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mercurio
di sicilia
(spagna) |
Disse Ginzburg che una grande scrittrice inglese
– di nome Ivy Compton Burnett, non l’ho letta
– già vecchia solo parlava di frigoriferi e del tempo. Nessuno voleva più vederla meno Ginzburg che avrebbe parlato volontieri con lei di frigoriferi. Vivevano nello stesso quartiere di Londra. Festeggiava di Ivy Compton “il suo dialogare pervicace e maligno”. Pervicace suona così bello che non trovando nei miei dizionari italiani minori cosa fosse la pervicacia, ho tradutto liberamente un dialogare pervinca e maligno. Anche la parola pervinca la trovai felicemente in un poema torinese e serviva per colorare gli occhi di un figlio di Ravetta.
Questa cosa la racconta Ginzburg parlando dell’ epoca della sua vita in cui lei viveva in Londra mangiata dalla nostalgia d’Italia.
Per cullarla cercava nei giornali italiani, tra delitti, nomi di strade di Torino e Roma, a Londra convocava i posti della sua vita anteriore.
Fu solo interponendo tra lei e Italia un vuoto, il mare, un’isola, che si è tolta la vergogna di lasciar venire Torino ai suoi racconti. Prima, non bene sentiva apparire la sua città, la mascherava fino a farla somigliare a Mosca o Piertroburgo e si amareggiava di non poter nominare i suoi personaggi Sacha e Sonia. Solo la distanza fisica del suo paese e il forte rimpianto le fece recuperare la memoria delle colline piemontesi, il lungofiume del Po, le strade, le panchine deserte nei viali muti, il grigio del cielo, via Pallamaglio, la nebbia, le voci della sua infanzia e poi le voci della sera.
Io dei frigoriferi penso poco, che fanno uscire quella luce gialla se li apri in pigiama nel buio. Il tempo mi sembra apocalittico. Non parlo molto. Il dialogare maligno mi ricorda Hanna Derrida, una donna che lessi ammirata in una web torinese, per la mia nostalgia italiana mi disse ma perchè non ti prendi un camion e vieni, come se fosse il modo più naturale di viaggiare, sull’alto di un Tir cantando Carrà.
Insomma, è da anni che tento d’immaginarmi come sarà la nostalgia mia di España dalla quale non mi separa nessuna distanza fisica.
Come Ginzburg con Pietroburgo, vivo in Vigo contandomi che è Torino. Mi adatto alla neve d’inverno, faccio l’amore di nascosto nel lungofiume, lavoro in ufficio e gli amici sono della resistenza, abbiamo una vita di piena di pericoli, sempre in fuga con lunghi impermeabili. Meglio, come non ho un’imaginazione superealista nè mi aiuta per provocare la nostalgia, tolgo il lavoro in ufficio dall’immaginazione delle cose italiane e mi vedo semplicemente vivendo gratis all’Albergo Roma, mentre fumo Winston pirata camminando al mezzosole da Porta Nuova a Palazzo Madama.
Subito faccio che sia primavera, mi do soldi e vacanze e da Torino vado a Palermo (o Alghero Verona L’Aquila Udine Venezia Padova Salerno Napoli Treviso, altre a capriccio) sempre per farmi scoppiare la gran nostalgia che mi trarrà España alla memoria piena di buchi.
Non mi viene nessuna nostalgia divoratrice se non una allegria pazza.
Guidando per strade tra colline o bene poggiando la testa sul finestrino del treno, vedo le nuvole italiane andandosene lentissime verso il Sud –anche le vedo andandosene verso l’Est, verso il Nord e verso l’Ovest.
La gente sul treno telefona agli amori legge sonecchia dice cazzo madonna.
Fuori silenzio.
Cipressi ruscelli chiese cartine stradali cupole due baciandosi il mare ligure.
Continuo provando a provocarmi un feroce rimpianto spagnolo e poi una visione che spiazza gli Abruzzi che adesso sto quasi toccando (col naso, dal finestrino).
Al finale mi viene una minivisione della meseta di Castilla quando Galicia perde colore e si degrada e il verde si fa giallo spento, i monti spariscono e il cielo cresce, si spande. Vedo: campi di grano, alberi nani, un camion, cilindri di paglia sulla linea di terra, una strada vuota come se non ci fosse nessuno in España.
Le nuvole si sfanno, si tendono, si allungano.
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La visione si sovrappone all’Italia che vedo dal treno immaginario.
Come il suono di una frusta che balla nell’aria.
Come se la pioggia smonta un fiume americano .
Come se dio mi dice Saulo Saulo stai tonto o cosa.
Con la visione castigliana, vedo anche (accanto a 7 della mia famiglia in un Seicento bianco col motore rotto) un tempo portentoso con tutte le cose che funzionano: l’aria ferma, l’orizzonte, la lavatrice, le ombre versate, due mani, la tele, il sofà, la pioggia.
E tale la visione che mi viene un desiderio pazzo di ritornare correndo da Torino a Vigo, mi duole pazzesca l’assenza di casa, mi ammalo di malinconia e viene fuori una seconda minivisione:
Un Mare Incredibile di Un Verde Potentissimo, Platani Mai Visti Praticamente di Fantasia; spiaggie bianche per ore, abbia glassè, l’estate, le luci del mezzogiorno, il porto nudo, le lampadine del porto, le terrazze sul mare con i mangiatori di polpo, el alvariño, la festa, tutti gli ulivi che quest’anno ha piantato il sindaco lungo la strada Urzáiz, mescolate con (forse glicine) e arance; verrano fuori anche esse inedite, le arancee con la pelle bianca che hanno in inverno per una malattia che le dà un aspetto veramente orrendo, le metto brutte così per imitare i chiarioscuri che fa la vita.
Parallelo, mentre mi scoppia una minimemoria luminosa universale spagnola nel treno immaginario italiano, guardo il cielo galiziene dalla finestra di casa: a intervalli brevi si copre e torna a essere il cielo di un tempo, ferro e lavagna, come se il clima rovesciato dell’andamento cedesse anche lui alla nostalgia dell’Atlantico.
Le nuvole adesso hanno la parte inferiore arancia ardendo. Uguale il resto dei colori, li bagna il sole che scende al mare.
Subito le nuvole svaniscono e torna la misteriosa piattezza blu degli ultimi mesi: giorni e giorni lunghi e luminosi, blu di giugno in gennaio.
Di colpo vedo che se al posto del Torino metto Vigo, mi servono tutte le parole di Ginzburg per evocarlo - meno il lungofiume del Po ma al suo posto poniamo l’oceano alzato per un vento del Nord.
Il resto è tale quale.
Abbiamo le colline, le panchine deserte, i delitti.
Mi animo e provo a sostituire Vigo con Oran e mi funziona anche, bello.
Lo stesso che Oran, Vigo è piccola, commerciale, confusa, mangiata di una malattia invisibile, ha aria tranquilla e neutra, vive del mare, conserva i pesci in scatole – però l’idea conservatrice fu d’invento catalana-, la gente lavora tutto il tempo per fare mille soldi e poi gli piacciono le cose semplici: le donne, il mare, il cine, non lavorare il sabato.
Sì che le altre cose di Oran dette da Camus servono meno, per Vigo.
In Oran non ci sono alberi nè colombe ne giardini; qui di colombe ne abbiamo un sacco sempre cagando partout e giardini ci sono meno ogni volta, ma ci sono.
In Oran la primavera si sente per la qualità dell’aria – dice Camus, giusto come in Vigo, e anche per i fiori che si vedono nei mercati.
Poi in Oran gli uomini e le donne si divorano velocemente o si fanno abituali tra loro e vivono a lungo per costume. Ma chiarisce che questo non è una particolarità di Oran se non che la gente generale non ha tempo e ama senza rendersi conto. Allora serve anche per noi.
Adesso la piattezza è cambiata di nuovo.
I colori iniziano un movimento nei bordi, da basso in sopra.
I nastri del cielo si fanno oro, rosa, arancia acceso, ancora blu, tuttavia un pervicace africano sopra le palme e per finire, la notte maligna.
La notte maligna nemmeno è la nera notte di un tempo vicino, se non che appare angosciantemente vivace con luna chiara e stelle smaltite contro il nero.
Non il mercurio che mangia l’oro, il dio volatore.
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