la monografia - n. 2   cromìe

cestini gialli

di roberto tossani

Immagina un bimbo grassottello e timido con uno straordinario complesso di superiorità. Un bimbo che non gioca con i suoi coetanei perché sarebbe costretto a confrontarsi con loro e qualcuno, dimostrando incredibilmente la sua stessa intelligenza, potrebbe ferirlo. Un bimbo che cerca gli adulti perché lo riempiano di complimenti, perché lo facciano sentire più bravo, più bello, superiore. Un bimbo che ha imparato a leggere e scrivere a tre anni e mezzo seguendo la trasmissione televisiva: Non è mai troppo tardi. Un bimbo che sa di essere nato per qualcosa di travolgente. Un bimbo che sente di avere il mondo tra le mani.

Sono io, a Bologna, tra portici e palazzi, chiese e parcheggi, torri e supermercati. Io che ho due soli amici: Luca, il coniglione di peluche a cui confido l’amore non corrisposto per la figlia del portinaio di due anni più grande di me e Gubani, l’amico invisibile, con cui scrivo e recito film western, di spionaggio, polizieschi e di guerra.

Poi c’è la mamma, la mia mamma: la più bella mamma del mondo. Come faranno gli altri bambini che non hanno la più bella mamma del mondo? Che cosa penseranno quando, vedendo la mia mamma, la confronteranno con la loro? Come potranno accettare di vivere con lei, di uscire con lei, di entrare nei negozi tutti illuminati sapendo che esiste una mamma, la mia, molto, molto più bella della loro?

Passo ore ed ore guardando fuori dalla finestra del tinello. Vedo il parcheggio giù in strada, e i palazzi di fronte al nostro, più brutti, più vecchi del nostro, e poi i tetti con i camini e le antenne, le antenne che vanno in su verso il cielo, e poi il cielo, guardo il cielo e mi chiedo che cosa ci sia di là da lui, non altri palazzi, tetti, camini e antenne, più oltre il cielo, passando per quella superficie impalpabile a volte azzurra, a volte grigia, a volte nera con le stelle e la luna appiccicate sopra, di là dal cielo che cosa c’è, quale meraviglia nasconde, quali fate e sorrisi, quale amore tanto grande da riscaldarmi tutto e farmi sentire finalmente bene, farmi ritrovare lì, ad un passo, appena di là dal cielo tutta quella Cosa che so di avere perso e che devo, voglio riprendermi quando diventerò grande.

Il babbo lavora molto. È festa la domenica quando andiamo a mangiare al self-service di via Ugo Bassi e lui porta il suo e il mio vassoio, al pomeriggio quando andiamo al cinema, a volte al Medica, a volte all’Ambasciatori o al Mignon, e poi via in macchina per passare la serata dai Rocchi giocando a carte. Il babbo per il resto della settimana è più invisibile del mio amico invisibile, raramente presente in cucina dove io ceno a pane e caffelatte ascoltando Endrigo e Modugno dal giradischi, oppure nel lettone dove mi rifugio a metà della notte per i miei soliti incubi.

Poi le lezioni di piano della signorina Montanari, la strada al freddo mano nella mano con la mamma per arrivarvi (piazza Malpighi, via Nosadella, via Saragozza), 

 la nebbia di Bologna e le luci a Natale e la Standa dove la mamma fa la spesa, i burattini di Presini, l’asilo col metodo Montessori e Virginia, l’insegnante, le scuole elementari Masi con i tendoni rossi e la maestra Baldini, il Palazzetto dello Sport e la mia incapacità ad andare in bicicletta, il catechismo in parrocchia e Nella, l’amica della mamma che ci viene a trovare tutti i giovedì pomeriggio, e Rif, il suo cagnolino, e la nonna Cucca, e il giorno in cui è morta, e la Certosa, e i calzoni corti anche d’inverno, e la fioraia al parcheggio, i sottopassaggi, la Milletre, la mortadella, Fabio Testoni.

Poi arriva un pomeriggio d’estate di ritorno dal Campo Solare. Ho sei anni. Scendo dalla corriera del Comune alla fermata prevista e non trovo la mamma che mi aspetta, gli altri bambini cominciano ad andarsene ed io a poco a poco mi ritrovo solo sul marciapiede con il mio cestino giallo nella mano, passanti sconosciuti mi scivolano attorno e io guardo nella direzione da cui dovrebbe arrivare la mamma, ma ho già paura, il tempo si dilata, lo spazio comincia a restringersi e io giro attorno con il cestino giallo in mano, con i passanti che continuano a passare, con la mia mamma che continua a non arrivare, faccio qualche passo a destra, altri a sinistra, ma non mi sposto dal punto in cui ho appoggiato i piedi scendendo dalla corriera, quando mi sono ritrovato da solo, io che da solo non sono stato mai. Ed allora il terrore si fa più grande, è un terrore che riconosco, un terrore che ho già provato in una solitudine uguale a questa e che io avevo dimenticato in un pomeriggio d’estate, con un cestino giallo in mano, da solo, mentre giravo attorno a me stesso, mentre i passanti giravano attorno a se stessi, in quel punto preciso dove anche quella volta ero sceso dalla corriera, dove continuavo a ritornare pur lasciandolo per qualche istante andando a destra, guardando a destra, andando a sinistra, guardando a sinistra, andando un po’ avanti e un po’ indietro, guardando avanti e indietro e sopra e sotto, come se la mia mamma potesse sbucare dal marciapiede, o scendere dal cielo, o materializzarsi improvvisa dove meno me lo aspettavo per sollevarmi tra le sue braccia e uccidere quella solitudine terribile che mi soffocava di paura con un cestino giallo in mano, i passanti passanti, tutta Bologna diventata il luogo di una realtà a cui non si poteva sfuggire, dove la mia mamma non sarebbe più arrivata, dove io sarei rimasto per sempre da solo su quel marciapiede con il cestino giallo in mano, le corriere del Comune che sarebbero arrivate e partite, i passanti che mi sarebbero passati a destra, a sinistra, in alto, in basso, in avanti, all’indietro e io che avrei continuato per sempre a guardare a destra, e a sinistra, e in alto, e in basso, e in avanti, e all’indietro, e...la vedo di fronte a me. È la sua voce. Il suo abbraccio. La mia mamma che mi prende per mano e mi dice: “Ciao tesoro, sono qui”.

Immagina ora un bimbo che odia i cestini gialli.
Sempre io.

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