contrAppunti

il ciclista di via tagiura

di wosiris

A metà della Via Tagiura lavorava un vecchio ciclista che, adesso, riparava le biciclette e che era bravissimo, soprattutto, con quelle dalla misura ventiquattro in giù, quelle piccole, quelle dei bambini.

La sua officina, “il laboratorio” come lui la chiamava, profumava di olio, di metallo e di sapone; i suoi attrezzi erano appesi alla parete di fronte alla vetrina da dove, tra una decalcomania Campagnolo ed un’etichetta Bianchi, la luce entrava piano piano, a fasci sottili.
Nelle lattine del caffè Paulista, sugli scaffali, teneva le maglie lubrificate delle catene e le sfere di ricambio per i mozzi delle ruote. Le sfere erano per lo più delle sferette perché lui era veramente abile con le bici dei piccolini.

Le biciclettine da riparare entravano nel laboratorio spinte dalle mamme, che sempre accompagnavano i bambini: alcune bici avevano le ruote a terra, altre i freni da registrare, la catena da pulire o la lampadina da sostituire e ognuna era per lui un ammalato, ogni riparazione, anche la più piccola, richiedeva esattamente il tempo che ci voleva. Lui preferiva che i padroncini non restassero più dello stretto necessario nel laboratorio, parlava molto con i raggi e con le camere d’aria, con i tamponi dei freni e con i campanelli, voleva farlo senza doversi preoccupare di sguardi per lui invadenti, anche se passavano attraverso due occhietti piccini.

Dentro a un armadietto aveva delle pezzuole di stoffa rettangolari e variopinte che aveva strappato dalle sue vecchie camicie; le usava solo per l’ultimo trattamento, quando la serranda del laboratorio era già abbassata. 
Con pazienza ne sceglieva una di un colore intonato con quello della bicicletta, la bagnava con l’acqua del catino sul tavolo e, dopo una passata ad occhi chiusi, il telaio tornava a luccicare come nuovo, anzi, se possibile, di più.

Quando consegnava la bici riparata e fiammante, il padroncino non vedeva l’ora di montare in sella e cominciare a pedalare; dopo qualche cerchio sul marciapiede proprio fuori del laboratorio, mentre andava sempre più veloce, qualcosa succedeva e lo si poteva sempre capire da quel sorriso che si accendeva sul faccino: “ mamma, mamma, guarda come vado veloce, mamma, la mia bicicletta sta volando, sta volando, mi vedi, mamma, io sto volando”.
Qualcosa contagiava anche la donna che non riusciva mai a trattenersi e anche sul suo volto si sistemava la gioia più grande possibile, col sorriso più bello della città interrotto solamente da una gocciolina che, dal sopracciglio scivoloso di rimmel, cadeva sulle labbra tese; la sera, a casa, anche il papà era più contento e non sapeva perché, ma giocava più del solito col suo bimbo, giocavano a correre sulla bicicletta volante.

Il ciclista di Via Tagiura lavorava in modo che i suoi clienti non tornassero più e solo così lui era contento; aveva la faccia da nonno e tutti gli volevano bene.

L’asfalto del marciapiede davanti al suo negozio non ha mai cambiato colore e le gomme delle piccole bici da lui riparate non sono state cambiate mai più, anzi, a dire il vero, non si sono mai più consumate.

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