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bulbi
di ciccio bandini |
Avevo preso l’abitudine di premere le palpebre degli occhi con la parte interna dell’indice ben steso, tenendo le altre dita ripiegate su stesse. Me ne stavo sdraiato sul letto o sul divano di pelle di uno studio dentistico e premevo i polpastrelli sui bulbi oculari. Talvolta avevo paura di farmi del male e in quei momenti mi tornava in mente la ragazza dalle protesi oculari conosciuta in un ristorante vicino a San Vittore e che non se n’era più voluta andare via. Sembravano uno scherzo, quelle lenti colorate appiccicate sugli occhi. Osservavo i suoi seni muoversi sotto la camicia di raso, la vedevo ridere con quelle grottesche lenti appena sotto le sopracciglia rifatte. La prendevano in giro e lei si arrabbiava. Era dolce. Tentavo goffamente di proteggerla.
Non so come è cominciato. Non si sa mai come comincia tutto quanto e non si sa mai se finirà. All’inizio è stato come una specie di gioco. Poi è diventata un’abitudine e ne sono diventato dipendente. Premevo forte, sempre più forte, fino a sentire dolore. Il contatto della pelle morbida delle dita con quella flaccida delle palpebre era piacevole. Irrigidivo il corpo e rilassavo i muscoli del viso.
Mi limitavo a premere e stavo a vedere cosa succedeva.
L’ultima volta, non è successo niente per diversi secondi. Poi sono cominciati ad arrivare grappoli di luci bianche, minuscole esplosioni nei cristallini, lampi infuocati pronti a sparire senza lasciare tracce. La violenza dei colori mi infiammava le tempie, immaginavo che un
elettroshock fosse così. Rabbrividivo.
Spesso ho avuto la tentazione di farla finita, ma ho scoperto presto che era solo una questione di disciplina. Il trucco era mettere le dita in orizzontale, con la punta bloccata sull’osso del naso e l’estremità inferiore a sfiorare le ciglia. In quella posizione gli indici aderiscono perfettamente e spostarli comporta un notevole sforzo.
A quei tempi tutto mi sembrava confuso. Avevo perso interesse.
Mia sorella si preoccupava. Mi diceva “che ti succede, che hai?”. Io sorridevo e scuotevo la testa.
Così continuavo a schiacciare con forza calibrata e ad aspettare, a schiacciare e ad aspettare.
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Le luci bianche finalmente sono sparite. Sono arrivati i colori che aspettavo. Somigliavano a fuochi d’artificio, razzi che mi infiammavano il cervello e salivano in alto in silenzio, per poi morire lentamente.
Sono rimasto a lungo in contemplazione, mi sentivo felice. Era una giostra illuminata, un luna park devastato da un’esplosione nucleare, un arcobaleno frantumato in mille pezzi.
Ho continuato a premere sempre più forte. A un certo punto ho sentito salire da sotto le palpebre un dolore cupo. Ho pensato che era arrivato il momento di smettere, che la fitta si stava facendo insopportabile. Ho ripensato a mia sorella, alla ragazza delle protesi. Ero ancora immerso nei colori e la testa era una girandola. Allora è successo qualcosa. E’ stato come superare il muro del suono, un piacere fortissimo, reso più acuto dalla sofferenza.
Non si può dire che abbia deciso razionalmente di farlo, ma l’ho fatto. Ho continuato a premere e non mi sono fermato neanche quando un signore un po’ impulsivo ha provato a intervenire e a staccarmi le dita dagli occhi. Mi sono rannicchiato per terra, con i gomiti stretti a proteggere il ventre. Mi hanno portato al pronto soccorso con ancora le dita serrate sugli occhi. In quei momenti, mentre me ne stavo rannicchiato sulla lettiga, sentendo le voci dei volontari e immaginando il colore arancione della casacca, mi sono chiesto se avessi fatto una cosa giusta. Ci ho pensato bene, poi ho deciso che la domanda era sbagliata. Piuttosto era inevitabile, ho pensato. Anche se capivo bene che non lo fosse affatto.
I medici mi hanno fatto un’iniezione con una grossa siringa. Da quel momento non ho sentito più niente. Ricordo solo un vago odore di anestetico e di guanti in lattice.
Ora sto bene. Non vedo più le cose e le persone, vedo i colori.
Non serve più premere con le dita.
Di giorno indosso le protesi fatte su misura da un artigiano di Reggio Emilia. Le mie lenti da carnevale, le chiamo.
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