contrAppunti

lo skateboard

di marlowe

Il padre non te lo scegli: magari ti capita un meccanico, un poliziotto, oppure un postino. A me è toccato un padre navigatore, cioè quell’uomo che, a intervalli regolari, si presentava davanti alla porta con enormi valigie, dentro le quali c’era il riassunto dei mesi in cui avevo dovuto accontentarmi di cartoline o telefonate nel cuore della notte. Il tesoro di quei forzieri dipendeva dalle rotte sulle quali era stato imbarcato: se lo sbarco era avvenuto in Africa, ecco le maschere ed i tamburi; se, invece, l’aereo lo riportava a casa dal Sud America, era la volta del piranha impagliato o della mascella di squalo. Quella volta, i tre mesi di servizio si erano conclusi a Miami e dalla valigia saltò fuori uno skateboard. 
Il giocattolo non mi era nuovo, l’avevo visto decine di volte alla televisione sotto i piedi di qualche ragazzino americano, ma nei negozi non si trovava, né avevo amici cui invidiarlo, così i miei desideri non si erano mai diventati un “me lo compri?”.
Il mio skate era verniciato di azzurro iridescente, come se il colore fosse impastato con schegge di vetro, sfavillanti al sole; al centro, in campo bianco, un giocatore di baseball, colto nell’atto di lanciare la palla.
Gli amichetti del cortile accolsero perplessi il mio nuovo gioco: dall’alto della mia esperienza, maturata nei corridoi di casa, spiegai loro che bisognava appoggiare un piede sulla tavola e spingere con l’altro, fino a raggiungere una velocità tale da permettere di stare in piedi. Per curvare, bastava spostare il peso ed inclinare la tavola. Non c’erano gare possibili, obiettò il più anziano, con un solo skateboard. Proposi allora di cronometrare, correndo uno per volta, inventando uno slalom tra birilli improvvisati. Nessuno di noi possedeva un orologio, né, tantomeno, un cronometro, così fu nominato un giudice di gara che avrebbe contato i secondi ad alta voce, in modo che tutti potessero verificarne l’attendibilità. Non funzionò: quando sullo skate salì colui che era stato prescelto come arbitro, si classificò ultimo e protestò vibratamente, accusando il proprio sostituto di avere contato troppo in fretta, assegnandogli un tempo di gran lunga più alto degli altri. La delusione, però, si concentrava sulla velocità: troppo bassa per il concetto di rischio e avventura di un dodicenne. Perché non lanciarci lungo la Discesa, allora?
La Discesa era un piano inclinato, una gettata di cemento lunga una ventina di metri, che portava allo spiazzo antistante un palazzo posto più in alto degli altri, e si trovava, per noi, tra la Casa della Vecchia ed il Secondo Cortile. Quel pezzo di strada fu chiamato così (piuttosto che la Salita), perché era stato scelto come rampa di lancio per le corse con i carretti, go-karts artigianali ottenuti inchiodando insieme qualche asse di legno e quattro ruote di fortuna. Non c’era ragazzino che, ad un certo momento, non chiedesse al proprio padre o al proprio nonno di costruirgliene uno, tanto forte era il richiamo delle discese liguri. La velocità raggiunta da quei trabiccoli, una volta arrivati in fondo alla Discesa, era tremenda, esaltata dal fragore che accompagnava la corsa. 
In quanto proprietario dello skate, fui indicato come primo candidato alla Discesa. La sola idea di gettarmi, in piedi sulla tavola, lungo la rampa, proiettava davanti ai miei occhi scenari apocalittici, fatti di sangue e gomiti scarnificati. Lassù in cima, con gli amichetti che mi incitavano, sentivo i testicoli chiusi in una stretta gelata.
Provai, in quel momento, un’ondata di rancore sordo: contro mio padre, che invece di girare per il mondo e tornare con regali stupidi come questo, avrebbe dovuto stare di più a casa e costruirmi un carretto come facevano i padri normali; contro i miei amici, che pretendevano da me un coraggio che non avevo; infine, contro me stesso, per non essere stato capace di dire ‘no’. Non potevo tirarmi indietro, non potevo scendere dalla tavola ed ammettere che non me la sentivo, sapendo che mi avrebbero preso in giro, che avrei fornito loro l’alibi per non provare e tornare ai loro carretti come se niente fosse. 
Ricacciando indietro lacrime di paura, appoggiai il piede destro sulla tavola e impressi una spinta timida con il sinistro. Lo skate iniziò a prendere velocità, io a tremare, mentre il cemento scorreva sotto la tavola. In quella corsa, la linea dell’orizzonte era costituita dalla giuntura tra la rampa, grigia, e l’asfalto della strada, nero: non sapevo come si sarebbe comportato il mio giocattolo, quando le ruote avrebbero incontrato il dislivello. 
Sentii un colpo secco, i piedi divennero più leggeri e le gambe si piegarono, chissà se per l’urto o il terrore, ma in qualche modo rimasi in equilibrio. Arrivato in fondo al cortile, ripresi il controllo e mi arrestai, trionfante, i pugni alzati al cielo, gridando all’indirizzo dei miei pavidi amichetti.
Uno dopo l’altro, si sottoposero tutti all’ordalia e, arrivati alla giuntura, un paio di loro realizzarono il mio incubo e ne portarono il segno per più di una settimana.
La bravata costò cara anche in termini di scapaccioni materni e reclusioni domestiche, così, una volta scontate le pene detentive, si decise di tornare alla corsa dei carretti, certo meno innovativa e rischiosa ma, soprattutto, più rumorosa. Nessuno ammise che la scelta aveva anche a che fare con la paura. 
In via del tutto eccezionale, mi fu concesso di partecipare alle competizioni con il mio skateboard, almeno fino al giorno in cui scoprii che, per un difetto di fabbricazione, una delle ruote si era sfilata dal mozzo. Cercai qualcuno che riparasse il difetto, ma ogni meccanico che interpellai, d’auto o biciclette che fosse, mi rispose che non sapeva dove cercare il pezzo di ricambio. 
Lo skate finì in garage e da lì nella spazzatura, insieme a centinaia di giornali a fumetti, quando cambiammo casa una decina d’anni dopo. 
Il guasto mi costò l’esclusione definitiva dalle gare: non avevo un carretto mio e non potevo chiedere a mio padre che ne costruisse uno, tanto più che, nel frattempo, era ripartito per l’America. Il ritorno successivo mi fruttò una collezione di monete raffiguranti i volti di tutti i presidenti degli Stati Uniti. L’ultima moneta, in basso a destra, era dedicata a Richard Nixon. 

« indietro   |   indice   |   avanti »