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l’acrilico macchia
di blulu |
C’è foschia fuori, perfetta per influenzare l’anima e lasciarti subito andare.
Se fosse nebbia, sarebbe diverso.
La nebbia attrae, ti ammutolisce e incanta con il suo denso niente.
Nasconde cielo e muri, strade e case e ammalia lo sguardo, ti obbliga ad osservarla con muta deferenza.
Così svanisce il pensare come assorbito anch’ esso dalla nebbia.
Ma lo stato che gradisco di più è la bruma.
Pare un velo di sposa sospeso sul suolo; vederla su di un campo arato, tra i tronchi di un piccolo bosco, sul lago o in un piccolo vecchio cimitero mi ha sempre affascinato.
Questa visione richiama fiabe di elfi e fate nella mia memoria.
Ma questa non è bruma, come dicevo è pura foschia. Il cielo è insulso senza sfumature di grigio o di azzurro. Il sole è coperto e pare ci sia un leggero velo grigio che copre e opacizza tutto il panorama.
Guardi un po’ attraverso i vetri, ti fai stuzzicare giusto un poco dal grigiore e poi puoi rientrare nei tuoi bordi più introversa di prima, arricchita di fosca malinconia.
Ora puoi prendere un bel foglio bianco e riempirlo di paturnie.
La malmostosità, contagiata dalla foschia, è espressa nella sua massima efficienza.
”Quindi ti appresti a scrivere qualcosa di triste, di malinconico?”
chiede la voce coinquilina del mio me.
”Be', no. Non necessariamente“
Le rispondo (quasi) gentile. Detesto essere distratta.
Il foglio è qui.
Ora ci vuole la giusta penna. Ne provo alcune su di un post-it : penna rossa no, blu neanche, matita? no proprio no. Un marker nero punta fine mi attrae. Prepotente e incisivo il tratto. Bene. Poi mi piace l’odore pungente che ha. Lo sniffo un po’ prima di iniziare a scrivere.
C’ era una volta, anzi: C’è. Ecco, questo va meglio.
C’è… qualcosa dentro che fa lo stesso rumore dei cubetti di ghiaccio roteati dentro un largo e basso bicchiere con poco rhum. Quando sono sola si sente bene questo
stloch stlach. Non è che sia fastidioso, è un suono secco ma morbido.
”No, no. Non credo vada bene. O è secco o è morbido. Son ben diversi questi due rumori…non credi?”
suggerisce la voce coinquilina.
”Ascolta piccola. Io scrivo come mi pare e piace. Questo rumore lo sento così. Adesso stai buona e muta per cortesia.“ le rispondo seccata.
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Dicevo, di questo suono che accompagna il cuore e che da tempo si fa sentire.
Credo di sapere di cosa si tratti e come accontentarlo; ma la tirannia del quotidiano e del necessario non si addice a lasciar spazio e sfogo a questa
“cosa”.
Me ne accorgo quando vedo un quadro. Qualsiasi quadro. Anche una brutta stampa
esposta per abbellire una parete in un negozio di mobilia. In questi casi il
cuore si stringe facendomi sobbalzare.
E’ che ho voglia di ricominciare. A dipingere, intendo. Ma non ho tempo.
Le tele vuote riposano sopra un mobile bianco molto alto. E difficile che io le
veda, o per lo meno, sistemi di sicurezza interna fanno sì che difficilmente
io alzi la testa e ne scorga i lati che sbordano da questo mobile. Anche i
pennelli e i colori sono ben nascosti.
Ma tutti questi anni di “cure” per evitare di desiderare, probabilmente non
bastano più.
Una stanza del desiderio chiusa a doppia mandata che chissà come e chissà
quando, deve essersi aperta.
E quel rumore che sento, stloch stlach per intenderci, deve essere
qualcosa o qualcuno che ci si è intrufolato dentro.
Ecco! Adesso lo intravedo. Un altro me chiassoso che dipinge per i fatti suoi.
”Ma bravo!” mi vien da urlargli indispettita.
Lì nella stanzetta piccina deve aver montato, zitto zitto, un cavalletto e
iniziato a dipingere a mia insaputa. Quello stloch stlach, sono certa,
è il rumore del pennello che gira e rigira per detergersi nel vasetto
d’acqua.
”Con questo vorresti dire che non sono l’unica coinquilina di te?”
frigna la vocina.
“Appunto. Adesso smamma però, che ho altro da fare… questo pittore il
contratto d’affitto mica ce l’ha”
“Si, ma… finisce così la storia? Forse dovresti anche…” insiste
petulante.
[Nervosa apro il cassetto e prendo il primo barattolo di vetro che mi capita
lanciandolo verso la coinquilina.
Finalmente, ricoperta di densa crema acrilica color blu cobalto, si
zittisce.
Io corro a farmi la doccia, così, tutta vestita, che si sa: l’acrilico
macchia.
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