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barents
di institapity |
Vuoi venire? Vuoi sapere dove ti sto portando?
Possiamo immaginare solo quello che già sappiamo.
Una neve senza impronte allargata in ogni direzione, non tocca un orizzonte visibile, il cielo non è esatto. Aria fredda, un vuoto pulitissimo. Alto nel niente, un dente sferico e immobile, smaltato di giallo limone, acceca un paesaggio senza ombre. Una donna senza vestiti si inoltra nella neve alzando le ginocchia sino al petto, non vediamo i suoi piedi; ha gli occhi chiusi e tiene le braccia incrociate sulla schiena, i gomiti piegati, il palmo delle mani preme sui lombi.
Dentro la neve inizia a vibrare una musica di armonium, ritmica, dai toni bassi, una melodia indecifrabile perché si converte continuamente in altra. L’aria di riempie di frequenze basse.
I solchi nella neve spariscono ad ogni passo e nessuna strada sembra percorsa, smeriglio fresco.
La donna comincia eroicamente a cantare una lamentazione con la bocca semiaperta, il suono debolissimo di soprano non incide la neve che palpita un’eco baritono d’incenso e cera bruciata.
Intanto dal cielo alieno scende un foglio di carta colorata appeso a un gatto bianco leggerissimo, altri gatti ed altri fogli ondeggiano verso il basso. La donna mastica qualcosa, le prudono gli occhi; sotto le palpebre sigillate ci sono due nidi dove le uova si stanno schiudendo in un cric crac urgente e famelico.
Il primo foglio ed il suo gatto si posano, il colore migra dal foglio nel gatto che al contatto con la neve si spaventa e corre via. Pian piano tutti i gatti bianchi atterrano, si colorano, scappano a caso terrificati e la neve in pochi istanti assorbe il colore, i gatti e le loro rughe.
C’è una sedia a dondolo affondata per metà nel bianco, senza importanza.
La donna procede indifferente, attende un’eruzione degli occhi, vorrebbe toccarsi le palpebre, tastare l’esuberanza, ma non sa a cosa servono le mani. Ora dalle cerniere degli occhi cola acqua liberatoria, il primo atto del nascere, piangere.
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La donna non si vergogna di piangere perché non si vergogna della vita. I piccoli lupi (oppressi) frantumano la diga di pelle con zampe microscopiche e minuscoli denti affilati, vogliono la vita. La donna si ferma e gira il collo all’indietro per partorire i lupi dagli occhi. Esplose verso l’alto a centinaia, le miniature animali ricadono sgangherate e perfette sulla neve. Furiosi di gioia i lupi corrono e giocano tra di loro; vanno lontano, tornano indietro e ripartono con scarti balenanti.
Su ogni pista prodotta dall’esplorazione della vita la neve si scioglie e lascia apparire un blu liquido, blu nero e increspato. La geometria dei percorsi è intricatissima e densa, i lupi schizzano ovunque, s’affrettano, zampettano, scorrazzano e saltano. S’aprono ormai vaste aree di un blu più chiaro e le piste si moltiplicano, si snodano, s’intersecano sino a rendere le neve residuale. Tutto ormai è liquido e spumeggiante e profondo.
Quando la donna inizia a guardare, i lupi e la neve sono finiti e vede solo la sedia a dondolo che galleggia sull’acqua come un sughero, distante e disabitata. La donna mastica ancora ma non canta più, la musica che ora proviene dal blu nero è brutale, aggressiva, violenta e chiama a qualcosa. Sciolte le braccia dalla schiena, la donna impara le mani e l’acqua tra le mani, e sceglie una direzione. Siede sulla sedia e si culla con le gambe immerse nell’oceano, sputa la scheggia di ferro che ha in bocca e sorride.
Indirizza lo sguardo nell’acqua e dal fondo vede salire i volti che non ha mai visto.
Il cielo finalmente è plumbeo, molte nubi disegnano l’alba matura.
[Il 12 agosto 2000 tutti i membri dell'equipaggio del sommergibile russo
Kursk, affondato per cause tuttora controverse nel mare di Barents, sono morti.
Il presidente russo Vladimir Putin ha rifiutato ogni aiuto internazionale per tentare un'operazione di soccorso congiunta.]
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