la monografia - n. 2   cromìe

lettere in fuga

di ulisse sifossifoco

Me ne stavo bello tranquillo a scrivere qualcosa di geniale, quando dalla tastiera schizza via furiosamente la G. La lettera rimbalza con tale violenza sulla parete, che fa tremare i vetri alle finestre. E non si ferma lì: con una traiettoria di centottanta gradi, rompe un vetro e scappa in strada. Con stupore mi alzo di scatto e, dal buco nella finestra, guardo giù. Nel silenzio della notte sento chiaramente l’eco di rimbalzi sempre più lontani, quelli della mia G che se ne va per sempre. 
Certo non posso darle torto. Assieme alle altre lettere sulla tastiera, le ho promesso tante volte di scrivere solo cose allegre. Mi sta bene: musone come sono, me lo merito proprio l’abbandono della G. 
Tornando al mio lavoro, guardo sconsolato la tastiera. Là dove c’era la G, maiuscola e minuscola secondo l’indice sinistro, c’è una piccola fessura blu di prussia. Che strano caso – penso – questa tastiera ha sangue blu, proprio come me. Ma la F e la H non sembrano approvare. Metto il dito in mezzo a loro due. Se la G viene lo stesso, che me ne frega?
Povero illuso! Sul foglio in bianco e nero, viene solo un quadrato blu, neanche corpo 12. Mi stropiccio gli occhi e guardo bene, mentre la Y scivola come una saetta tra le dita e s’infila con un suono tra il tribale e il gutturale sotto il divano che non sposto mai. 
E’ la rivolta – mi convinco – l’ammutinamento: le lettere che tanto ho amato, pur credendole mie schiave, scapperanno tutte. Se avessi mantenuto almeno una volta la promessa di scrivere qualcosa d’allegro. Ecco, ora non ci sarebbe certo questo buco giallo nella tastiera. E che giallo, poi. Un giallo che se ci metti il dito dentro fa un quadratino giallo. Ma non fermo, come mi aspetterei: un quadratino che rimbalza assieme al blu della G con tanta vivacità che quando si abbracciano diventano un unico quadrato verde.
Oh, lo conosco bene quel verde. Prima di avere una tastiera ho avuto un quaderno a righe con la copertina gialla. Scrivendoci con la penna blu, vedevo quel verde. 
E la R ora dove è andata? Questo rosso è imbarazzante. Che scorra proprio lì, infine, il mio sangue e non sotto la G? 
Che guaio! Uno che scrive cose toste come scrivo io, ne usa fin troppe di R. Se avessi almeno una volta mantenuto la promessa di scrivere cose allegre, avrei usato piuttosto più la S, che infatti ancora c’è. 
Arrotolo la lingua e la chiamo. La R mi serve, non ci son cristi. 
Chissà se la convinco? Rrrrrrr…. Rrrrr… e intanto metto il dito sul rosso, come uno scemo. E che succede? Quadratini viola e arancio invadono tutta la mia bella e seria paginetta. Ecco perché scrivo cose poco allegre: perché sono sfortunato. In questo momento così doloroso, di perdita delle lettere più care, non potrò nemmeno consolarmi con la scusa della sindrome da pagina bianca. Ma come mi è saltato in mente, dico, di picchiettare con le dita dove le lettere non ci sono più. Pensavo forse di riuscire a dominarle? Che illuso! 
Ed eccomi ripagato con questi colori che mi saltellano davanti agli occhi e mi prendono per il… oddio! D’un colpo la C, la U, la L e la O, se ne vanno a passeggio. Ma che strano destino, per uno che come me scrive cose toste usando tanto anche quello. E in che strano arcobaleno si trasforma stanotte la tastiera. Ecco ho avuto poco rispetto… se almeno l’avessi chiamata lettiera!
Ormai non ci posso far più niente. Anche se la N di niente parrebbe tra quelle che ancora mi rimangono fedeli. Rinuncio. Rinuncio a lamentarmi. Quando va via la B faccio un sospirone e agito la mano: ciao ciao mia bella B, è stato bello insieme tutti questi anni! Neonato, prima ancora di saper parlare, ti pronunciavo interminabilmente: Bbbbb bbbb! 
Uhm… come se mi credesse. Al suo posto ora c’è un grigio che mi guarda pure male. E senza lei non posso nemmeno più aver dubbi. Chi si provasse a leggere si confonderebbe le idee anche più di me. Perché s’è sempre detto, no? Che il dubbio è il fondamento per tener buone le lettere. Che non ho più: una ad una mi hanno abbandonato perché nei dubbi e nelle cose toste, non ho mai dato loro l’allegria che mi chiedevano. Che stupido son stato, a convincermi che le lettere fossero solo fatica e durezza. E che idiozia pensare di nasconderne la personalità per i miei scopi sempre un po’ meschini. Sentirmi io padrone delle lettere, quando loro son di tutti.
Intanto il rosso mi lampeggia, beffardamente. Chissà che vorrà dire? 
Oh no, no. Non se ne parla! Scrivere è tutto quel che ho. Vi prego, lettere care, ritornate. Vi darò finalmente l’allegria che meritate. Io che questi colori proprio non li sopporto.

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