la monografia - n. 2   cromìe

nero

di sphera

Mi vesto sempre di grigio, da sempre.
Magari non da bambino, ma non me ne ricordo: non mi ricordo più niente di allora, mi pare un tempo tanto lontano che forse nemmeno c’è stato.
Mi sono sempre vestito di grigio per non disturbare la vista, per non stonare, qui in mezzo a tanti colori. Io sono neutro, invisibile, e il cliente vede solo le stoffe, i tessuti, i rotoli tutti ordinati dietro alle mie spalle. Adesso poi che anche i capelli son grigi mi sento ancor più a mio agio, più in tono.
C’è un sacco di gente, pare impossibile, che sbaglia i colori. Quella bella signora con quei bei capelli di un giallo lucente, era troppo fiorente per quel tailleur di quel rosso violetto, sbagliato: sembrava un acino d’uva, purpureo e rotondo.
Io ci sto attento a questo tipo di cose. Le mie pezze le ho sempre tenute tutte accostate con cura, in una scala di tinte precisa. Ci tengo, mi piace che l’occhio ci scorra, su quegli arcobaleni armoniosi, senza sbalzi, in una progressione continua e fluente. 
Si vende anche meglio, così. Perché uno compra tre metri di azzurro e gli pare, siccome l’ha visto là in mezzo, di comprare anche tutto quello sfumare: di comprarsi tutti quanti gli azzurri, dall’oltremare al turchino. Poi magari a casa svoltolata la pezza sul marrone del tavolo gli parrà meno bello, l’azzurro, e non capirà bene perché.
Casa mia è tutta bianca, ad esempio: non son riuscito a decidere nemmeno la tinta di un cuscino o un tappeto. Sono troppi i colori, milioni e miliardi. Mi sono sempre chiesto: ma come fanno, a sceglierne uno?
Tutta bianca la casa, i mobili, i muri, il divano, le lenzuola, i cuscini, le tende.
Quando lei la prima volta ci è entrata l’ha trovata un po’ troppo fredda. “Asettica”, ha detto. Non so, a me non pare, a me pareva solo riposante e pulita.
Mi ha portato in regalo un cuscino arancione, qualche giorno dopo, quando ha accettato un caffè: ha detto che così era più allegro. Bevuto il caffè se n’è andata e io son rimasto lì, col cuscino. La mattina, ancora prima di andare in negozio, sono passato alla Standa e ne ho subito comprati due blu scuro, per rimettere a posto le cose.
Quando è tornata per un altro caffè era tutta contenta. “Ma che bello, che allegro così! Guardi, le ho portato una bella piantina. Ci vuole qualcosa di vivo, non trova?”
La pianta era in effetti abbastanza graziosa (non so cosa fosse, non me ne intendo), aveva le foglie lucide e larghe di un bel verde smeraldo. Ho dovuto portare a casa uno scampolo rosso, per fare un centrino da metterle sotto e andare in pari con tutto quel verde.
Dopo tutta la giornata coi colori negli occhi mi affaticava la vista trovarne anche a casa. Ma lei era contenta, diceva che ci voleva proprio una mano di donna. E quando è tornata si è lasciata abbracciare. Aveva un abito ruvido, di un senape che non le donava. Forse è stato per quello che mi è venuto spontaneo levarglielo.
Poi, ha iniziato a venire quasi tutte le sere. Portava biscotti e ragù, tovagliette fiorate e asciugamani bordati a crochet. E un vaso turchese per metterci i fiori e un tappetino a losanghe, e quadri e tendine, e stampe a colori di gatti.
Non sapevo più dove guardare, il vaso turchese era pieno di anemoni viola e mi toccava mettere una tovaglia arancione e un vassoio di limoni per far tornar l’equilibrio.
Lei diceva che era proprio felice, che eravamo complementari, due anime gemelle, davvero. 
Io non ne sono mai stato certo. Mi mancava il mio the del mattino, da quando mi preparava caffè nero con biscottini alle noci. Mi mancavano il mio riso in bianco, la mia fettina di petto di pollo, rimpiazzati da sformati e sughetti che andavano poi accompagnati col vino, io che da sempre ero stato astemio.
Non che ci fossero contrasti, tra noi, ma mi confondeva. Era - mi sembrava che fosse - troppo brillante, troppo sgargiante per me.

A me era sempre piaciuto guardare i colori, in negozio, tutti belli ordinati in cromatiche scale perfette: li guardavo per ore quando non entravan clienti e non avevo niente da fare. E mi piaceva vedere quanto lo stesso tono di rosso è diverso se è di vivido raso o di profondo velluto, di soffice voile o di croccante cretonne. 
Mi saziavano la vista, me la riempivano tutta. Per questo poi a casa avevo bisogno di bianco, per riposare la testa, per non sentirmi ancora degli altri colori vibrarmi dentro, negli occhi.
Lei queste sfumature forse non le capiva: era sicura che stessimo benissimo insieme. Certo, a me non spiaceva averla la notte nel letto. Nel buio tenere gli occhi aperti o chiusi non cambia, è tutto un soffice, tiepido nero.
È di giorno, alla luce, che mi pareva di veder con chiarezza quanto fosse stonata, stridente, quella vita mescolata alla mia.
Forse non era colpa sua: forse era solo troppo intensa per me, forse è solo che mi saturava.
Diceva sempre che eravamo complementari. 
Ma non se ne intendeva, lei, di colori: non sapeva che tra i complementari c’è il massimo contrasto possibile, la maggiore distanza. 
Non sapeva che la loro somma dà il nero.

Non ci sono più ritornato, a casa. Quella notte sono venuto qui, nel negozio. E ho spostato tutti, tutti i rotoli. Tutti.
Tutta la notte ci ho messo, impolverato, sudato, sfinito. Non ci sono più sfumature: ho scomposto tutte le scale per ricombinare la più frastornante scacchiera di colori stridenti, un illogico puzzle di raso giallo e viola velluto, chiffon rosso e crespo verde pisello, arancione e nero e turchese, poi limone e fucsia e marrone.
La prima cliente quando è entrata al mattino è ammutolita davanti a quel dissonante mosaico di tinte, a quella tavolozza insensata che faceva girare la testa. Ha guardato, con gli occhi sgranati, poi si è girata ed è uscita, non è più ritornata.
Nessuno è più entrato: basta uno sguardo attraverso la vetrina, di fuori, e si allontanano in fretta.
Ma io aspetto, perché so che verranno, che mi verranno a cercare. So che la troveranno, prima o poi, bianca come un lenzuolo sulle mie lenzuola bianche.

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