contrAppunti

licia, dai, andiamo!

di trespolo

- Uffa, la corriera non ci aspetta!
Iniziò così, quel martedì mattina di trentuno anni fa. Una giornata di sole, maggio. C’era lo sciopero e un’importante manifestazione in città. Partecipavano tutti, anche i prof, ed era strano che, per una volta, il Preside non fosse incazzato nero come una biscia col solito gruppetto di fannulloni e agitatori. Li definiva così, ma nemmeno lui ne era convinto, non del tutto almeno. In fondo non erano altro che un gruppo di liceali, più vivace del solito e allegro, al quale piaceva divertirsi. A quell’età poi. E che fare, in un piccolo liceo scientifico di provincia, per divertirsi? Anche organizzare qualche sciopero, così, giusto per “bruciare” il compito di mate o magari quello di latino. Finivano tutti, dopo la mezz’ora di prammatica, passata in finti picchetti e volantinaggi blandi, a mangiare gli spumoni alla Pasticceria Piave, oppure all’Osteria del Convento; si spendeva poco e il vino era buono. Il vino dei frati del convento.

Quello sciopero però, era diverso; era uno sciopero serio, organizzato dai sindacati e tutti, studenti, professori, operai, tutti andavano alla manifestazione. E così pure loro, gruppetto di fancazzisti, decisero di aggregarsi, abbandonando, per un giorno, il salame nostrano e il vino dei frati.

Punta di diamante del gruppo la Licia, corteggiatissima da tutti, poi Roberto, attivista scatenato, Alessandro, il bello impegnato, Giusy, l’amore segreto e mai corrisposto di Vincenzo, il secchione della compagnia.
A guardarli veniva da sorridere mentre, arruffati e disordinati, facevano la colletta per prendere la corriera e la prof di lettere gli allungava qualche mille per raggiungere la cifra.
- Ragazzi, mi raccomando, il ritrovo è proprio alla fermata della corriera. Farà una deviazione, ma ci troverete più avanti. – Era Vincenzo che gestiva il gruppo e tentava, con poco successo, di garantire una parvenza di organizzazione.
- Va bene prof, sotto la statua, e comunque non ci si perde; ci sarà un corteo e la strada la troveremo.
Non era molto convinto nemmeno Vincenzo, mentre rispondeva, ma abbozzava una finta sicurezza, necessaria per rassicurare anche se stesso. Strano rapporto, in quel piccolo liceo di provincia, con i prof, assomigliavano, spesso, più a fratelli e sorelle maggiori. Tranne quando volavano le insufficienze, ma questo faceva parte dei ruoli e tutti riuscivano, fortunatamente, a distinguerli.

Finalmente Licia riuscì nell’impresa. Aveva preteso tempo per truccarsi e sistemarsi e comparire – lei era la vamp – e il gruppo aveva atteso, paziente e accondiscendente. Era bellissima anche senza tutte quelle “cose”, pensava Vincenzo mentre la richiamava all’ordine.

Riuscirono a prenderla al volo, correndo, quella benedetta corriera; fosse stato come ora, con le biglietterie automatiche, sarebbero sicuramente rimasti a terra, ma il bigliettaio, vedendoli arrivare di corsa, le tracolle di tela a spalle, aveva scosso la testa e fatto un cenno all’autista.
- Dove andate?
- Cinque biglietti per Brescia -, rispose Vincenzo, mentre gli altri erano già seduti, in fondo, e scherzavano e ridevano. Anche la sua Giusy, e Roberto, che continuava a provarci.
L’impatto con la città fu impressionate. Le vie ricolme di gente, il traffico bloccato, la polizia che presidiava e controllava, gli striscioni e il servizio d’ordine efficiente che, senza dar loro tempo per pensare, li incanalò nel flusso del corteo.
Si immersero negli slogan, nelle risate, nell’atmosfera di una manifestazione seria che non assomigliava per nulla ai loro finti scioperi e ai loro picchetti da ridere. Roberto, l’attivista, era affascinato; osservava e commentava richiedendo agli altri un’attenzione che non avrebbe mai ottenuto. Troppe novità tutte assieme e tutte in una volta, per quel gruppetto di cinque liceali di paese.

Arrivarono nella Piazza al seguito del corteo e il colpo d’occhio li raggelò; migliaia di persone, centinaia di migliaia, pensarono.
- Tutta la città! - esclamò entusiasta Roberto. Si infilarono in mezzo alla folla cercando di non perdersi e fu provvidenziale Alessandro.
- Vincenzo, Licia, dall’altra parte della piazza c’è una trattoria che conosco. Cosa dite, andiamo a farci un panino? 
- Alessandro, ma alla manifestazione più grande d’Italia tu pensi solo ad andare a farti un panino? – rispose Roberto ammaliato e con la mente a vagare per oceaniche manifestazioni popolari e lui, sì proprio lui, su quel palco a parlare e la folla, tutta la folla ad ascoltare.
Lo risvegliò una manata sulla schiena e Vincenzo che, afferrandolo per un braccio, lo trascinava.
- Dai, scemo, che il rivoluzionario lo fai dopo che abbiamo mangiato. Guardate là, la prof.!

Sembrava impossibile, ma, in mezzo a quella bolgia dantesca, erano persino riusciti a ritrovare la loro prof. Si avvicinarono, qualche saluto rapido, lei si tranquillizzò e li spedì a mangiare.
- Forza, andate a prendere un panino e portatene uno anche a me. Vi aspetto qui, adesso iniziano i comizi, ci si vede fra poco. Su andate! – e riprese a parlare con gli altri colleghi.

Il gruppetto salutò e in disordine sparpagliato svoltò l’angolo. Ma la Licia si era fermata davanti alle vetrine di una gioielleria e toccò a Vincenzo tornare indietro a recuperarla di forza per riportarla nel gruppo strattonandola per un braccio.
- Sei sempre la solita; le guardi dopo le vetrine, ci aspettano.
E svoltarono l’angolo, con lei che opponeva resistenza e Vincenzo a trascinarla.

Fu un attimo dopo, solo un attimo dopo. Un boato. Le urla. La gente che fugge. Vincenzo che si gira e vede Licia sporca. Di rosso. Di sangue. Il sangue di un pezzo di cristiano esploso e scaraventato fin lì. E Licia che urla, Vincenzo che la stringe e la voce dal palco: “In Piazza della Vittoria, andiamo tutti in Piazza della Vittoria!”.

28 maggio 1974, Brescia, Piazza della Loggia. Il gruppetto dei fancazzisti sì è salvato per un panino; la loro prof, che li aspettava vicino alla bomba, no.

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