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ah che bello café
…
di benty
(grecia) |
La prima volta che sono venuto in Grecia, circa sette anni fa, era agosto. Un gran caldo, questo mi ricordo. In estate i greci bevono il celebre
frappè, che da noi significa frullato di frutta. Qui in Grecia invece no. Perché qui le P sono in realtà delle R, le B delle V, le H delle I. Ma anche le I sono delle I. Insomma nulla è come sembra in questo paese, questa la morale che fui in grado di trarre dalla mia prima trasferta ellenica. Ma non divaghiamo. Il
frappè greco è in realtà un caffè
freddo, tipicamente estivo, che consiste in
nescafè, acqua e zucchero; il tutto shakerato, con l’aggiunta a piacere di cubetti di ghiaccio e latte condensato. Non è che ti portino lo zucchero: prima di servirtelo ti chiedono se lo vuoi “sketo” (senza zucchero) “metrio” (medio) o “glikò” (dolce). A quali gradi di zuccherazione corrispondano le ultime due misure lo decidono loro, arbitrariamente. Non si è liberi di rovinarsi il
caffè da soli, nella patria della democrazia. Il
frappè lo servono in un bicchiere grande di vetro, con una cannuccia, proprio come si farebbe da noi con il frullato. Il sapore è quello del caffellatte, inequivocabilmente. L’italiano medio, che mi pregio di rappresentare da anni nel mondo, se vede un beverone ghiacciato e fuori ci sono 40 gradi, se lo ciuccia in pochi secondi, senza starci tanto a pensare. Poi considera:”Però, mica male ‘sti greci. Caffelatte freddo, piacevole, quasi quasi me ne prendo un altro”. In quel momento l’italiano ha appena commesso il primo errore della sua permanenza nella terra di Aristotele e di Platone. Si accorgerà immediatamente di avere tutti gli occhi dei presenti puntati addosso, e avvertirà attorno a sé una vaga atmosfera di imbarazzo. Realizzerà che lo stanno guardando come si guarda uno che del
caffè, ma possiamo estendere anche al resto della vita, non ha capito
proprio niente. Potrà fingere di ignorare le risatine sommesse, o la propria amata (greca ovviamente) che si copre il volto, un po’ per la vergogna, un po’ per la disperazione. Appena chiederà il secondo beverone gelato (sono passati circa cinque minuti dall’arrivo al bar) le risatine si trasformeranno in risate grasse e il povero paisà stenterà a comprendere perché nessuno vuole chiamare il cameriere per una seconda ordinazione. Quindi si rassegnerà, forte del proprio inglese nobilitato da uno spiccato accento marchigiano, a ordinarsi la seconda consumazione in proprio. Quando anche il cameriere inizierà a deriderlo apertamente, dando colpetti di gomito al barista che scuoterà la testa ridacchiando pure lui, l’homo italicus avrà la netta sensazione di aver sbagliato qualcosa, anche se di preciso non saprebbe dire cosa.
Tornerà al tavolo e si renderà
conto che il resto della compagnia
ha - sì e no - bevuto la prima
sorsata del proprio frappè.
L’italiota pensa: “Strano che ci
mettano tanto, avevamo detto di
uscire a prendere un caffè, mica di
stare fuori per due ore; che dopo
tre mesi di lontananza avremo pure
altro da fare, io e la mia
fidanzata…”.
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E senza saperlo è già caduto nel secondo errore. In Grecia il rito del caffè
si celebra sempre e comunque con lentezza snervante. Il caffè va bevuto in non
meno di un’ora e mezza. Un fumatore leggero in Grecia ritiene un caffè
veloce quello durante il quale fuma circa quattro sigarette. Il kafenio, centro
pulsante della vita sociale di ogni paesino greco, è la seconda istituzione
per importanza dopo la chiesa. Molto spesso è anche la prima. E’ il luogo delle infinite chiacchiere e discussioni che vanno dalla politica allo sport, come era una volta da noi nei vecchi bar di paese. E l’ignaro turista intanto pensa “Ma poi il beverone mi si scalda”. E siamo già al terzo errore: il beverone si deve scaldare. E d’inverno
(l’ho imparato poi con gli anni, davanti ad un caffè bollente, nescafè, gallikò o ellenikò che fosse) il
caffè si deve raffreddare. Da esule mi è toccato entrare in clandestinità per bermi un espresso caldo, da solo, in piedi, in due sorsate. “Ma se questo è il modo in cui bevono il
caffè, di mattina a che ora iniziano a lavorare?”. I greci sono un popolo scaltro, e hanno saputo attrezzarsi per adattarsi ai ritmi veloci imposti dalla civiltà occidentale a loro, europei orientali e flemmatici. Qui ad esempio vanno a ruba i portacaffè da auto, cosicché si può iniziare a sorseggiare il proprio
frappè con calma olimpica già mentre si è inglobati nel tremendo traffico cittadino. Altre “salate” sorprese può riservare l’arrivo del conto. Un
frappè costa circa due euro e mezzo: prenderlo in una piazza importante, in un beach-bar, o in un bar “trendy” anche molto di più. E parliamo del tipo più economico. Per potersi permettere un cappuccino al giorno qui la gente dovrebbe accendere dei mutui ventennali. Per gli squattrinati, i frettolosi e i disorganizzati ci sono dei
caffè d’emergenza, con il kit fai-da-te comprensivo di shaker, zucchero e cannuccia, in vendita in tutti i chioschi
dell’Ellade. I greci deridono i nostri usi sbrigativi riguardo a come beviamo l’espresso, e anche la nostra scarsa varietà di
caffè. Qui non puoi andare al bar e chiedere semplicemente “un caffè”. Ti chiederà un cameriere sconsolato “Quale
caffè?”. Devi sapere che tipo di caffè vuoi, perché i tipi più comuni sono almeno 3, senza includere le bevande d’importazione come il cappuccino. Il
caffè qui è espressione di socialità, di lentezza, di ospitalità. Tutte caratteristiche molto diffuse nel popolo greco. Qui i bar sono pieni notte e giorno. L’unica raccomandazione che vi lascio: non fategli notare che il
caffè greco (ellenikò) è in realtà caffè turco (quello che lascia due dita di fondi sulla tazzina, che molte greche sanno anche leggere). Potrebbero prenderla piuttosto male.
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