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as-saggi di pizza
di kiarablog |
Hans Magnus Enzensberger scrisse:”Ai tempi del fascismo non sapevamo di vivere ai tempi del fascismo”.
Non starò certo a dire in quali tempi viviamo, ma sicuramente ci sono dei luoghi della nostra società che più di altri la rappresentano. E sono luoghi di cui spesso non ci accorgiamo, nel senso che li viviamo con normalità, in modo trasparente.
Se questo può darvi una mano, questa è anche la società della pizzeria.
Sarà successo a chiunque, preso in mezzo dallo stomaco vuoto e dai ristoranti tutti già pieni, di finire in pizzeria.
E’ il momento in cui si cede alla disperazione, alla
famazza o più semplicemente alla “voglia di qualcosa di gramo”, anche perché si sa che la maggior parte delle pizzerie sono una gran fregatura (spesso gestite – sic – da cinesi!).
La pizzeria di sabato sera è l’orizzonte gastronomico dell’uomo di bassa cultura, che qui si reca per compiere il proprio
spreco rituale; il “potlach” da tribù di pellerossa che uccide 15 bufali e li lascia decomporsi giusto per il gusto di dire alle altre tribù:
“Stronzi, guardate quanto siamo ricchi”. È il VorreiessereunMillionaire in cui qualche periferia sostituisce la Costa Smeralda, ma tutti possono essere un simil-Briatore per qualche minuto.
Immancabile è la “pizza di lusso” (o pizza classe S), dove accanto a una pizza con salmone o con i funghi porcini si accosta il migliore vino rosso o bianco disponibile a menù. Tavernello barricato per facoltosi agenti Tecnocasa.
Si tratta di una vera e propria mecca burina dove non si può mancare negli eventi
clou dell’anno.
- A San Valentino per regalarsi peluche di animali cornuti per l’ilarità dei vicini di tavolo.
- Alla festa della donna, per vedersi con tutte le amiche e fare un sacco di cose interessanti: commentare le ultime 120 puntate di Beautiful e le imprevedibili evoluzioni di un Posto al Sole oppure guardare le nuove meches di Jessicah (in pizzeria certi nomi prendono l’acca finale).
- La cena romantica del primo appuntamento. Quella in cui si ordina il vino bianco e la pizza col salmone, non arrossite, anche voi, lo avrete fatto almeno una volta.
La pizzeria è il luogo in cui l’italiano “si disimpegna”, come se già non lo fosse: l’uomo può andare vestito in tuta, marsupio e mocassino con calzino bianco corto, purché tutto sia rigorosamente firmato; la donna può vestirsi da
mignottone in perfetto stile MTV in tutta scioltezza nella sua passerella settimanale di sfoggio dell’ultimo acquisto.
Sociologicamente, si potrebbe dire il luogo delle emozioni forti, un luogo
bold per gli inglesi - anche se non mi è chiaro cosa centri il grassetto ora- dove si mettono in gioco le passioni collettive intra ed extra-tavolo.
La prima regola è “non farsi i mai i fatti propri”. Osservando l’utenza media di una pizzeria, si può notare che essa è costituita per un buon 70% da tamarri. Non sapete cosa sia il tamarro?
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Non mancherò di dirvi che questo termine è presente nel dizionario della lingua italiana di Tullio De Mauro che così lo
definisce:”giovane dai modi rozzi, che segue gli aspetti più appariscenti e volgari della moda”.
Osserviamo quindi in dettaglio la popolazione della pizzeria:
- bambino che prima o poi vomiterà. Quando si presenta un fenomeno di questo genere, l’unica speranza è che la “creatura” faccia in tempo ad arrivare in bagno; in alternativa è auspicabile che la maggior parte della gente (soprattutto gli altri bambini) siano distratti, onde evitare la pericolosissima “catena di vomito”.
- I tamarri in giacca che portano per la prima volta a cena le ragazze. Il classico appuntamento due più due, dove si prende la pizza ai frutti di mare col miglior vino rosso (notate l’accostamento orrido) e poi le si porta in discoteca con selezione all’ingresso.
- Al tamarro piace la donna appariscente, non importa che sotto il sorriso celi un etto di gengiva rosso-verde, l’importante è che sulle labbra ci sia il calco della matita per labbra che fa tanto sesso orale in film porno austriaco (nemmeno tedesco). Non importa il look stile drag queen: è d’obbligo lo sfoggio di una minigonna
giropassera.
- La famigliola che esce riunita con tutti i parenti e/o amici per il sabato sera, con madre, di solito, con capello lunghissimo e mesciato con effetto doppia pisciata di cane in centro testa, padre con capello unto con uniforme di ordinanza, ovvero la tuta e il mocassino di cui sopra e orde di bambini microcefali con la maglietta della Juve e bambine con quella di “Amici”, che si rincorrono tra i tavoli urlando.
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- Tavolate di shampiste obese. Nessuna di loro pesa meno di 80 chili ed è alta più di un metro e cinquanta. Qui si può facilmente scovare il modello Jennifer “Ferrara” Lopez , vestito maculato e trucco alla Christina Aguilera che se inciampa cade nel beauty case.
Se la popolazione è ricca di sorprese, non è mai da meno l’arredamento che potrebbe essere riassunto nello stile “rococò
irpino” (il barocco brianzolo è già stato opzionato da La Branca) con diverse varianti.
- la grotta azzurra, con lo spatolato di cemento che simula le pareti della suddetta grotta.
- la galleria d’art-discount, con quadri di succedanei di Teomondo
Scrofalo, spesso opere dello stesso pizzaiolo, uso a disporre i colori sulla tela con la stessa grazia con cui spalma il pomodoro sull’impasto.
- La reality, dove se si mangia lo si fa in vetrina, sebbene la pizzeria si affacci su un corso dove l’unico passaggio è costituito da drogati che cercano un angolo buio per farsi in pace le pere della “pizza del contadino” (pere e grana).
- la brillante, tutta luci, vernici fluo e brillantini. Come la Salomè di Carmelo Bene. Perché il tamarro si sa, ama il trionfo di colori forti e sgradevolmente accostati. Più è lucido, più è chic.
Il fatto è che la pizzeria è un’esperienza sensoriale totale: 360 gradi che mettono alla prova i 5 sensi: visioni, colori, profumi, superfici, voci, gusti.
Potrei continuare ancora, ma quello che mi preme è la terminologia specifica in uso nelle pizzerie. Parliamo ad esempio della parola würstel: si scrive così, con una dieresi sulla “u” e a seguire con questa magica sequenza di lettere
“rst”. Non credo che una parola abbia mai avuto tante dizioni e modi di scrivere diversi come la parola würstel nei menu delle pizzerie:
wrustel, wurste, wustel. Un’anarchia che regna sovrana anche nella terminologia degli ingredienti, dove per esempio la pizza col Gorgonzola diventa per certi lombardi la pizza con lo
“zola”. Ma chi è Zola? Un amico del proprietario?
E poi, quando si esce dalla pizzeria ci si porta dietro degli interrogativi pazzeschi:
- Cosa lega il nome di una pizza ad una pizza? Cioè cosa rende una pizza capricciosa tale? Perché la pizza marinara non ha il pesce sopra? Perché il calzone non è a forma di calzone?
- Perché gli antipasti in pizzeria sono costituiti al 90% di estratto di olio industriale purissimo?
- Perché il mitico gelato a tartufo lo vendono solo in pizzeria? E il mezzo limone pieno di gelato al limone poi lo
ri-riempiono? O lo buttano via?
- Perché certe pizzerie hanno messo i buttafuori come nelle migliori discoteche?
- Perché, ove possibile, in pizzeria cercano di non farti mai la ricevuta?
- Perché a Torino esiste una Pizzeria Pulcinella che promette “specialità tipiche pugliesi”?
Gli interrogativi sono inquietanti e nemmeno la mia astrologa personale Margherita, sebbene esperta di pizza e pizzerie, sa darmi lumi.
In cerca di risposte, sto al tavolo e mi guardo intorno. Se nella vostra prossima esperienza pizzosa vedete un occhio indagatore spuntare da una pizza alla diavola, potrei essere io.
* A Roma è il boro, ma nel Lazio lo si identifica genericamente col burino. In realtà anche il supercafone del Piotta internazionalizza il concetto e lo rende comprensibile in tutta Italia. A Torino lo chiamiamo il Tarro (con la T maiuscola), ma ci sono diverse varianti:
Zamarro, Zama, Zarro, etc. Ovviamente regione per regione si possono cogliere espressioni, gestualità e movenze diverse. In realtà il tamarro più o meno è sempre uguale a
se stesso.
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