|
camera 5
di stepa |
Ho provato a contare le stelle, stanotte, come il più maldestro dei poeti e ho provato a unire quei punti luminosi inseguendo una mantica da cruciverba, cercando di srotolare la banalità della vita e della sua fine in una sola immagine, in una sola parola. Ma il cielo è restato di marmo, appena percorso da un filo di brezza notturna, avvelenato di silenzio e nicotina amara. Quanto tempo è passato da quando camminavo a piedi nudi sull’asfalto per sentirne il calore proibito, inseguendo lingue trafelate di cani fino a sera e poi, stanco del gioco, mi sdraiavo a pancia in su, sul muretto di cemento infuocato dal giorno, e negli occhi affamati di sogni entravano, una ad una, tutte le stelle a incendiare il futuro e le speranze. Quanto tempo è passato da quando l’attesa di una tua parola era attesa di gioia, puntualmente smentita dal tuo tacere d’acciaio e allora sognavo alchimie di lucciole e grilli che mi portassero la tua buonanotte. Solo un soffio sarebbe bastato, un po’ di tempo rubato alle carte e a quelle amiche dalle risate sguaiate, solo un soffio, un sussurro d’azzurro, per essere figlio, per essere padre.
E così ho imparato la vita col cuore randagio, sbagliando e riprovando e provando ancora a disegnarne le strade, annusandone, avido, gli angoli alla ricerca del tuo passaggio. Ma i tuoi giorni erano altrove e non ho mai conosciuto il tuo odore. E le strade trovate sono state matassa e danza di gru, ripiegate sul ventre del mondo. Perché gli odori che ho imparato sono quelli di altri corpi e altre mani e altri abbracci, di altri uomini persi e nudi in labirinti di vetro.
|
Per una notte sola e per sempre. Ma ormai sono storie lontane e l’uomo ha trovato la pace.
Il piede destro ha straziato l’ultimo filtro e m’infilo tra i vetri della porta socchiusa per rientrare nella luce sospesa della penombra. Fa più freddo stanotte e il fiotto caldo della corsia mi scioglie il cervello e m’incendia la gola.
E riconosco l’altra dimensione, ne respiro i suoi respiri, stordito dall’odore acre del disinfettante e, come acufeni, ne ascolto le tossi strozzate, i gorgoglii dell’ossigeno, l’impercettibile sibilo della morfina che entra nelle vene a divorarne il dolore. Il vecchio senza nome del letto accanto s’è svegliato ancora una volta per urinare e sputa il suo catarro in una scatola bianca da conservare per le analisi della mattina. Ha un cancro ai polmoni e non sa e mi chiede perché e scuote la testa. Le sue mani hanno conosciuto la terra e tremano nella notte, stringendo una speranza di carta con sopra la foto di un santo. Ma il vecchio non aspetta risposte e bestemmia e poi spenge la luce.
Nel buio, mi slaccio le scarpe per provare a dormire.
Avrei voglia di camminare a piedi nudi, anche qui, proprio ora, per sentire sulla pelle, ancora una volta, l’urlo caldo della vita e poi sdraiarmi a contare le stelle. Ma dalla tua stanza non si vedono stelle e qui non cresce speranza.
E allora chiudo gli occhi sui tuoi occhi spalancati d’insonnia e niente più che aspettare la fine.
Albeggerà troppo tardi, domattina.
|