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the celt
di fio
(irlanda) |
Per un rapido paio di secondi l’atmosfera si fa quasi silenziosa: la gente che cammina su e giù lungo i due piani cerca un posto in cui sedersi, il ragazzo che raccoglie i bicchieri vuoti torna al suo posto dietro il bancone, i discorsi si lasciano momentaneamente cadere.
Giovedì sera, Dublino est: al The Celt, pub tradizionale irlandese che profuma di birra e di legno, sta per iniziare la sessione settimanale di musica celtica. Le luci che illuminano il piccolo palco si accendono passando dal rosso al giallo al blu mentre il suonatore di bodhràn si avvicina: una volta ho sentito qualcuno rivolgersi a lui chiamandolo Paddy, un nome che per la sua diffusione massiccia viene spesso usato semplicemente come sinonimo di “uomo irlandese”. Che sia o meno il suo nome vero, Paddy fa in ogni caso fede allo stereotipo d’Irlanda per via dei suoi capelli arancio, del suo viso bianchissimo, del suo essere contemporaneamente gran bevitore, instancabile parlatore e ottimo musicista. Sedendosi sullo sgabello sistema il suo tamburo e scambia qualche battuta con il più vicino degli ascoltatori, beve un lungo sorso di birra dalla sua pinta (certamente non la prima e nemmeno l’ultima della giornata) e poi inizia a percuotere lo strumento, ritmicamente, invitando la gente che gli sta intorno ad accompagnarlo. Dopo alcuni minuti, quando tutto il pubblico del The Celt è coinvolto con successo nel tentativo di fare il maggior rumore possibile usando mani, piedi e pinte semivuote sbattute contro i tavoli, da un ingresso laterale spunta fuori un uomo con il flageolet in mano, gli si avvicina ed inizia a suonargli di fianco. Il suono acuto del flauto si sovrappone al rimbombo cupo del tamburo, saltellando qua e là tra le superfici del pub: la gente risponde a questo arrivo con un boato di approvazione, il flautista fa un cenno con la testa e continua la sua musica, perfettamente immobile sulla sedia.
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Alla fine di ogni ballata i due si scambiano uno sguardo soddisfatto, mormorano qualche parola in irlandese e riattaccano a suonare.
Un’ora passa velocemente. Per la chiusura dell’esibizione sale sul palco un terzo musicista che imbraccia una chitarra ed inizia a suonare. È il momento clou della sessione: il chitarrista si produce in arpeggi indiavolati che il flautista accompagna muovendo le mani ad una rapidità folle, mentre Paddy con il suo tipico sguardo da monello irlandese in un corpo da adulto muove le mani impazzite su e giù sul tamburo. Per le orecchie degli ascoltatori è come se il tetto del The Celt si aprisse lasciando entrare distese e distese di verde, mare, nuvole enormi. Non succede tutti i giorni. A fine pezzo, quando i tre sorridono e si inchinano prima di andarsene, gli applausi e le grida del pubblico coprono ormai qualsiasi altro rumore.
Una vecchia tradizione irlandese vuole che, in segno di apprezzamento, dopo un’esibizione come questa chiunque possa avvicinarsi al bancone ed offrire un giro di bevute ai suonatori. Oggi sono io che mi avvicino al cameriere e indico il palco con un cenno: lui annuisce, prepara tre pinte, inizia a spillare la
Guinness. Mentre aspettiamo che si depositi sorride, mi chiede di dove sono, e aggiunge una quarta pinta. Alzando un sopracciglio dice che se io offro da bere ai musicisti, allora lui offrirà da bere a me. Ridiamo. Ha un viso così vecchio che non riesco a dire quanti anni abbia.
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