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annunciazione
di manginobrioches |
Piovevano rose, quella notte.
Rose tea, rose bianche, rose gialle, rose scarlatte, soprattutto rose scarlatte.
Il sonno era una coperta scura senza pace, con gli angoli pesanti che raspavano sull’impiantito disegnato a quadrati e croci. Il sonno cadeva quasi dal letto di legno, dal materasso riempito di stoppie e foglie di granturco che frusciavano, quando i sogni si facevano intollerabili, o quando i morti camminavano per le case, a controllare i vivi coi loro occhi di madreperla.
Lei non dormiva, perché l’odore delle rose era così forte che la teneva sveglia, e i passi dei morti facevano gemere l’ossatura di vascello della casa.
S’alzò per bere l’acqua della brocca e calmare l’agitazione del cuore, e lo trovò lì in cima alle scale.
Spaventata, perché vedeva con chiarezza che non era umano, si fermò sulla soglia. Solo dopo un poco riuscì a chiedergli: “Che cosa vuoi qui?”
Yehoshua scosse il capo: “Lo sai”.
Aveva una veste di porpora, ali infiammate, un mese di maggio avvolto attorno al capo.
“Vieni a consolarmi?” disse lei disorientata: la luce di Yehoshua era tormentosa e le ali facevano rumore di calabroni. Dalla fronte stillava una corona di gocce di sangue in fiore.
“No, vengo a ferirti. Ma è necessario” fece lui con lo sguardo buono. Un miele rosso gli velò subito gli occhi.
“Non ho bisogno di ferite, io” mentì lei, e inghiottì subito le sue proprie parole, in un singulto che a lui non sfuggì.
“Certo che ne hai bisogno” replicò Yehoshua, con un affetto malvagio negli angoli della bocca. “Potresti dimenticarti chi sei” aggiunse con cura; la lingua sottile d’aspide sibilò per un istante fuori dalle belle labbra.
Le rose nevicavano, sempre più fitte: la notte vorticava di petali, soprattutto scarlatti. Rose sul mare, rose sui giardini, rose sul tessuto sfatto della terra. L’odore di sangue e rose di Yehoshua era violento, e mise in fuga persino i morti: l’alone attorno a lui ardeva come mille lampade, e consumava l’aria. Sulle sue mani sbocciavano minuscole rose, o ferite, fori attraverso cui lei vedeva passare la luce scarlatta.
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Mezzo soffocata, ma piena di passione, lei tentò di replicare: “Io non dimentico mai niente”. La menzogna sbocciò come una rosa di fuoco tra loro, e lui ne fu compiaciuto.
Yehoshua chinò appena il capo di lato, stese le mani misericordiose e prese tra gli artigli la rosa, che vorticava tra milioni di rossi. Fuori, le rose precipitavano in vortici di profumo, onde scarlatte che sommergevano il mare e la terra.
“Oh, voialtri sapete fare cose che…” s’interruppe Yehoshua, lo sguardo sognante sulla rosa che palpitava, nelle sue mani di ramarro, come un cuore vivo.
“Le sappiamo anche disfare” si ribellò il cuore di donna di lei, e la sua mano di donna gli strappò la rosa dalle dita sottili.
Yehoshua – con grande sorpresa di lei – la lasciò andare, con un sorriso dolente che per un attimo smorzò il suo calore d’incendio.
La rosa fece un rumore atroce di cristallo e si dissolse. Questo spaventò lei più ancora delle fiamme d’inferno delle ali, più ancora della tristezza d’uomo di lui.
“E’ nella natura delle cose, dissolversi…” tentò di consolarla
Yehoshua, gli occhi d’azzurro intollerabile attorno alla fessura nera della pupilla. Lei stava per
piangere e una minuscola rosa, forse una lacrima, le rigò la guancia, evaporando subito nell’aria
incandescente. Scosse la testa, dicendo no alle lacrime, o a Yehoshua, o alla natura delle cose.
La lunga coda di lui, dalla punta a forma di freccia, disegnò una voluta elegante e ricadde sull’assito.
“Allora, fai quello che devi” s’arrese lei, perché era nella natura delle cose.
“Tu, l’hai fatto” rispose Yehoshua, il bel viso nitido d’alabastro. L’odore di rose divenne spaventoso e nostalgico, il cuore di lei ne fu oppresso e la lacerazione s’aprì, con un rumore riconoscibile.
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