Cose dall’altro mondo

tec(nologia)

di domenico ventra 
(india)

Se io ho questo nuovo media, la possibilità cioè di veicolare un numero enorme di informazioni in un microsecondo, mettiamo caso ad un aborigeno dalla parte opposta del pianeta. Ma il problema è: “abboriggeno, io e te, che cazzo se dovemo di’!”

Credo che questa gag di Guzzanti sia stata ricordata nei giorni immediatamente successivi allo tsunami che ha devastato le coste di molti paesi asiatici. L’obiettivo era evidentemente sottolineare come in un mondo unificato dal capitale transnazionale e da una fittissima rete telematica, rimangono grosse difficoltà di comunicazione. Ad oggi non e’ ancora chiaro se, dopo il terremoto, l’allarme sia giunto ai paesi che da li a poco sarebbero stati colpiti dall’onda. E’ chiarissimo però che la maggior parte delle persone rimaste uccise si poteva salvare. E’ sufficiente riflettere sul fatto che lo Sri Lanka e’ stato raggiunto dallo tsunami circa due ore e mezzo dopo il terremoto, e che sarebbe bastato allontanarsi dalla costa qualche centinaio di metri.
Secondo alcuni, molti dei paesi colpiti erano stati avvisati del pericolo e sembra certo che qualcuno ha almeno provato ad inviare messaggi di allerta. Evidentemente Guzzanti e l’aborigeno avrebbero avuto qualcosa da dirsi e forse qualcosa se la sono detta davvero. In questo caso, sicuramente non si sono capiti. Magari qualcuno dal Pacifico ha parlato di tsunami e di gradi Richter al povero impiegato che in quel momento si trovava negli uffici del servizio meteorologico tailandese, e quello chissà cos’ha capito.
Dobbiamo prendere atto che l’evoluzione tecnologica non risolve in alcun modo il vero problema della comunicazione umana, non ci insegna le parole giuste da dire e soprattutto non ci fa vincere l’ignoranza. E’ paradossale che in un’epoca ossessionata dalla comunicazione, dove davvero quotidianamente vengono scambiate milioni di informazioni da ogni angolo remoto della terra, sia impossibile comunicare un pericolo del genere.
A mio avviso, il vero problema è che il mondo è solo formalmente unificato e globalizzato. Lo è nelle procedure standard, nei rapporti d’affari, nelle prenotazioni degli hotel a mille stelle, nelle transazioni finanziarie. E ogni scambio di questo tipo avviene attraverso un terminale, che si tratti di un computer o un telefono cellulare, e con l’utilizzo di codici, di sigle e di numeri che attengono più al terminale stesso che alla comunicazione umana.
Molte di queste tecnologie sono state catapultate in questi paesi da noi occidentali dopo esserci presi la briga di spiegare per bene a questa gente che, se si trovano in condizioni di povertà e di arretratezza, lo dovevano al loro passato, alle loro tradizioni che rendono difficile il progresso. 
E loro, guardando le nostra grassa civiltà, hanno preso tutto e l’hanno buttato nel calderone. Stanno distruggendo tecniche, tradizioni e filosofie tramandate per millenni, le stesse tecniche che forse avrebbero permesso ai pescatori di mettersi in salvo. Una popolazione indigena dell’arcipelago delle Andamane, che vive senza avere contatti col mondo esterno, ha previsto l’onda anomala in tempo senza alcun mezzo tecnico. Sulla costa dello Sri Lanka, dove sono morte decine di migliaia di persone, nessuna carcassa delle centinaia di elefanti, leopardi, cinghiali selvatici, lepri e conigli che affollavano lo Yala National Park, è stata trovata.
Venendo a vivere in India mi aspettavo di vedere un Paese ancora in grado di resistere all’ondata che sta invadendo il mondo, credevo che avrei avuto a che fare con gente che avesse altre aspirazioni oltre quella di correre verso la modernità dell’occidente, speravo di assistere all’affermazione di nuovi modelli, di nuove alternative. Guardandomi intorno vedo invece uno sviluppo impazzito, un abbrutimento generalizzato dove l’unica grandezza di riferimento è il dollaro. I giovani indiani, insieme ai panni occidentali, portano indosso tantissime contraddizioni figlie di un’identità perduta; umiliati dal confronto con l’occidente e senza più niente a cui rifarsi, non sognano che di diventare americani o europei. Stanno spendendo la loro vita parlando una lingua, indossando abiti, ascoltando musica, leggendo libri e mangiando cibi che non sono loro. In definitiva, credo che abbiano intrapreso la strada per perseguire una meta illuminata da un’illusione altrui.
Nonostante quest’apparente omologazione che dovrebbe portarci tutti a parlare la stessa lingua, a comunicare in maniera più’ semplice e diretta, evidentemente rimane un abisso tra ciò accade e come lo comunichiamo. Anche i nostri modelli, i nostri ideali e le nostre illusioni, sono state recepite e interpretate nella maniera peggiore possibile.
Mi chiedo se valga davvero la pena perdere tutte quelle millenarie tradizioni, quei modelli che forse avrebbero potuto rappresentare un’alternativa quantomeno per quel che riguarda fantasia e creatività. E ancora mi domando se mai un progresso tecnologico integralmente importato possa essere considerato progresso umano e se una tecnologia piuttosto che un’altra possa mai darci alcuna indicazione sul senso della vita, su cosa sia buono o cattivo, bello o brutto, giusto o ingiusto.

« indietro   |   indice   |   avanti »