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racconto sbalestrato
di tapenoon |
“Vieni in ufficio, socio. Abbiamo una bella gatta da pelare”.
Cazzo, proprio ora, penso e prendo la giacca.
“Stai uscendo?” urla lei e so che lo fa apposta, sa benissimo che mi sto togliendo da sopra e che per forza devo levare il coso da dove sta per andarmene.
“Tu che dici?” le rispondo. “Se per te non fa differenza e nemmeno te ne accorgi, allora vuol dire che ho sbagliato taglia. Ci voleva qualche cosa di più voluminoso.”
Lo so che non sono per niente romantico, ma quando uno fa il mestiere che faccio io certe cose non può permettersele. Risuona il telefono. Ancora lui, penso. Invece no. E’ lei che, in vena di scherzi, mi ha rubato il cellulare e ora telefona dal bagno. La sento fare gli urletti. Ha voluto finire da sola, maledetta, questa me la paga. Al terzo squillo alzo il telefono e impreco. E’ il mio socio che mi chiede quando ho intenzione di andare da lui e sistemare quella benedetta gatta da pelare.
“Vengo…vengo” gli dico.
“Ah sì? Troppo tardi” fa lei e tira lo sciacquone. Dovrei sfondare la porta e pestarla, ma sono già in ritardo. Esco e mi abbottono i pantaloni in strada. La gente si volta schifata, così mimo un po’ di autoerotismo per concludere in bellezza. Odio i passanti, sarà per questo che non porto la cintura.
Faccio presto ad arrivare. Il posto di lavoro è lì, proprio dietro l’angolo. Siccome l’angolo è di 360 gradi faccio il giro del palazzo, riapro la porta di casa e torno da lei.
“Puttana” le dico, esco e prendo la porta di fronte. Ad aspettarmi, il mio socio.
“Allora, cosa cazzo succede?” gli chiedo ombroso.
“Vai di là e guarda tu stesso” mi risponde irsuto.
Siamo pieni di aggettivi noi due, ma ci piacciamo così, ombrosi ed irsuti. Sempre meglio che stupidi e cornuti, ma non so se nel suo caso il secondo vale ancora. Attraverso la stanza e guardo stupefatto.
“Porca puttana, è incredibile…” .
La signora che parla invece è solamente racchia.
“Beh, lo prendo come un complimento, guardi che ho fatto fatica a portarlo a questi livelli”.
“Lo posso immaginare”.
Faccio due giri attorno al tavolo, poi riapro la porta.
“Vieni socio, qui dobbiamo essere in due”.
Lui arriva sbuffando, anche perché stava lavorando all’apparato della nostra segretaria. E quando dico apparato intendo quello riproduttivo.
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“Avanti, vediamo di sbrigarcela in poco tempo”.
La racchia, che sarà pure signora ma quella faccia da cane non se la leva certo di dosso con qualche carriolata di euro, non è d’accordo.
“Ehi, mi raccomando, fate piano e soprattutto fate un buon lavoro. Non vorrei che mi si svalutasse in due secondi”.
La guardo quasi offeso (è tutta scena, naturalmente) e inizio il lavoro.
“Cominciamo dal retro, va bene, collega?”.
Il mio socio mi guarda e ride.
“Va bene, iniziamo dalla coda”.
Vado al tavolo, indosso i guanti di lattice facendoli schioccare come nei film e sorrido alla signora che ricambia mostrandomi un ponte esageratamente dorato.
“Stai a guardare, battona”. Non lo dico, ma lo penso molto volentieri. Prendo il rasoio, metto alzo zero e lo accendo. Con due dita, come i camerieri di lusso, sollevo la coda e urlo.
“Ma è un maschio! Cazzo, hai sbagliato!”.
Il mio socio mi guarda meravigliato.
“Come, un maschio, ma se non ha le palle!”.
“Cristo, non vedi che gliele hanno tagliate? Ecco perché è così grosso”.
Lui si abbassa fino a toccare con il naso il culo del gatto e poi risponde.
“Oh, cazzo, hai ragione è, anzi, era un maschio”.
La signora non ci segue bene nel discorso e comincia a sbuffare.
“Io avrei un appuntamento dall’analista, se voleste sbrigarvi”.
Io, che non sono tanto paziente e che con le donne non bado a spese, la offendo senza pensarci.
“Ma analista…vuol dire che pratica visite anali? No, perché a guardarla camminare sembra proprio che ci sia stata spesso”.
La signora vorrebbe andarsene, ma non ho ancora finito.
“Siccome io lavoro solo su gatte da pelare, il suo che è un gatto maschio non mi interessa e dunque lo pelo come mi viene”.
Abbasso il rasoio sul dorso della bestia, che tutto sommato è l’unica a non avere colpa in tutto questo, e premo con tutte le mie forze. Al gatto quasi esplodono gli occhi e miagola come se gli avessero misurato la febbre (e voi sapete come si misura la febbre ai gatti, no?). La signora sviene sul tappeto, il mio socio esce ridendo e cerca la segretaria per terminare il lavoro all’apparato, mentre io festeggio approfittando del minibar inaugurato giusto questa mattina.
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