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due colori
di strelnik |
"Perché due colori, messi uno accanto all'altro, cantano?
Qualcuno può spiegarlo?
No.
Proprio come nessuno può imparare a dipingere."
(Pablo Picasso) |
Era dalla prima giornata che glielo dicevo.
Un pappagallo con le clark. Any Given Sunday e molte porchemadonne.
Non c'era domenica che il cristo mandasse in campo che non glielo ripetessi.
La voce rincorri-la-coda di Rain-Man nel chiuso degli spogliatoi.
Un concetto mandato a loop in tutte le salse.
Una serie di approcci - e bestemmie - diverse solo per arrivare alla stessa conclusione.
L'hai presente due rette parallele?
Ecco, io e loro, visti dall'alto.
Io.
Trentaquattr'anni di dedizione al calcio, al cinema e al movimento che fino al millenovecentottantasette m'avevano fruttato un incarico non pagato di allenatore della squadretta d'allievi - categoria interregionale - , un posto di proiezionista part-time al cinema Luxur sempre più sul viale del porno e una bella barba brizzolata. Oltre allo schifo per il pentapartito e a volte anche più in là.
Loro.
Quindici ragazzetti temprati dall'ormone al color bianco, segaioli incalliti e qualcuno già sfumazzatore del cannino pre-partita o di quello da gustarsi comodamente a centrocampo quando mi squalificavano e dovevo rimanere in tribuna a cercare di dirigere la squadra coll'aiuto di Iannacci che era tesserato ma non giocava mai -
perché c'aveva l'asma e l'occhiali e una mamma che forse glieli aveva fatti venire tutti e due - e che faceva la staffetta tra me e la panchina dove regolarmente lo mandavano in culo e gli tiravano l'acqua del secchio E anche la spugna.
Congiunture sfavorevoli, ipertrofia del gap generazionale, la mano di Maradona contro l'Inghilterra, la Thatcher che la spuntava sui minatori e i Sex Pistols; vall'accapì, cos'era; fatto sta che io parlavo una lingua e loro un'altra: si stava insieme
perché s'aveva giustamente bisogno l'uno dell'altro - un po' come facevano in Jugoslavia prima che c'entrassero in mezzo altr'interessi.
Poi successe cosa poteva benissimo succedere già prima.
Successe in una partita undici contro otto
perché sette baldi adolescenti erano a letto con l'influenza - forse a mani legate.
Mettici anche che successe che Maurino Cenciassi - gran manovratore a centrocampo e nelle proprie mutande - dopo nemmeno un quarto d'ora s'era fatto buttar fuori per un cazzotto tra moccio e bava al mediano dell'altra squadra - e siccome si sapeva tutti che era lo stesso che gli aveva rubato il motorino e poi gli aveva chiesto i soldi per riaverlo, quando passò davanti la panchina e mi guardò negl'occhi, storsi la bocca ma gli passai il cappauei ché aveva ripreso a piovere forte.
Per non perdere a tavolino era stato costretto a entrare Iannacci.
Iannacci con tre magliette della salute sotto la maglietta numero quattordici, l'occhiali legati dietro al capo con una stringa di scarpe e la solenne promessa da parte mia che non l'avrei mai detto alla su' mamma.
La su' mamma bacchettona e bacchettatrice che era stata anche una mia professoressa alle medie e quando ce l'avevamo all'ultim'ora ci faceva dire il padrenostro prima d'uscire e io e un altro una sera dopo il telegiornale gli s'era riempito la macchina di sacchetti di spazzatura
perché ci trattava male.
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Com'è, come non è, era entrato Iannacci.
E volava.
Un maglione uscito dalla lavatrice, poco strizzato e con le maniche troppo lunghe.
Che vola.
Che tocca il primo pallone e lo stoppa di petto, facendo gli occhi bruschi nel secondo che sembra Clint
Eastwood.
Un bimbetto di tredici anni con tre zii preti e con la mamma a casa a fare la minestra con le verdure dell'orto - alla bottega in paese costano troppo e la carne fa male.
Uno che a scuola lo chiamano sanfrancesco e quando hanno detto al T. - che c'ha la vespa primavera truccata, è bocciato due volte e ha rubato il cappottone del prete per farci il mantello di Bat-Man in classe -
'nsomma da quando l'hanno detto a lui che non l'hanno mai sentito bestemmiare, il T. tutte le volte che incontra Iannacci gli strizza le palle o gli storce un braccio e gli dice che se non tira una porcamadonna non la smette.
Iannacci che ora scarta i ragazzotti avversari che sono la meglio difesa e una delle peggio gioventù del Cep - specialmente da quando l'hanno riempito d'eroina e il mercatino rosso non lo fanno più.
Iannacci che s'incazza con l'arbitro per la distanza della barriera e dice di toccargli il pallone - fermo per una punizione di seconda - a Bastione che lo guarda come un cretino e non ci crede proprio che è lo stesso Iannacci che c'ha il cugino soprannominato Santino e quando la domenica pomeriggio arriva al bar fa subito uscire Iannacci
perché non sta bene che lo vedano a sedere dentro insieme a quei cazzoni dei suoi compagni di squadra. Che allora si mettono a ridere e gli fanno il verso delle campane.
Iannacci che picchia di collo pieno sul pallone sfiorato dalla punta di Bastione e il pallone che s'alza deciso e alto sulle teste degli avversari fermi in barriera.
E sotto la palla in volo passano rapidi e appena sfocati la linea dell'area grande, il dischetto di rigore, la linea dell'area piccola, la punta dei guanti del portiere e la linea di porta.
Le spalle a gruccia di Iannacci sembrano raggiungere una méta inseguita per settimane; i suoi occhiali marroni sostano per un secondo sul tetto del mondo a godersi il folle spettacolo dell'umanità in festa sul palcoscenico ristretto d'un campetto di periferia con le docce sporche e l'acqua quasi tiepida.
Alla fine vinciamo uno a zero: ha segnato Iannacci al ventitreesimo.
In questi momenti potresti anche credere che basti così.
E che serva davvero poco altro per essere felice.
Accade che spariscono le mamme, le pedate in culo, la scuola, i professori, la messa coi vestiti puliti e chi ti non capisce e ti picchia.
Accade che tutti ti guardino e s'accorgano davvero che esisti.
Era dalla prima giornata che glielo dicevo.
Oggi vinciamo.
Una bestemmia e glielo ridicevo.
Oggi si vince.
Eresie a raffica.
Solo Iannacci capiva.
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