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bicchieri trasparenti
di caracaterina |
Marta non ama i colori e li vaglia con diffidenza. Veste di nero, di grigio, di bianco e di beige e, in fondo, invidia la vista dei cani che, ha letto, vedono in bianco e nero ma hanno un gran senso delle figure in movimento. Fissa a lungo la gente negli occhi per scoprire e nominare il colore dell’iride, negli occhi scuri si perde con uno struggimento di tenerezza, in quelli chiari si irrigidisce ai celesti spalancati e fermi e si agita per i cangianti, soprattutto se scova pagliuzze dorate. Più volte è stato anche imbarazzante, davvero. Soprattutto alle mostre, a cui è continuamente invitata per il suo lavoro di critica d’arte.
A quelle di Antonello, però, non va mai e, anche se considera l’intera faccenda del tutto meschina, si compiace che lui ne soffra, perché una presentazione benevola di Marta alza le quotazioni, illanguidisce i collezionisti e rende pazzi di invidia gli altri pittori.
La casa di Marta è una grande pinacoteca oscura, dalle finestre quasi sempre serrate perché lei molto spesso è fuori, e comunque schermate quando rimane in studio. Un complicato impianto di illuminazione a faretti entra in funzione a seconda dell’opera che lei vuole vedere in chiaro ma sui tanti quadri di Antonello la luce è sempre accesa.
Nei dieci anni in cui avevano vissuto insieme lei è quasi morta e quei lavori sono le sue cicatrici che hanno smesso di dolere ormai da sei? sette? no, otto anni. Si sono lasciati da otto anni e adesso è un vizio gustoso toccare e ritoccare le cicatrici per trovare che sono insensibili, brune e perlate.
Nessuno dei due era nessuno quando tutto aveva avuto inizio. Nessuno dei due sapeva guardare, così avevano proceduto a lungo alla cieca. Ma una sera l’anziano affermato scrittore, dal fondo del suo divano sotto il ritratto bianco e nero che gli aveva fatto l’amico Giacometti, gli occhi socchiusi su una tavola apparecchiata da Antonello in piatti rossi e bicchieri d’oro (aveva copiato su tela una foto di Casaviva, ma questo non si poteva certo dire) li aveva spediti a Strasburgo, al Museo dell’Opera della Cattedrale, a cercare nei vetri e nei canestri di un tale Stosskopf la luce della trasparenza. Aveva detto proprio così, la luce della trasparenza, l’anziano affermato scrittore, amico di Giacometti, dal fondo del suo divano in una casa che sembrava una grande pinacoteca oscura ma era un appartamento nel centro di Milano.
Antonello dovrà diventare il Maestro dei Bicchieri Trasparenti. La loro casa è sempre piena di bicchieri in posa fotografica, di fotografie di bicchieri a mucchi, allineati come soldatini, controluce, sopra il tavolo, dentro a ceste, sotto una lampada che non si vedrà. Fermi immobili, in pose improbabili ma plastiche, per catturare la luce della trasparenza.
Antonello, al buio delle cinque di mattina o delle undici di sera, accende il fotoproiettore sul tavolo di cucina e disegna sulla tela i contorni della scena di bicchieri scelta. Poi spegne e non sbaracca ma inizia con le velature di colore. Le campiture segnano il primo tono e continua così per ore, per giorni, velatura su velatura, tono su tono. E intanto, attaccato al telefono, col pennello in una mano, cerca collezionisti, pietisce presentazioni, racconta balle a chiunque.
Della prima mostra seria Marta aveva scritto l’introduzione a catalogo, impiegandoci un tempo infinito per studiare, documentarsi e poter dire e non dire.
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Il Maestro non era nessuno quando tutto aveva avuto inizio ma Antonello non ha voluto che si sappia, che lui era partito dalla Sardegna tanti anni prima, solamente con quelle iridi cangianti con le pagliuzze dorate dentro, e nient’altro, nemmeno una matita, nemmeno un pastello e un foglio di carta, e che tutto, ma non proprio tutto, aveva avuto inizio or sono tre anni, quando loro due avevano litigato per quella sua
mania, di lui, e lei non lo aveva voluto più in casa, e lui era tornato per un po’ da sua madre dove, nello stanzone col letto e la tavola da pranzo, aveva cominciato a leggere riviste d’arte comprate all’edicola, e che tutta la sua formazione era stata un corso serale al dopolavoro dove aveva scoperto che non sapeva disegnare, era proprio negato.
Avevano litigato ancora, per quella biografia monca e quell’introduzione non abbastanza lusinghiera, secondo Antonello, e Marta non poteva nemmeno consolarsi e mangiare “perché sai che non mi piace che ingrassi, e poi io, come faccio a dipingere bicchieri se tu ingrassi, e io penso che tu ingrassi e soffro perché so che, se ingrassi, non potremo fare l’amore e allora non riesco a vedere i colori perché sai che la trasparenza è fatta di tutti i colori, come il bianco, come il nero, e un bicchiere trasparente ha tutti i colori, lo vedi?
Guarda qui, c’è il rosso
magenta, c’è il giallo di cadmio limone, lo vedi? E c’è il bianco d’ossa e marmo che serve per le ombre e non per la luce, tu non lo vedi, tu credi nero il nero e che l’ombra sia grigia, lo vedi che è arancio, lo vedi? Tu scrivi, scrivi, ma parla di me come di quello, di quello. Massì, amore mio, scrivi bene di me che poi facciamo l’amore e diventiamo famosi, ma non mangiare che ingrassi, ti prego, ti prego.”
Marta scrive, Marta studia. E nasconde un pacchetto di crackers in fondo al cassetto.
Antonello vende a ogni mostra sempre di più e a prezzi sempre più alti, a collezionisti sempre più in vista. La fabbrica di bicchieri più famosa d’Italia ha voluto un grande olio da mettere nella sala convegni e tutti i colori della trasparenza hanno incantato il mago dei capi di lana più multicolore della nazione.
Sulle tele di Antonello la materia era divenuta luce davvero. I segni del pennello sottilissimo di martora fine non si vedevano neppure sotto lampade con luce diurna. Si sentiva il vetro sotto i denti, a guardare, si sentiva il gelo dell’ombra filtrata dagli intarsi sulla superficie dei bicchieri, a osservare, si poteva toccare la stoffa bianca-non bianca su cui i calici poggiavano.
Marta era divenuta trasparente davvero. I segni della fame sottilissima erano nascosti dagli sguardi di pagliuzze dorate che ne sorvegliavano il digiuno. Si sentivano le ossa sotto le dita, a toccare, si sentiva una massa insospettabile di piccolo muscolo rigido sotto la stoffa di voile argentato, si poteva accarezzare il bacino che poggiava sulle ossa lunghe.
Marta si svegliò in ospedale. Ai polsi bende bianche di materia compatta e allo stomaco un dolore. La luce era accesa. Sul comodino un bicchiere di plastica, opaco.
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