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sabbia
di residuodimmagine |
In auto, sulle solite strade, guido verso casa. In lontananza, un’indistinta colonia marziana effonde vapori sulfurei in altissime colonne che si confondono con le nubi e le iniettano di affocati bagliori rossastri. Un grillo per testimone, pietrificato sul ciglio della strada.
Altrove, manciate - che dico - vagonate di granelli di sabbia rossa si sollevano silenziosamente da un settore imprecisato dentro a un deserto nordafricano, sospinti da deboli folate. S’impennano, i granellini, in fila per uno, volteggiano per aria, turbinano con negligenza disegnando figure arzigogolate. A un tratto sono catturati tutti insieme da una corrente ascensionale, un che di sussultorio ma senza scossoni che li porta sempre più in alto, fino a sfiorare altitudini che nessun altro granello ha mai sfiorato. Superato il decollo, si affacciano su un’autostrada a scorrimento supersonico, ove s’imbozzolano in altrettante goccioline di umidità, le quali si protendono aerodinamiche e si fanno raffiche. Quell’autostrada si chiama scirocco. Nel suo alveo compiono centinaia di chilometri in volo ad una velocità che nessun altro granello ha mai raggiunto. Attraversano mari, monti e agglomerati urbani per concludere il loro viaggio turbinoso direttamente sul mio parabrezza.
Ancora in auto, accendo la radio, ascolto le notizie. Le notizie sono allarmanti, devono esserlo per motivi di disordine pubblico. Lo speaker ha una pistola alla tempia, non lo ammette apertamente ma si intuisce. Parla di un fenomeno atmosferico denominato scirocco che sta imperversando nel bacino del Mediterraneo, suggerisce un ufficioso stato di calamità naturale. Dice di una corrente omicida di agenti pulviscolari, del loro volo cieco e incontenibile, delle devastazioni compiute lungo il percorso.
Effettivamente comincio ad avvertire un sommesso acciottolio sul parabrezza.
Sono milioni. Milioni di microbombe caricate a grani rossi, milioni di capsule a rilascio immediato di sabbia, milioni di prismi acquei dal nucleo arido, milioni di spermatozoi senza coda che si rovesciano contro le auto, scambiandole per giganteschi ovuli infecondi, ci sbattono sopra e ci lasciano l’anima polverosa, ma senza rimpianti.
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Sventagliano all’impazzata anche il mio parabrezza e scariche pulviscolari filtrano la visuale, desintonizzano il mondo su una frequenza distorta. Dovrei essere allarmato, stupito, quantomeno. Non trovo di meglio che azionare il tergicristalli. Ne spazzolo via circa un milione al secondo, ma senza rancore. Dischiudo uno spiraglio di finestrino ed estraggo la mano, per un istante. Al rientro nell’abitacolo, trovo il palmo punteggiato di tante goccioline inesplose e piccoli granelli inerti. Me li guardo attentamente, faccio loro l’identikit: corrisponde. Corrisponde allo sradicamento di tutta una moltitudine fossile sahariana che ha attraversato mari, monti e agglomerati urbani per concludere il suo viaggio turbinoso direttamente sul palmo della mia mano. Qualcuno lo mangio. Lo pilucco schiacciandoci sopra l’indice, ne sento il sapore salino sulla punta della lingua. Sa di me.
Esco dall’auto e comincio a camminare. La gente è stupita. Mi guardo intorno, fingendo stupore a mia volta, ed intorno, beh, è sabbia. Sabbia che serpeggia sulla strada, che si frange contro le
palizzate, che si insinua nelle catene delle biciclette, che incastra le rotelle dei pattini, che inceppa gli ingranaggi degli orologi. Sabbia che si deposita sotto le unghie e sotto le palpebre, che entra nelle orecchie, che si accumula nelle bocche spalancate, che s’infiltra nelle trame dei vestiti e riempie i vuoti tra le costole. La gente si protegge gli occhi con le mani, irrompe nei portoni, nelle cabine telefoniche, balza nei tombini, si percuote a vicenda per liberarsi dall’assedio sabbioso. Io continuo a camminare e a guardarmi intorno, con tutto lo stupore di cui è capace un granello di sabbia.
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