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parigi (in) metropolitana
di marina pierri
(francia) |
Scendo nel sottosuolo. La Città gioca con i suoi trenini giocattolo e se la Città fosse un ragazzino lentigginoso che gioca al capostazione sarebbe un ragazzino-prodigio, perché la rete di partenze e arrivi è una ragnatela perfetta e capillare. Qui, più che ovunque altro, ho conosciuto Parigi: in filigrana, nel raggio di luce che passa tra le grate nei marciapiedi in cui le compite donne francesi lasciano che si incastrino i tacchi delle loro scarpe costose, nei giochi d'ombra del neon e nei cartelloni pubblicitari incorniciati sui muri fatti di piastrelle bianche luccicanti. Parigi è un dettagliatissimo luogo di solitudini. Te ne accorgi acchiappando per sbaglio lo sguardo di un agente immobiliare con le scarpe lucidate e la cartella sotto il braccio liscia quanto le sue guance appena rasate e te ne accorgi spiando i giochi di colori tra la sciarpa e il berretto, il trucco e la giacca, il maglione e la borsa di una ventenne con gli auricolari bianchi dell'Ipod nelle orecchie. Qui, qui sotto, gli abitanti della città cessano di essere sé stessi giusto il tempo di dominare la complicata coincidenza tra i tre treni che prendono per raggiungere casa loro, un locale chic della periferia, o l'ufficio. Si chiudono nei loro pensieri e sbuffano se un ispanico qualsiasi sale sulla carrozza a esibirsi in un karaoke assurdo per racimolare qualche centesimo. Perché sottoterra il tempo caotico della metropoli si arresta senza cessare di mangiare minuti preziosi e la città va in standby ipnotizzata dal rumore delle ruote sulle rotaie e dalle immagini mastodontiche che si spezzano in frammenti cromatici indistinti al ripartire singhiozzante del treno. Sulle mannequins dei cartelloni di intimo, campeggianti come icone pagane, qualcuno si ostina a scrivere sempre la stessa frase:
la femme est pas à vendre. Invece a Parigi quasi tutto è in vendita.
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In questa sovraesposizione mediatica l'essere umano medio si chiede perché lui non possa abitare nel regno fatato messo su dalle squadre di pubblicitari abili, attanagliati probabilmente dallo stesso desiderio che anima la gente a cui tentano di vendere.
La Pub nous rend fous, la pubblicità ci rende pazzi: un'altra delle frasi rituali scribacchiate sulle mutandine della Laetitia Casta di turno sullo spot dei Magazzini
LaFayette. La fermata più bella di Parigi è Bastille. Metti un passo fuori dallo spettro spaziale del treno e ti trovi in una sorta di buffo acquario, circondato dalle barche e dall'acqua che passa al di là delle vetrine. E' l'acqua della Senna; quella che rende Parigi l'unica città al mondo in cui si possano vedere i gabbiani sorvolare la superficie liquida a pelo e poi planare nell'aria per sedersi sugli archi rampanti di una chiesa. Le barche attraccate dondolano tranquille a qualsiasi ora della giornata e una signora di mezza età inciampa nel tuo piede per correre anche lei a riempirsi gli occhi del panorama. Alzando gli occhi incontri il Genio della Libertà. Lucido come se gli angeli passassero ogni mattina a dargli la cera per tenerlo immutatamente brillante a dispetto dello smog e del traffico, delle auto e dei passanti che da lassù devono sembrare grandi e rilevanti quanto una colonia di formiche impazzite. Uscendo dalla stazione lo sconosciuto che ti precede ti tiene sempre la porta: si gira, ti sorride affettato mentre lo ringrazi piano e ripeti meccanicamente gesto e rituale con lo sconosciuto che ti succede. A volte credo che Parigi sia piena di porte per potersi sempre dare il piacere di essere cortesi.
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