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rosso e amaranto
di marco bertollini |
E’ il tempo in cui vendo parole per guadagnare la vita, anni che mi penso come una puttana, che prende le frasi da un cesto e le getta per strada,
prendetene tutti, fateci quel che vi pare, parlateci sopra, gettatele via, tanto non cambia il valore di suono che si portano dietro, il senso distratto, o magari il colore.
Che mi frega dei colori, mica ci faccio le storie, dico mordendo l’aria fredda e la pioggia, e stringo il cappotto, attento a non bagnare le scarpe. Eppure sono di nuovo di fronte al portone di questo palazzo del centro, con la facciata coperta da un’edera zuppa di pioggia.
Buongiorno, sono in anticipo dico superando la soglia,
no signore, dia pure a me il suo cappotto, la signorina l’aspetta nello studio, risponde la governante e io cerco di capire quanti sono gli angoli acuti che le scompongono il volto. Salgo le scale e sento l’odore dello spazio in penombra, sento odore di chiuso. Mentre macino i gradini, distolgo lo sguardo da terra, dalle pareti, dai quadri e arrivo di fronte alla porta con tutti quei vetri. Fisso il cartoncino giallo inserito tra i battenti. Apro la porta piano, e il cartoncino cade girando come una scaglia di zolfo, e lo perdo di vista nel buio. Mi chiudo la porta alle spalle, e tremano i vetri.
La signorina mi aspetta, seduta in poltrona, e tutto lo studio mi parla di lei: del suo amore per la carta stampata, di abitudini raffinate, dei suoi libri che non le dicono niente, da quando ha perso la vista. E’ ancora una giovane donna, a cui piace giocare con quello che il destino le ha tolto.
Buongiorno Sara, le dico.
Buongiorno, mi risponde lei, ha visto il cartoncino, quello sulla porta?
Ma io non rispondo. Lei non conosce il colore di quei cartoncini, li tira fuori da un mazzo. Cammino nella piccola sala seguito dal mento di lei, che sonda l’aria come una fragile antenna.
Non amo questo lavoro, mi dico e la guardo seduta in poltrona, con la schiena diritta, il piccolo seno che sporge, le ginocchia che si toccano, le scarpe senza il tacco, gli occhiali che coprono occhi di seppia.
Allora inizio a parlare e le racconto che
l’aria era fredda come nella mattina del mondo, e gli uomini usavano scodelle di terracotta crepata, mettendoci le dita per impastare i colori, e poi se le passavano sul volto l’uno con l’altro, poi da soli si decoravano il petto con i colori di guerra. Osservo le sue labbra che provano a ripetere la mia narrazione: si aprono, si chiudono.
Mentre parlo, vedo che si stropiccia le mani allacciate sul grembo, e noto un’ombra di sorriso che diventa una smorfia, quando proseguo con il racconto di quegli antichi selvaggi che fanno la guerra, e che prima di incontrare la morte, guardano il sole, e tutta la prateria che si tinge di un colore dorato, come il...
il giallo ..., dice lei sussurrando,
... che hanno dipinto sul petto, concludo e sospiro e mi appoggio allo stipite della finestra. Guardo fuori e vedo che piove, e penso che mi ci è voluto poco stavolta, per portarla di fronte a questo colore. Lei pare felice e mi chiede:
domani? Ci sarà anche domani?
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Domani, rispondo, ... se vuole, vengo anche domani, e lei inclina la testa, schiude le labbra e sembra che emetta un lamento, ma lieve.
Quando esco, la governante mi mette in mano una busta, che caccio nella tasca del cappotto, per difenderla dalla pioggia.
Vendo le mie parole, e ne faccio colori per chi se li è dimenticati, e quando il giorno seguente mi trovo davanti un cartoncino rosso, penso a ciò che mi attende, una volta chiusa la porta alle spalle. Inizio subito, e le parlo dell’immenso rogo di
Troia, per portarla a indovinare il colore del fuoco, e poi continuo con i tramonti su un lago ghiacciato. Ma vedo che Sara scuote la testa, e si passa una mano tra i capelli. La vedo col mento che segue una pista, e le si aggrotta la fronte, e allora cambio di nuovo la storia e le parlo di una strana montagna in un continente lontano. Una montagna segnata da tagli profondi, che quando il sole decide che è ora, quasi si infiamma. Ma quella donna che ha dimenticato i colori, adesso si alza turbata, e si torce le mani, si avvicina a tentoni, e sento che le dita mi sfiorano il volto e le labbra, e mi dice non riesco a vedere, stamattina
non riesco a vedere il colore che mi sta raccontando e io percepisco una nota pesante nel fiato di Sara, come di morbido gesso, di latte.
Allora distolgo la testa e rispondo a voce bassa, sussurrando, lei non mi ascolta Sara, questa mattina non segue, non riesce a capire di quale colore le parlo?
Sara avvicina il volto al bavero della mia giacca e vedo che allarga le piccole narici, serra le labbra, scuote il mento fino a sfiorarmi, risponde
non riesco a vederlo, questo colore. Ho capito di cosa mi parla, ma non riesco proprio a vederlo.
E adesso mi tocca la mano, me la prende tra le sue dita sottili, e me la guida fino al suo corpo, e io capisco. Le poggio l’altra mano sulla nuca e le prendo delicatamente i capelli e li tiro piano verso la schiena, e lei alza il mento per aria, e schiude la bocca.
Con la mano destra la frugo con calma nel grembo, mentre lei afferra l’aria coi denti, e ribalta il viso al soffitto, e io le racconto che sotto le dita sento come un colore di perla, quasi un’ombra di opale, e lei risponde che mi sbaglio, che tutto quello che sta succedendo è solo un rosso potente, forse amaranto, e lo dice a voce bassa, trionfante. E allora le ripeto dentro l’orecchio, stringendola contro la spalla e continuando a frugare,
che si sbaglia perdio, che tutto quello che stringo tra le mie dita ha il colore chiaro del latte e lei, mentre trema e stringe le gambe, grida che quello che vede è tutto dipinto di rosso. Si appoggia contro il mio petto, mordendosi il labbro, e mi serra il polso ansimando, il polso che adesso fa male.
E quando esco da quella casa, e mi trovo con le spalle al portone, fuori piove tutta quell’acqua, e la città si scioglie come tempera grigia e io sorrido soddisfatto,
perché Sara ha di nuovo visto un colore.
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