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fototessere

di lettera35

Quando ti siedi sullo sgabello girevole della macchina automatica delle fototessere, quella che si trova nella sala d'attesa dell'ufficio anagrafe del Comune in Piazza Capitaniato. Quando chiudi dietro te la tendina grigia della macchina che si trova nel sottopassaggio della Stua, vicino alla copisteria e al bar dove i compagni di classe delle superiori dicevano di essere quando bruciavano. Quando aspetti e controlli che gli occhi siano all'altezza giusta e li calibri sui due triangolini neri della macchina nell'atrio della stazione vicino ai telefoni e all'uscita, quando il flash che ti acceca si fissa sulla retina e ti accompagna mentre esci dalla cabina, pensa che in quel momento stai consegnando a chi conosci e a chi non ti ha mai visto il ricordo che per sempre avranno di te. 
Rientravamo a casa alla stessa ora – meglio – spesso rientravamo a casa contemporaneamente. Tutti incontri casuali per le scale o sulla via dei garage. Solo una volta ricordo di essere entrato nella cucina del suo appartamento al primo piano. Solo una volta e per un motivo ormai dimenticato. Le tapparelle già chiuse come di persona pronta per uscire. Adesso che ci penso posso dire di non averla mai vista rientrare in compagnia di qualcuno o uscire con un'amica, un uomo, un bambino, un genitore. Qualche volta d'estate la vedevo partire in bicicletta. Una bicicletta sempre in ordine e pulita che durante il resto dell'anno se ne stava chiusa nello stanzino-ripostiglio al pian terreno.
Una frase dall'estate scorsa ripassa e lucida gli occhi ogni volta che, salita la prima rampa di scale, lo sguardo si posa sul suo portoncino blindato. Una frase riportata da fonte certa, non passata di bocca in bocca con malignità, una quasi minaccia: «…tanto, prima o poi…».
Ma "prima o poi" cosa? È questa la frase giusta da dire quando hai quasi centrato la testa di una bambina di quattro anni con il basculante del garage? Cos'è, una minaccia? Una profezia?
L'effetto straniante di uscire il giorno dopo le feste, l'aria non ancora rovinata dal traffico ma che già odora di polvere da sparo: i preparativi per il Capodanno sono iniziati e le notizie sulla grande onda sono ancora imprecise. Uscire e trovare affissa al palo della luce l'epigrafe con il suo volto ma la scritta, il nome scritto sotto la foto, diverso dal suo. Una foto che le assomiglia - in meglio - ma con il nome così diverso da farti pensare che si tratti di una sorella che abita nei dintorni.
Poi la voce della vicina allontana ogni dubbio e il peso che mi portavo dietro dall'estate scompare per lasciare spazio a un sentimento strano. Bisogna dare un nome alle cose, bisogna poterle chiamare quando servono e poterle spiegare quando ne siamo richiesti. 
Il fatto è che questo nodo che mi blocca la gola non deriva da un particolare sentimento ma è solo il semplice frutto dell'indifferenza: il prendere atto che le storie personali possono chiudersi in fretta e che, se non ce ne curiamo, possono stordire come un tonfo, come il colpo sul pavimento del libro che ti cade di mano nel bel mezzo della notte e che stavi leggendo prima di addormentarti con la luce accesa.
Ho visto persone con le lacrime agli occhi e un rosario tra le mani pronunciare parole non vere. Ho ascoltato suoni provenire dalla casa. Ti accorgi subito quando una porta si chiude in modo innaturale solo se lo hai fatto tu stesso almeno una volta. Lo spostamento del tondo metallico che copre lo spioncino. Il respiro trattenuto di chi appoggia le mani a palme aperte sul legno e prima di spostarsi aspetta che sia tornato il silenzio sulle scale.
Eri più bella nella foto dell'epigrafe. Chissà per quale motivo l'avevi fatta quella foto. Per il passaporto, la patente, la carta d'Identità? Perché i morti sono sempre più belli nelle epigrafi? Ecco, di nuovo sbaglio. Perché sono più giovani? Stupido che sei! Pensavi: "molto" più giovani. Oppure è solo merito o colpa di chi sceglie l'immagine. 
Pensaci quando ti siedi sullo sgabello girevole della macchina automatica delle fototessere. 
L'immagine che di te si farà l'occasionale passante o il riconoscerti della persona che saluti mentre attraversi la strada, dipendono da quei minuti in cui eri solo – come in una cabina elettorale – a esprimere una specie di voto. Sarai sempre sorridente o triste, serio, severo, oppure ironicamente fissato nella smorfia passeggera che ti contraddistingueva in quella giornata di sole, pioggia, nebbia, nella smorfia che lancia un pensiero ai tagli delle mani rovinate dal freddo o nella luce degli occhi segnati da una notte d'amore o di corse per la casa in ciabatte in un percorso variabile tra la cameretta e il bagno.

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