contrAppunti

38 barrato

di stefano pz

Le porte a soffietto si aprono. Il mattino è grigio e il 38 barrato è mezzo pieno.
Io ho sei fermate, ogni giorno le stesse sei, dodici minuti quando va bene; sedici minuti quando piove. Vado avanti, quasi accanto al conducente; è una piccola fissazione che mi è venuta da quando mi hanno detto che in aereo i posti più sicuri sono quelli davanti.
Non mi siedo mai; non c’è quasi mai posto. E poi, se mi sedessi mi verrebbe subito da alzarmi per far sedere qualche pensionato o qualcuna di quelle donne di colore col sedere enorme e lo sguardo mezzo perso.
E’ martedì mattina e non è giorno di ricevimento, per cui mi sono messo un vecchio maglione a V blu e i pantaloni di velluto; ho la mia borsa, quella che mamma mi ha regalato per la laurea. Dentro non c’è quasi niente, ma è un modo come un altro per tenere una mano impegnata, come quando alle attrici scarse i registi mettevano in mano la sigaretta.
Di solito guardo fuori, preferisco guardare la gente sui marciapiedi che quella dentro il bus.
Poi seguo un riflesso sul vetro e guardo dietro, verso il fondo del bus. Ad uno di quei posti accanto all’obliteratrice è seduta una donna; si sta stropicciando un occhio, come se non fosse riuscita a svegliarsi del tutto: la mano che stropiccia le copre il viso.
Sto per distogliere lo sguardo, per tornare ai miei marciapiedi, quando la vedo che si fissa l’indice, mordicchia una pellicina, poi riguarda l’indice come a giudicare la buona riuscita del suo morso.
Matilde.
Matilde faceva così. Una volta le ho chiesto perché lo faceva così spesso; e lei in un primo momento aveva, come dire, negato l’evidenza, poi mi aveva detto che era un modo per concentrarsi e per isolarsi. E lo aveva detto con un tono confidenziale, come una ragazza confida alla sua amica del cuore la sua prima volta.
Possibile che sia Matilde? Da quanto tempo non la vedo? Vent’anni? No, sono di più. Avevamo diciott’anni. Quanto tempo siamo stati insieme? Due mesi, forse tre, alla fine del terzo liceo. Poi lei era andata in un’università piccola, forse Camerino o Urbino. No ma c’eravamo già lasciati da un po’ di tempo, già; era l’inizio del terzo liceo, non la fine ed era stata lei a lasciarmi. Un paio di parole, del tipo ‘Basta, finita’. E c’ero stato male, no, anzi, malissimo e alla fine sapere che se ne era andata era servito a farmene una piccola ragione.
Se è Matilde, beh, ha quarantun anni; guardando la donna seduta vicino all’obliteratrice, potrebbe avere trentacinque anni, sì forse anche quaranta. Anche da qui si vede un anellino piccolo all’anulare sinistro. 
Magari Matilde si è sposata e è tornata qui a Roma.
Ora ha tirato fuori qualcosa dalla borsa di Burberry. E’ un vasetto: lo apre, ci mette un dito dentro e comincia a spalmarsi la crema sulle mani.
Sorrido quasi, mentre mi guardo le mani screpolate dal freddo. Penso che è strano, ma fino a quando avevo trent’anni le mani non mi si screpolavano mai, nemmeno a gennaio.
Però se è Matilde devo andare a salutarla. Assolutamente.
Sì, d’accordo, e che le dico? Ciao Matilde come va?
E che le dico di me? Quarantun anni, sposato, due figli, uno di undici e la bimba che ha quattro anni. Sì poi alla fine ho fatto giurisprudenza e poi... ho fatto un po’ di pratica da un cugino di papà, ho fatto un paio di volte l’esame da avvocato. Poi per fortuna ho vinto il concorso al comune, beh sì per fortuna, perché sai mi sono sposato ... no, non la conosci, ci siamo conosciuti all’università. Lavoro in circoscrizione. Sì ... e magari le dico che faccio i capitolati per i contratti. E no... ho perso i contatti quasi con tutti, eccetto che con Alessandro, è compare d’anello e ha battezzato la bimba. E’ rispetto a lui che dicevo per fortuna, perché lui faceva il giurista d’impresa in una multinazionale e poi da un giorno all’altro hanno chiuso e si è trovato col mutuo da pagare e senza lavoro. Sai, ‘sti giapponesi...
E tu, Matilde? Sei sposata? Cosa fai? Chissà se la voce è cambiata, se il tono lo riconosco. Hai figli, Matilde? Cosa potrei dirti, oltre a queste poche cose. Le troveresti all’anagrafe, giù in circoscrizione, sono informazioni aperte al pubblico. Chi sono davvero io ora, dovrei dirti: cosa volevo essere e cosa sono.
Sì, devo andarle vicino e vedere se è veramente lei; sto per raccogliere la borsa, che mi è caduta dalla mano, quando il mezzo fa una frenata brusca e due ragazzine delle medie coi jeans extralarge mi vengono a sbattere contro. Una biascica qualcosa che sembra scusa, ma potrebbe essere anche una parolaccia.
Alzo gli occhi e il posto vicino all’obliteratrice è vuoto. Matilde, la donna che sembra Matilde è a tre metri da me, sta scendendo i gradini. Sta scendendo dall’autobus. Vorrei provare a chiamarla.
Niente. Stringo la borsa fino a farmi male alla mano, anche se non ce n’è ragione. 
Guardo la donna che cammina sul marciapiede, poi gira un angolo.
Cosa volevo essere e cosa sono, questo non potevo dirtelo, Matilde.
Mancano due fermate alla mia. 
Tre minuti; quattro, se piove.

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