contrAppunti

ore 15,30

di vis contessa

Ci incontravamo tutti i giorni alle 15,30 sotto al tiglio del viale vicino alla fermata dell’autobus.
Io arrivavo prima e aspettavo quel suo sorriso così candido da farmi desiderare di essere una fogliolina di prezzemolo e accamparmi tra i suoi incisivi superiori, un saluto lieve quasi sfiorato e poi quel vicolo dietro al viale e su per le scale impregnate di soffritto e varechina fino al minuscolo appartamento con una finestra chiusa in un cortile e un grande letto di ottone dove trascorrevamo lunghi pomeriggi in compagnia di quell’angoscia che per molti mesi mi accompagnò ovunque.
Ricordo che l’orario era tassativo, dovevo uscire di casa prima che il pendolo del vecchio orologio sulla consolle emettesse quel suo tocco che sanciva le tre e mezzo, quel solo tocco mi era così intollerabile che se non fossi riuscita ad evitarlo, sarei rimasta prigioniera della mia angoscia per tutto il pomeriggio e così qualche volta, distratta dal niente in cui mi pareva di galleggiare per giornate intere, finivo per uscire con la vecchia tuta che portavo in casa non appena mi accorgevo che la lancetta si avvicinava troppo rapidamente al suo rintocco.

Mi buttavo sul letto di ottone e accendevo una sigaretta in cerca del telecomando della televisione, mi piacevano i cartoni animati giapponesi, quelli in cui i personaggi corrono da fermi ed è il panorama intorno a muoversi al posto loro, quel loro statico movimento mi assomigliava e io mi cullavo volentieri all’idea che anche la mia corsa si sarebbe arrestata di fronte alla parola fine che mi avrebbe riconsegnato solo il giorno successivo ad un altro episodio della serie. 
Lui si spogliava rapidamente come se quell’operazione fosse un impiccio da sbrigare nel minor tempo possibile e poi si lasciava guardare imbarazzato dal mio occhio distratto mentre io seguivo il suono di quei dialoghi infantili che si confondevano con la sua risata cristallina e con le sue tenerezze colme di puerile disagio o di virile impazienza.
Poi prendeva qualche pezzetto di fumo e delle cartine che teneva nella tasca dei jeans appena sfilati e si sedeva accanto a me preparando con calma qualche piccola canna che lui riusciva a rendere dolci come miele e belle come affusolate gambe di donna distese su un letto.
Fumavamo sempre in silenzio mentre io, seguendo quasi commossa le vicende di quei piccoli mostri giapponesi il cui panorama circostante saltellava intorno sul video della televisione, lasciavo che lui mi togliesse gli indumenti che non gli piacevano e che mi rivestisse a suo piacimento, come una bambola di pezza nelle mani di una bimba dispettosa.
A volte mi faceva indossare i suoi calzini o mi rimetteva addosso la giacca dal taglio elegante con cui mi ero presentata quel pomeriggio, altre mi spogliava completamente e mi nascondeva sotto le coperte come se avesse avuto paura che potessi fuggire, altre ancora mi lasciava intatta come una bambola di porcellana seduta su un letto di pizzo di qualche nostalgica vecchia di cui io finivo per immaginare i pavimenti immacolati.
Io lasciavo semplicemente che tutto ciò accadesse, i suoi calzini e i pavimenti immacolati, i cartoni animati e l’odore dolciastro del fumo, lasciavo che le mie parole rimanessero incastrate nel diaframma perché lui non fosse intimorito dal suono sgradevole dei miei pensieri ma si trasformasse per me, in quella giostra pomeridiana di sensazioni che dilagavano dolcemente tra le mie fibre. 
Qualche volta ridevo, ridevo tra le sue mani mentre come un tiepido invertebrato senza futuro, mi facevo morbida e tenera mentre lo sentivo scivolare sopra o dentro di me e ascoltavo felice la sigla dei Power Ranger mentre lui mi conduceva con pazienza all’apice di quel piacere che avrebbe estirpato con un’ultima mossa quel residuo di angoscia che tenevo ancora stretto tra le gambe.
Poi mi teneva stretta a lungo fino a quando un mio commento sull’ultimo cartone animato assaporato, lo persuadeva a lasciarsi andare e ad addormentarsi.

Ciao ci vediamo domani alla solita ora.

Rincasavo sempre prima del rintocco delle sette e mezza, non avrei sopportato di non essere a casa per ascoltarne la solennità del suono.

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