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mòbledor
di manuela ardingo |
A sentir Mòbledor tutto poteva essere aggiustato a colpi di pennello o, se proprio non si poteva, a forza di baci. Viveva, insieme agli altri folletti, su un enorme foglio bianco: in un allegro monolocale ricavato da un secchio di vernice abbandonato. Sul fondo un paffuto piumone rosseggiava di fragole sparse e alle pareti scaffali sugherosi si rincorrevano a spirale fino al cielo.
Il tetto non c’era: se pioveva dipingeva un po’ di tegole, col sole le cancellava. Perché Mòbledor faceva il pittore e schizzare il mondo di gioia e colori era la sua missione. Per questo sfruttava la tetra presenza di un cantiere edilizio cresciuto chissà come appena fuori dal bosco.
A più riprese aveva provato a riverdeggiare tutto, per vederlo sparito e confuso nel prato: ma ogni volta le impalcature tornavano più nere di prima.
Così aveva iniziato a rubare secchi di vernice dalla piccola rimessa dietro la betoniera: per salvare almeno i colori. E quando non bastava si stringeva a Rita, una margherita alta e simpatica, e la baciava. Ma solo per rimettere in circolo un po’ di rosso buono: l’amore a due, infatti, non gli interessava. Mòbledor s’innamorava di tutto. Come Faber, un amico folletto che da circa sei anni se n’era andato in un bosco più grande. Certo adorava le fragole, ma con Rita era diverso: la baciava solo per salvare il rosso. Perché rosso è cuore e non lavori in corso, rosse sono le fragole e non le croci degli ospedali.
Rubando i colori dal cantiere aveva l’impressione di restituire un significato a ognuno di loro. E usarli era un piacere perché avevano tonalità straordinarie: i rossi così rossi, i blu che più blu non si potrebbe, i verdi di un verde imbarazzante. Ormai tutte le sfumature naturali gli sembravano da ritoccare e Mòbledor aveva un gran da fare in giro per il foglio. L’albero secco in fondo alla valle, ad esempio: aveva provato a dipingerlo di marrone nutella ma le foglie non erano spuntate, così ogni mattina passava e lo abbracciava più stretto che poteva. I suoi capelli sbiondivano la corteccia, la salopette sbluiva le rughe del tronco, le labbra si squagliavano contro il suo sapore legnoso. Ogni giorno. Ma l’albero non migliorava e Mòbledor non capiva. Più dipingeva e più c’era da fare. Più colorava e più il mondo diventava grigio. Era come se il rosso avesse iniziato a fingersi grigio. E il nero, e il bianco, e il verde… tutti uguali: ingrigiti di corsa e senza distinzione. Mòbledor, tra l’altro, non aveva mai avuto un buon rapporto col grigio. Invano suo padre aveva cercato di farglielo notare quando, da piccolo, avrebbe voluto dipingere tutto di rosso.
Il grigio esiste, Mòbledor. Gli diceva. Lo imparerai.
Ma lui si stonava di bianco e di nero e quando scopriva un po’ di grigiume tentava di rimediare con la tavolozza. O, male male, coi baci. Una volta era stato due ore abbracciato alla zampa di un suo amico elefante e aveva smesso solo quando lo aveva visto arrossire. Ma erano altri tempi, ora il grigio era ovunque e avrebbe dovuto baciare tutto.
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Ora imparava che il grigio esiste davvero, che esiste tantissimo e che, per esistere, pretende il sacrificio di tutti gli altri colori. Solo qualche giorno prima, per sbaglio, aveva dipinto un fungo di un azzurro che sarebbe stato troppo azzurro persino per il vestito della fata turchina. Glielo aveva
fatto notare un folletto che passava di là e capì che era vero perché il fungo peggiorò. Allora lo strinse con tutta la forza che aveva, ma quello non guarì e Mòbledor pianse. Perché vedeva tutto grigio e il problema era nei suoi occhi. Così andò al centro del foglio a meditare: capire il reale colore delle cose diventò la sua ossessione. Lì, seduto a gambe incrociate, vide una chiazza più scura dove doveva esserci solo bianco e in un baleno si convinse che la macchia dipendesse dalla sua nuova incapacità di riconoscere i colori. Come se tutti i colori che non riusciva a vedere si sottraessero al bianco comune del foglio proprio in quel punto. Capì di essersi ammalato di una malattia che un giorno aveva letto su
Cromus. Quella che viene a chi sta troppo a contatto con le vernici, quella che non fa vedere bene al crepuscolo, quella che più respiri certe sostanze e più gli occhi ti s’infettano, quella che non ha niente a che fare con i sette chili di ceci della cena di
Jotoz: la cecità crepuscolare. Corse a casa e cercò la rivista. Lesse che per guarire le vernici devono essere naturali e fatte di cose buone, che devono lasciar respirare e, soprattutto, non devono contenere sostanze tossiche. Chiuse la rivista e pensò che era arrivato il suo momento: anche se non aveva ancora la tosse, di sera non vedeva quasi più niente. Così si mise subito all’opera: niente più colori finti, niente più chimica. Sacrificò un po’ delle sue fragole per fabbricare un rosso genuino: tornò dal fungo, lo dipinse e il fungo guarì. Corse di nuovo a casa e prese un sacchetto di cacao. Ci aggiunse trentotto uova e mischiò tutto. Andò dall’albero malato, lo dipinse e l’albero guarì. Poi tornò a casa, prese altri barattoli e raccolse tutta l’erba che poté: per i verdi. Andò al fiume e scelse le alghe per gli azzurri. Chiese una pizza di formaggio a
Jotoz, che se ne separò a malincuore ma lo fece, per i gialli. Raccolse tutte le arance ammaccate per terra e ne trasse un arancione bellissimo. Ordinò i nuovi colori negli scaffali. E ingiallì il suo secchio di un giallo limone fatto di albume, fontina e fiori di camomilla. Quella notte dormì meglio e la mattina, mentre faceva colazione con un cesto di fragole, non credeva ai suoi occhi: il rosso cicciotto del frutto scintillava come quasi non si ricordava più. Rise e si giurò che mai sarebbe tornato ad essere così egoista. Perché è chiaro che se vivi come se gli altri non esistessero prima o poi diventi cieco e fai nascere una macchia nera sul foglio di tutti e gli alberi si ammalano e i funghi non guariscono e a quel punto non servono più neanche i baci.
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