occasione, manacce tese e minacce lungamente
studiate. Per fortuna soccorse l’istinto: afferrai Claudia, lei si accomodò
sul seggiolino posteriore senza fare una grinza. Urlato di gioia inforcando la
discesa scartando gesticolanti genitori. Cinque minuti dopo eravamo sulla
provinciale che collega il nostro paese col resto dell’universo: non c’era
che scegliere tra il sud e il nord.
Problema poco arduo: del resto quando si fugge non importa la direzione ma la
fuga stessa, riuscire a continuarla. Si rimescolano le carte, si confondono le
linee dei destini, ci si sforza di rivivere e non c’è bisogno di dirsi
niente: l’afasia non è più una malattia.
La strada che ci ospitava (come fosse il corridoio di un ipotetico nostro
appartamento) aveva i colori morbidi della sera primaverile. Le auto
sorpassavano ridendo e le nuvole del cielo stavano già tingendosi di rosaluna
quando ci fermò una pattuglia stradale. Erano in due davanti a ruggente
autovettura con mani tese in avanti per dire alt, e noi ci arrestammo.
Protestavano perché viaggiavamo in due sul motorino. Claudia scoppiò a
ridere, io ripartii. Quelli agghiacciarono restando immobili. Quando iniziò il
sibilo della sirena eravamo ormai lontano lungo una stradina sterrata che
conduceva verso boscaglie incolte, viaggiando per mezz’ora circa. Claudia mi
prese la mano sul manubrio, temperatura tiepida, luna alta. Trovare rifugio in
un morbido fienile ci ridusse felici fino all’alba. La mattina ci cercò con
giallo sole. Rotolando nei prati, arrampicando gli alberi, graffiando i rovi
riuscimmo a baciarci, dopo di che impercettibilmente le chiesi: - Mi hai mai
visto prima? Sai che ti seguivo?- Ovviamente nulla rispose: trascorremmo
il resto del tempo a tradurre le nostre reciproche, bislacche, frasi manuali.
Quanto alle sue parole, avvertivo in esse la presenza di un senso, ma quei
barbarici lalii restavano ancora misteriosi.
5.
Mesi dopo tornammo al paesino, forse fame forse per curiosità. Era pomeriggio
inoltrato, poca gente in strada. Seduti (come poteva essere altrimenti?) sulla
panchina in cima alla salita. Dopo un certo tempo sembra di scorgere figure
familiari che arrancavano alle prime rampe. Compresi di chi si trattava: il
paese intero, compresi papà e mamma, compagnava genitori di Claudia!
Solidarietà di chi non conosceva l’amore, mi cadde di pensare. Li vedevo
parlare, immaginavo discorsi moltiplicati e potenziati per mille, eppur sempre
irrisoluti. Claudia accucciata per terra scavava una buca nella terra indurita
dal salino.
Il gruppo di persone si era fermato al belvedere, e tutti si dedicavano alla
misteriosa osservazione quotidiana del mare.
- Restiamo fermi! - La voce di Claudia mi giunge di colpo, come uno
squillo di telefono.
Dico - Sì!-, e accendo il motorino.
- Non ho mai sognato di fuggire in barca quando venivo su per la salitina:
qui c’è un sentiero che scende fino alla spiaggia. Non andiamo laggiù. Non
prendiamo una barca, ti prego!
Alle sue parole andai in corto circuito: per la prima volta leggevo dei nessi
logici nei suoi fonemi. Ma cosa voleva dire quella prima frase sensata, eppure
piena di no? Non capivo, ma intanto la portavo giù con me. ...E così la mia
amata non era una cretina! Ma, se Claudia non possedeva il bene dell’inintelletto,
perché mai non parlava come gli altri? Rivolsi il guardo verso l’alto: mirai
i volti fiamminghi del paese consolarsi l’un l’altro e indovinai
discorsetti vacui e accidentali per la storia dell’universo. Ascoltai
consuete frasi turpiloquire contro di me e compresi che, dovendo scegliere tra
l’idiozia e l’intelligenza degli altri, Claudia aveva ritenuto preferibile
nascondersi. Venne da dirle: “Tu non sei diversa!”, rimasi zitto e
vergognoso.
Rubata una barca la spingo in acqua. Finalmente eravamo insieme al posto
giusto. Remavo, né più né meno come altre volte, mentre Claudia giocava con
la mano nell’acqua. Guardai verso il folto pubblico. Continuando a parlare di
noi svaporati con la signora Lapinskij e a scrutare il mare traguardandoci
mentre il tempo micidialmente passava e passavamo pure noi sotto i loro occhi,
non si accorgevano di nulla.
Stava iniziando a piovere; ancora mi sorpresi vedere i nostri volti come
piangere irrorati dalle prime gocce.
Il mare tempestando spruzzava bava sollevando onde verso il cielo. Claudia
esclamò: - Che bel sole che c’è oggi!-. Parlò invero al contrario: Iggo
e’c ehc elos leb ehc. Non sono mai stato in Giappone, dove scrivono al
contrario (Anche quando parlano fanno i gamberi e compilano le parole
sottosopra? Allora, se li metti a testa in giù, li puoi capire?).
Subito dopo lei prese a dire, a chiare lettere, e con accenti angelici, che
m’odiava all’infinito: un pugno diede e morsi ovunque. Anch’io urlai il
mio disprezzo e la sberleggiai. Iterava lei come musica di Philip Glass: -Ti
odio! Ti odio!-
Aveva imparato bene l’arte degli adulti: sempre proferire l’opposto di ciò
si pensa. A volte parlava come agli antipodi, a volte come fanno le nuvole, a
volte utilizzando regole che nessuno disamorato poteva capire.
La barca ondeggiava come un pendolo, attorno a lei naufragava il cattivo
Tempo...
Ti odio! Ti odio!, dicea la pulzea.
Oscillante ...ne convenni anch’io.
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