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l’autobus
di lagradisca |
Ogni mattina la stessa storia. Una fatica per alzarsi dal letto che non puoi capire. Eppure, lo sai, mica peso tanto io, ma a diciassette anni il fondoschiena, per alzarsi dal letto, sembra che pesi quintali. E comunque è disumano doversi alzare alle 6 e 30 del mattino sei giorni su sette. Va bene, l’ho scelta io la scuola superiore, però mica avevo calcolato i pro e i contro.
Allora, la mia visione dell’alba è la seguente: inverno, buio, gente che cammina a testa bassa, perché se la alzi rischi di riconoscere qualcuno e ti tocca salutare, lo costringi a salutare e la giornata va a schifio. Tutti fermi alla fermata dell’autobus, immersi nell’ aria gelida e nello smog. E tieni presente che questa è la parte migliore. Arriva il pullman. Tutti cercano di salire. Non tutti ci riusciranno. L’autista bastardo non si ferma mai nello stesso punto, così va a fortuna, a seconda della posizione in cui ti trovi rispetto alle portiere dell’autobus. Anche perché la fila non è disposta “una persona dietro l’altra” come dovrebbe, ma “una persona di fianco all’altra”, insomma tutti primi! Sali, tra spintoni muti e grugniti sordi. E in un attimo l’apice dello schifo allo stato puro si impossessa di te e ti entra dentro, a tutta forza. Gli aliti della gente mattiniera sono putridi, sanno di stomaci turbolenti, di intestini molto pigri. Sanno di aglio. Sanno di caffè della Peppina che, lo dice anche lei, non si beve la mattina Tra una
rusata, una palpata, uno spintone, un’ombrellata si arriva dove si deve, si scende e si corre a prendere il tram o il filobus o la metro che ti porteranno alla destinazione finale.
Sempre che non si decida di bigiare, nel qual caso prima si va in duomo a fare il segno della croce, poi in galleria a fare una piroetta sulle balle del toro e infine al Parco Sempione. Che si fa al Parco Sempione? Ma si discorre di Psicologia, di Filosofia e di Politica, no? Tutti ne sanno tutto e anche qualcosa in più.
Va beh.
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Ma lo sai cosa mi è successo stamattina ? Mi ero messa tutta in tiro, con la gonna a tubo longuette (insomma, sotto al ginocchio), vestita un po’ anni ’60 e un po’ alla telefoni bianchi, perché alla prima ora c’era quel gran pezzo del Duilio, il professore di chimica. Te la faccio breve. Ore 6 e 53, dall’incrocio che dista venti metri dalla fermata, intravedo nella nebbia l’autobus. Corro, perché lo sai che gli autisti se possono ti chiudono le porte in faccia, invece di aspettarti due secondi. Riesco ad afferrare di slancio l’asta di metallo che divide l’entrata e cerco di issarmi in volata. Ta-ta-rat-ta-ta !!! La mia longuette ha sparato via tutta la fila di bottoni che tenevano chiuso uno spacco vertiginoso. Io lo spacco lo avevo ben sigillato, sia per la temperatura polare di questi giorni, sia perché Duilio mica lo prende l’autobus. Mi sono accovacciata in mezzo a una spropositata popolazione di gambe a raccattare tutti i miei bottoni; pensi che qualcuno mi abbia data una mano? Ah no, nessuno. Però li vedevo ridere. Muti. Perché non usavano la voce per farsi una bella risata, no. Ma gli ballavano le spalle. Seri come mummie e ballonzolanti. Hai mai notato quanto sono alti i gradini del pullman? Non vanno bene con le gonne a tubo.
Però una volta sono riuscita a farmi aspettare da un autista. Primavera, niente nebbia, tutta vestita di bianco. Io vedo lui, lui vede me. Io corro. Lui chiude le porte. Io al di là del guardrail, prendo la mira, sono concentrata, salto … Inciampo e plano, letteralmente lunga distesa sotto l’autobus. L’autista attende, io riemergo, lui mi guarda dallo specchietto destro esterno e riapre le porte. Guardo le facce attaccate ai finestrini: non solo traballavano tutti festosi, ma avevano i guancioni gonfi dalle risate trattenute. Ho guardato l’autista attraverso lo specchietto, mi sono data una spolverata e con l’aria di chi la sa lunga gli ho fatto cenno con la mano: “ Vada,vada, non ho fretta. Aspetto il prossimo …”
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