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il russo
di alice avallone |
Devo dividere lo scompartimento con un russo. Mi impressiona da tanto è grosso. E’ costretto a tener alzato il bracciolo laterale perché in un sedile solo non ci sta. Ha le mani piccole e sproporzionate, deformate dal grasso. Ha i capelli unti, chiari e lunghi. Ha la fronte alta, la faccia glabra, il doppio mento indecente. Ha anche una protuberanza sul naso, sembra un fungo spaventato di stare in mezzo a tanta carne. E’ vestito con un abito nero, ben tagliato e piuttosto nuovo, ma che sicuramente non ha mai visto un ferro da stiro.
Il controllore non è ancora passato. Il russo ha attaccato discorso con un inglese facile. Mi sta facendo delle domande, mi sta chiedendo che cosa faccio nella vita, ed io schietta gli sto rispondendo che sono una
writer. Sembra convinto, perché io abbasso la testa dopo ogni risposta per scrivere questa storia. Mi domanda se le mie storie sono vere o immaginate. Gli confesso che il più delle volte preferisco le storie inventate. Io gli parlo dei romanzi russi che amo, ma lui sembra non avere mai letto niente. Tira fuori una fiaschetta di vodka e me ne offre. Io faccio di no con la mano, accompagnando il gesto con un
thanks. Non so se è l’alcool a farlo parlare così tanto ma inizia a farmi delle confidenze. E’ un aristocratico, un avvocato, uno del partito radicale. Ha avuto casini con lo Stato e viaggia per l’Europa. Mi chiede:
Are you married? Mi piacerebbe rispondere di sì, ma non lo sono ancora. Lui invece è vedovo, sua moglie era di Ginevra, una molto istruita, raffinata, parlava l’inglese come la lingua madre.
Il russo ferma l’uomo del carrello del cibo, e paga un panino speck e brie. L’uomo prosegue per il corridoio e il russo sospira, criticando il pessimo servizio sui treni. Accende una sigaretta anche se è vietato da mesi. Io guardo l’orologio soffocato sul suo polso e mi chiedo se ce la farò ad arrivare puntuale. Il russo continua a parlare della moglie.
Era una donna notevole, molto gelosa, e pazzamente innamorata. Io sto cercando di rimanere seria e non ridere. Non ho mai visto in vita mia un uomo così brutto, mi chiedo quale donna potrebbe essere gelosa di uno così. Un uomo grassoccio può anche avere un certo fascino, ma
quest’obesità mostruosa del russo è ripugnante. Mi dice addirittura che non le era completamente fedele. La donna gli faceva continue scenate, non voleva che avesse altri interessi al di fuori di lei. Non era gelosa solo delle altre, ma anche degli amici, del cane, dei libri.
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Mi racconta che un giorno lei arrivò a regalare ad un vicino di casa un suo cappotto, solo perché era il suo preferito.
Lui accettò quel gesto come si accetta un raffreddore. Negava sempre i suoi tradimenti. Quando era impossibile, invece, alzava le spalle e si accendeva una sigaretta, lasciandola sbraitare per conto suo.
Il russo continua a raccontare la sua storia come se mi conoscesse da sempre. Mi dice che una notte successe una cosa curiosa. Fu svegliato di soprassalto da un urlo terribile di sua moglie. Lei disse di aver avuto un incubo, dove il marito cercava di ucciderla, spingendola giù dalla scala. Una morte sicura con una caduta dal sesto piano. Il russo non si era mai accorto di essere per la donna un nemico. La donna sapeva bene quanto sarebbe stato felice di sbarazzarsi di lei e della sua gelosia ma lui non aveva mai pensato di ucciderla. A volte si augurava di vederla fuggire di casa, altre di andarsene lui stesso. Ma ucciderla proprio mai. Dopo quella notte sua moglie divenne meno suscettibile e possessiva. L’uomo, però, ogni volta che rientrava a casa non poteva fare a meno di notare quanto sarebbe stato facile buttarla giù dalle scale, essendo la ringhiera molto bassa. L’idea lentamente divenne un’ossessione. Mentre mi dice queste cose non capisco se è lucido o se è pieno di alcool. Mi spaventano entrambe le cose. Alcuni mesi dopo, sua moglie tornò a svegliarsi nel cuore della notte. Aveva fatto ancora una volta
quell’incubo. Era pallida e tremante, ed i nervi del marito erano esausti. Si immaginava sul serio sua moglie precipitare nel vuoto, sentiva gli urli, vedeva il corpo schiacciato per terra.
Entra il controllore a chiedere i nostri biglietti. Il russo tira fuori il suo senza fare una piega. Io faccio lo stesso, cercando di mantenermi calma ed indifferente. Il russo ferma il suo racconto per buttare giù l’ultimo goccio di vodka. Si asciuga la fronte con un fazzoletto di tessuto sudicio preso dalla tasca. Mi racconta di come morì la donna. Mi dice che, per una coincidenza strana, una sera sua moglie fu ritrovata sfracellata ai piedi della scala. La ritrovarono gli inquilini del primo piano. L’altoparlante annuncia l’arrivo prossimo nella mia stazione. Faccio per alzarmi. Mi lancia uno sguardo ironico e con occhi maliziosi aggiunge che lui, quella sera, aveva fatto tardi a casa di un amico.
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